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Full text of "Cinergie old series 17"

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DAMS 
di 

Gorizia Le Mani 














INERGI 

il cinema e le altre arti 


Sotto analidi: Lav Diaz 


Speciale 

animazione contemporanea 


II cinema che verra: tavola rotonda 









Indice 


CINERGIE 

il cinema e le altre arti 

n. 1 7, marzo 2009 

Direzione 

Laboratories Cinemantica, Dipartimento 
di Storia e Tutela dei Beni Culturali 
Master in Scritture per il Cinema. 
Sceneggiatura/Critica, Corso di Laurea 
DAMS, Gorizia 
Universita degli Studi di Udine 

Direttore 

Roy Menarini 

Comitato di redazione 

Alice Autelitano, Enrico Biasin, Roberto 
Braga, Giulio Bursi, Davide Gherardi, 
Marco Grosoli, Veronica Innocenti, Sara 
Martin, Valentina Re 

Redazione 

Alice Autelitano, Stefano Baschiera, 

Enrico Biasin, Roberto Braga, Piera 
Braione, Maurizio Buquicchio, Giulio 
Bursi, Francesco Di Chiara, Dunja Dogo, 
Angelita Fiore, Davide Gherardi, Federico 
Giordano, Stefania Giovenco, Marco 
Grosoli, Veronica Innocenti, Aldo 
Lazzarato, Sara Martin, Roy Menarini, 
Federico Pagello, Leonardo Quaresima, 
Valentina Re, Laura Sangalli, Roberto 
Vezzani 

Hanno collaborate a questo numero 

Giacomo Abbruzzese, Anna Antonini, 
Alice Autelitano, Paolo Bertolin, Roberto 
Braga, Maurizio Buquicchio, Giulio Bursi, 
Diletta D’Ascia, Francesco Di Chiara, 
Dunja Dogo, Marzia Gandolfi, Davide 
Gherardi, Federico Giordano, Stefania 
Giovenco, Marco Grosoli, Mirco Infanti, 
Veronica Innocenti, Andrea Lissoni, Sara 
Martin, Roy Menarini, Federico Pagello, 
Valentina Re, Laura Sangalli 

Reperimento immagini 

Marco Comar 

Redazione 

c/o Mediateca DAMS 
Piazza Vittoria 41, Gorizia 
tel. 0481 82082 
http://damsweb.uniud.it 
cinergie@libero.it 

Progetto e realizzazione copertina 

Marco Vimercati 

© Le Mani Edizioni 

Via dei Fieschi, 1 

16036 - Recco (Ge) 

e-mail: lemani.editore@micromani.it 

stampa: Microart’s S.p.A. - Recco (Ge) 

La pubblicazione e stata realizzata con il 
contributo di 

Universita degli Studi di Udine 



Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e 
Pordenone 


? FONDAZIONE OLF 


TAVOLA ROTONDA TV FILES 


3 II cinema che verra 

Tavola rotonda sul futuro dei film e de¬ 
gli audiovisivi 


ULTIMO SPETTACOLO 


9 II cavaliere oscuro e gli altri, owero 
della maturita del cine-fumetto 

Uriipotesi di periodizzazione 

Federico Pagello 

11 One-Legend-Man. The Wrestler e gli 
altri lottatori decaduti 

Sara Martin 

13 Logogrammi mediterranei 

Giuni Russo la sua figura e Niente e cotne 
sembra 

Federico Giordano 


30 True Blood: per favore, mordimi sul 
collo... 

Veronica Innocenti 

31 Una sana colazione sotto il sole di 
Miami 

Lorrore ?nagnetico di Dexter 

Sara Martin 


SOTTO ANALISI: LAV DIAZ 


33 Storia/storie 

Evolution of a Filipino Family 

Paolo Bertolin 

33 Le ceneri del mito 

Heremias 

Marco Grosoli 


FAHRENHEIT 451 


16 Culture convergent!, prospettive di¬ 
vergent! 


Roy Menarini 


36 1 morti non risorgono. Malinconia del 
cinema 

Death in the Land of Encantos 

Giulio Bursi 

38 Dopo la Rivoluzione 

Melancholia 

Federico Pagello 


15 Recensioni 


LE CITTA DEL CINEMA 


CAMERA STYLO 


21 Come tanto esserepud non esseref 

Il prindpio di simmetria nel cinema e 
nei versi di Pasolini 

Diletta D’Ascia 


40 LXV Mostra Internazionale d’Arte Ci- 
nematografica - Venezia 

Animazione d’autore: Hayao Miya¬ 
zaki e Mamoru Oshii a confironto 

Laura Sangalli 

41 Questi fantasmi: Cinema italiano ri- 
trovato (1946-1975) 

Francesco Di Chiara 


CINEMA E ARTI VISIVE 


22 Gordon Matta-Clark: performance in 
opera 

Valentina Re 

27 Naufragio nei mondi possibili: un 
nuovo cinema interattivo 

Giacomo Abbruzzese 


42 II Giardino delle Delizie (Inferno) 

Maurizio Buquicchio 

43 Agnes V. par Agnes Varda 

Stefania Giovenco 

44 XXII II Cinema Ritrovato 2008 

Kulesov dissepolto 

Dunja Dogo 

45 LXI Film Festival Locarno 

Ai margini del cinema: arte, video, im- 
magine 

Andrea Lissoni 


45 XXVII Giornate del Cinema Muto 

Copie fiammanti 


47 III Cinema - Festa Internazionale di 
Roma 

Indovina chi viene a cena 

Marzia Gandolfi 

48 Science + Fiction 08 - Festival Interna¬ 
zionale della Fantascienza 

A volte ritomano: la fantascienza w so- 
dale” 

Laura Sangalli 

49 XXVI Torino Film Festival 

Il chiaro percorso del cinema di Ogu- 
ri Kohei 

Laura Sangalli 


SPECIALE 


50 Immaginc (in) movimento. Le nuove 
frontiere dell’animazione 

Roy Menarini 

51 In prindpio era l’equivoco 

Anna Antonini 

54 Who Framed Andre Bazin? 

La 3d motion capture performance e la 
questione dell’origine 

Marco Grosoli 

56 L’animazione sul Web: evoluzione 
senza frontiere 

Mirco Infanti 

58 Machine + Animation = Machinima 

Formule di riscrittura del videogame 

Roberto Braga 

60 Tutto si crea, tutto si distrugge 

Blu, Muto e la street-animation 

Alice Autelitano 


Dunja. Dogo 











II cinema che verra 

Tavola rotonda sul futuro dei film 
e degli audiovisivi 

Hanno partecipato: Roy Menarini 
(RM), Davide Gherardi (DG), Valen¬ 
tina Re (VR), Federico Pagello (FP) 

RM: Introduco, come di consueto, 
l’incontro di questa tavola rotonda, dal 
titolo immaginifico: II cinema che 
verra. Che cosa significa? Vorremmo 
provare a ipotizzare quali sviluppi po- 
trebbe avere la cultura cinematografica 
in futuro. Si intende che non ci occu- 
peremo di testi o di nozioni estetiche 
bensi del cinema come istituzione, lin- 
guaggio, pattern comunicativo. Non ci 
interessa direttamente immaginare le 
forme espressive con cui il cinema si 
presentera nei prossimi anni. Ci inte- 
ressano pero questioni che sono, come 
ben sappiamo, correlate. Ci sono dun- 
que tantissimi aspetti su cui concen- 
trarsi. Io ne proporrei tre, riassuntivi, 
senza che questo precluda nel nostro 
dialogo altre strade da percorrere. 
Uno: analizzare le piattaforme multi- 
mediali sulle quali stiamo guardando e 
potremo, anche in futuro, guardare i 
film. Si tratta di capire se questo sce¬ 
nario e destinato a mutare, e se si veri- 
ficheranno ulteriori cambiamenti. 

In secondo luogo, discutere un proble- 
ma che consegue al precedente, owero 
la funzione sociale del cinema, e quin- 
di le caratteristiche che l’istituzione ci¬ 
nematografica, o semplicemente l’an- 
dare al cinema, assumeranno in futuro, 
sempre partendo dalle trasformazioni 
del presente. 

Infine, capire quanto il cinema che si 
sta “dissolvendo”, a livello mediale, 
nelle altre pratiche, diventando, ap- 
punto, un serbatoio linguistico, icono- 
grafico, e testuale, per altre forme 
espressive. Qui si distingue 1’approccio 
di Philippe Dubois, del cinema vani¬ 
shing in arts , o di un cinema che sta la- 
vorando dentro l’immaginario di altre 
arti, di cui subisce, evidentemente, poi, 
anche un ritorno. Io credo che questi 
tre aspetti siano abbastanza intrecciati. 
Alcuni di questi sono difficili da defi- 
nire, chiaramente: nessuno chiede tm 
vaticinio da parte nostra. Altri invece 
ci permettono di ipotizzare dawero 
qualcosa, con tutto il piacere anarchico 
di immaginare scenari fiituri e di sba- 
gliare. Penso che riflettere sulle piat¬ 
taforme mediali su cui il cinema viene 
consumato possa essere un buon pun- 
to di partenza, che ci permette di ave¬ 
re i piedi ben piantati dentro al pre¬ 
sente. 

DG: Partirei in effetti da qui, anche se 
non di solo cinema parliamo. Puo an¬ 
che essere un prodotto creato o mani- 


polato dal singolo utente con una web¬ 
cam, o un ceUulare, o a partire da un 
DVD, e altro ancora. In questo scena¬ 
rio mobile e frastagliato, e nutrito con 
estrema liberta di pratiche espressive, 
s’inseriscono deEe schegge di cinema a 
vario titolo: dal trader, al film rimonta- 
to, al lego-movie, ecc... Si tratta di uno 
scenario in cui, per il momento, e mol- 
to difficile orientarsi. Una specie di la- 
birinto in cui intravedo la possibility di 
uno scivolone, nel momento in cui ci si 
attentasse ad afferrame i lembi per 
trarne un orientamento teorico. A mio 
awiso molti studiosi che stanno inter- 
venendo, soprattutto in America, suEa 
questione del futuro del cinema dal 
punto di vista del web, si dividono in 
due grandi orientamenti. Quelli che 
cercano di lavorare sull'idea di un “ef- 
fetto cinema" come forma che migra 
tra varie morfologie di contenuti: dal- 
l’istallazione artistica al software dei 
personal computer - come Lev Mano- 
vich, che suggerisce come la metafora 
cinematografica stia alia base di alcune 
fortunate applicazioni software e in 
particolare dei programmi di editing. E 
quegli studiosi che stanno provando a 
riflettere sul problema della smateria- 
lizzazione della pellicola cinematogra¬ 
fica, a partire dal fatto che le maggiori 
fabbriche di pellicola, ad esempio la 
Kodak, hanno gia annunciato da tem¬ 
po come nel giro di pochi anni cesse- 
ranno del tutto la produzione di pelli¬ 
cola cinematografica. Questi studiosi 
cercano allora di afferrare il toro per le 
coma, puntando al problema antico 
dello specifico cinematografico, e lavo- 
rando sul nuovo statuto ontologico di 
un cinema che diventa virtuale, smar- 
rendo la sua traccia fotografica. Il che 
presuppone, o forse potrebbe presup- 
porre, un diverso rapporto del cinema 
con il reale. Spesso tra questi studiosi 
c’e un ricorso-prelievo a posizioni di 
tipo decostmzionista, dove il reale sca- 
de in utopia. Il nuovo cinema andreb- 
be dunque neEa direzione preannun- 
ciata da alcune analisi, sul rapporto tra 
immaginario e reale, di matrice tardo- 
situazionista? Ecco che, rispetto alia 
questione delle piattaforme multime- 
diali, tra i due schieramenti cosi deli- 
neati, mi schiererei volentieri dalla 
parte di quelli che parlano di un “effet- 
to-cinema”, cercando cosi di separare 
la storia del cinema, ancora in corso, da 
quella dei film, entrata nella sua fase 
tramontante. 

Ecco, per cercare di chiarirmi le idee 
su un argomento che difficilmente an¬ 
cora afferro, vorrei dire che stiamo as- 
sistendo ad un’ingente migrazione di 
contenuti da ambiti che sono, diciamo 
“alti”, ed ambiti “bassi”, e viceversa. 
Credo che per trarre qualche pronosti- 
co sulla fiitura direzione del cinema 
nei nuovi contesti in cui e inserito pos- 



TAVOLA ROTOND,, 


4 siamo guardare al rapporto che si e 
configurato in questi ultimi anni tra la 
televisione in chiaro e la televisione a 
pagamento, per cui la fruizione dei 
prodotti televisivi a pagamento e di- 
ventata molto piu simile alia vecchia 
fruizione del libro. Inoltre, a mio awi- 
so, e’e un parallelo molto forte tra il 
nuovo cinema e quello che sta awe- 
nendo rispetto ai contenuti on demand 
somministrati sulle piattaforme me- 
diatiche, in cui rientrano indifferente- 
mente la fiction televisiva, il film, o la 
partita sportiva. Il tutto viene recupe- 
rato secondo dei criteri soggettiva- 
mente “collezionistici”, attraverso un 
canale a pagamento. Questo costitui- 
sce un fenomeno su cui riflettere, e in 
generale s’inserisce in un cambiamen- 
to molto piu ampio della cultura indu- 
strializzata di massa, di cui un fenome- 
no-spia, ad esempio, e stato in passato 
la trasformazione subita dal fumetto, 
che negli anni Sessanta era ancora un 
prodotto popolare, e poi e progressiva- 
mente diventato un prodotto di nic- 
chia, andando verso l’arte contempo- 
ranea con la graphic novel. 

Come si evolve il cinema in questo 
magma? Probabilmente il cinema di- 
ventera l’epicentro di una serie di pra- 
tiche di fruizione personalizzata, in cui 
il lato istituzionale, l’esperienza in sala, 
rimarra comunque forte. Diciamo: 
forte come punto di irradiamento di 
una molteplicita di prodotti piu o me- 
no ufficiali, che vanno dal videogame, 
alia fiction sul web, al film rimontato 
digitalmente dal singolo utente, ecce- 
tera. Cio che mi sembra veramente 
centrale, e strategico, per l’industria 
multimediale, cio che rimane la merce 
piu importante dell’industria cinema- 
tografica attuale, per me e il divo. Il di- 
vo cinematografico, quale fulcro del- 
l’immaginario popolare, e il fermaglio 
di uno scenario in rapido sommovi- 
mento. Dal momento che gia da alcu- 
ni anni l’incasso al botteghino e stato 
sopravanzato da altre forme di vita de~ 
rivativa del film, come il suo prolunga- 
mento videoludico, cio che permette 
ancora alle case di produzione di inve- 
stire in questo gioco costoso, e proprio 
il divo cinematografico: una merce as- 
solutamente versatile e spendibile in 
vari ambiti commerciali. 

VR: Cercherei anch’io di restare sul 
primo degli spunti proposti da Roy, 
quello delle nuove piattaforme media- 
li e delle nuove pratiche di fruizione 
del film, per provare ad integrare lo 
scenario finora delineato, gia molto 
ricco, con qualche altra osservazione, 
pur molto schematica. In primo luogo 
mi sembra di rilevare, nella situazione 
contemporanea (e nella prospettiva di 
un “cinema che verra”), un “cinema del 
frammento”, un cinema manipolato e 



Harry Potter e la camera dei segreti 


“disarticolato” che si diffonde in forma 
di singole parti, sequenze in qualche 
modo “esemplari” che circolano su 
YouTube, nei blog, nei social network 
e quant’altro. Questa e senza dubbio 
un’osservazione scontata e banale, se 
non fosse che mi piacerebbe provare a 
ricollegarla a quella che a mio awiso e 
stata una delle funzioni fondamentali 
del cinema nei Novecento, ossia una 
grande funzione modellizzante: penso 
al cinema come luogo cruciale di orga- 
nizzazione dell’esperienza, che forni- 
sce strumenti per dare ordine (un ordi- 
ne narrativo...) al caos esperienziale. 
Ora mi chiedo, ricollegando il passato 
del cinema a questa “nuova” estetica 
del frammento, se questo ruolo del ci¬ 
nema come grande serbatoio di rac- 
conti sia ancora valido. Il secondo 
punto che vorrei mettere in risalto e 
legato ad un’altra forma di “dispersio- 
ne” del cinema, quella che vede un ci¬ 
nema ampiamente discorsivizzato sul 
web. I luoghi di confronto e discussio- 
ne sul cinema si moltiplicano, con ef- 
fetti evidentemente positivi di allarga- 
mento delle possibility di circolazione 
delle proprie opinioni, ma anche con 
alcuni problemi, che potrei definire di 
“gerarchizzazione delle fonti”. Quello 
che appariva come un “apparato strut- 
turato” di studi sul cinema si trova 
messo in discussione, ed e difficile 
(penso soprattutto agli studenti, a vol¬ 
te letteralmente sperduti nei prolifera- 
re informativo della rete...) trovare 
punti di riferimento ed elaborare crite¬ 
ri validi di autorevolezza. Terzo spun- 
to (ma anche questa non e una novita), 
vedo il cinema contemporaneo come 
un cinema che si guarda sostanzial- 
mente in casa, con un tipo di fruizione 
privata e al contempo sempre piu svin- 
colata dalla programmazione ufficiale 
delle case di produzione e distribuzio- 
ne. Per cui lo spettatore gode di nuove 
forme di “temporalizzazione” oltre che 
di “spazializzazione” della fruizione 
(dove voglio, quando voglio). Con il 
conseguente dehnearsi di un cinema, 
scusate l’espressione un po’ infelice, 
“usa e getta”. Sto pensando ai pro- 
grammi peer-to-peer che permettono 
un consumo quantitativamente sem¬ 
pre piu consistente, ma che tende a 
perdere in qualita e “consistenza” della 
visione. 

Altri due spunti, infine: mi sembra che 
il cinema contemporaneo abbia una 
funzione sempre piu “obliqua” - uso il 
termine in riferimento alle considera- 
zioni di Rick Altman su certi meccani- 
smi di funzionamento dei generi, uti- 
lizzati per forme di comunicazione “la- 
terale”. Quindi, un cinema che viene 
consapevolmente “usato” nella costitu- 
zione di community, di realta di condi- 
visione e partecipazione che possono 
avere identita diverse. Infine, un ultimo 


spunto che vorrei sottoporre alia rifles- 
sione comune consiste nella possibility 
di considerare il cinema che verra nei 
termini di una rimediazione digitale 
del cinema del passato. Penso in primo 
luogo alle edizioni digitali del film - 
DVD, Blu-ray -, quindi a tutte quelle 
operazioni di reinterpretazione, rilet- 
tura, ricontestualizzazione dei film del 
passato, ben vive sul mercato adesso. 
Penso anche a come l’edizione digitale 
in qualche modo introduca nuovi ap- 
procci e prospettive di analisi e di stu¬ 
dio, fornisca nuovi strumenti, rilanci in 
molti casi la posizione autoriale, ad 
esempio attraverso making-of e com- 
mento in voce off. Penso anche a come 
l’edizione digitale possa in qualche 
modo condizionare lo studio del cine¬ 
ma nelle university, in un modo che ri¬ 
mane, per moltissimi aspetti, positivo, 
ma che possiede anche degli elementi 
di ambiguita. Credo sia piuttosto asso- 
dato che si tende oggi a far coincidere 
il cinema che “esiste” con il cinema ac¬ 
cessible in DVD, con il rischio di ri- 
muovere una parte consistente di storia 
del cinema. Nello stesso modo gli extra 
dei DVD rischiano di indebolire il 
ruolo e il valore della ricerca in archi- 
vio, che e stata ancora un momento es- 
senziale del percorso di ricerca per la 
nostra generazione, e che oggi, forse, 
nuove generazioni di studenti affron- 
tano con piu difficolta, a causa dell’ap- 
parente disponibilita immediata (com¬ 
plice la rete...) di materiali di ap- 
profondimento. Peraltro l’edizione di¬ 
gitale si ricollega anche alia questione, 
che menzionava Davide, di un cinema 
che e oggi estremamente manipolabile. 
Per cui con estrema facilita possiamo 
ricavare da un DVD sequenze o foto- 
grammi (frammenti...) per poi rielabo- 
rarh e rimontarh. Questione che ag- 


giunge ulteriori elementi alia nostra 
discussione... 

FP: Dunque, io vorrei partire da alcu- 
ne caratteristiche dell’attuale produ¬ 
zione e distribuzione cinematografica, 
toccando anche qualche aspetto delle 
nuove strutture testuali del cinema. 
Ascoltando gH altri interventi mi e ve- 
nuto in mente come alcune caratteri¬ 
stiche pregnanti del cinema commer- 
ciale che si produce oggi siano: centra- 
lita del blockbuster, serializzazione del 
film di successo e forme di distribuzio¬ 
ne dell’home video innovative (ad 
esempio, negli Stati Uniti e molto dif- 
fuso il noleggio con consegna a domi- 
cilio, attraverso un servizio di abbona- 
mento che ha costi dawero esigui, op- 
pure distributori automatici di DVD 
diffusi per tutta la citta da cui si puo 
noleggiare un film per un dollaro al 
giorno). Questi ultimi sono modi di 
adattare i DVD alia nuova forma 
emergente dellW demand. Questi tre 
elementi dimostrano che il cinema rie- 
sce ancora a costruire degli eventi, co¬ 
me l’uscita di un blockbuster, che atti- 
rano l’attenzione anche degli altri me¬ 
dia. La televisione e internet sono co¬ 
munque manipolate dai blockbuster; 
la serialita, e penso prevalentemente a 
serie come Harry Potter, Il Signore de¬ 
gli Anelli e Saw, in bilico tra cinema e 
televisione, proietta sul film strutture 
narrative televisive, anche al liveho 
delle strategic di uscita. Saw, ad esem¬ 
pio, esce puntualmente ogni anno, ed e 
come vedere una serie televisiva che 
pero possiede, al contempo, delle so- 
glie di visibility molto piu allargate ri¬ 
spetto alia fiction tradizionale. Un pro¬ 
dotto cinematografico di oggi, insom¬ 
nia, ma con logiche assolutamente te¬ 
levisive. Probabilmente il pubblico di 


























TAVOLA ROTONDA 



Saw non va a vedere il film al cinema, 
ma se lo prende in DVD; e cosi il film 
rimane concorrenziale rispetto ad altri 
prodotti. Credo che il cinema che 
verra riuscira a interagire con le altre 
piattaforme mediali, in modo che, pur 
trasformandosi, sara in grado di so- 
prawivere e resistere all’assalto com- 
merciale dei nuovi media. E questa 
mia lettura e confermata dalle analisi 
di Henry Jenkins che non contrappo- 
ne mai i prodotti legati alle megacor- 
porazioni con i prodotti indie, ma rile- 
va una certa penetrazione del main¬ 
stream dal basso, dove alia novita si 
conferisce sempre piii una maggiore li- 
berta di azione. Il mainstream avalla 
una serie di produzioni che prima ri- 
manevano escluse dal grande circuito 
di distribuzione. Se il grande circuito 
sara Internet, e non piu la sala, e se il 
cinema si adattera al nuovo contesto, 
allora, evidentemente, riuscira a rima- 
nere in gioco. 

Un’altra cosa che voglio suggerire e 
che questo discorso funziona secondo 
la logica che Chris Anderson chiama 
la “coda lunga”. Oltre alia serializza- 
zione, c’e anche una cosa che funziona 
molto nella distribuzione di DVD, 
nella TV, e nell 'on demand : e il re- 
cupero di tutti quei prodotti minori, di 
serie B, come commedie demenziali, 
erotici ed altra “robaccia”. Se vai dai 
distributori americani trovi nei catalo- 
ghi tutto un profluvio di questo tipo di 
film: film che io non vedrei mail, ma 
che hanno evidentemente un mercato, 
anche perche riescono ad abbattere i 
costi della distribuzione. Per cui, in 
questo modo, unendo il discorso di 
Jenkins sul rapporto di forza mutato 
tra mainstream e indipendente e il di¬ 
scorso di Anderson sul prodotto cine- 
matografico della "coda lunga”, il cine¬ 


II Signore degli anelli - Il Ritorno del Re 

ma che verra riuscira a soprawivere 
con una sua autonomia e nella sua in- 
tegrita adattandosi ai meccanismi di- 
versi di distribuzione. 

Altro discorso che vorrei avanzare e 
quello sulla funzione sociale del cine¬ 
ma: se il cinema si riconosce come ta¬ 
le, in quanto mantiene, in un qualche 
modo, una sua interezza testuale, e in¬ 
somnia non viene distrutto dai nuovi 
media, ma “rimediato”, secondo me c’e 
da chiedersi se mantenga o meno la 
sua capacita, accennata prima da Va¬ 
lentina, di essere il centra di un’orga- 
nizzazione e risistemazione sociale. 
Ho letto che secondo alcuni, e io sono 
perfettamente d’accordo, il cinema 
riacquisterebbe oggi una qualche auto- 
revolezza proprio in quanto e l’unico 
luogo dove si trovano ancora dei di- 
scorsi compiuti. Andando su internet 
ti rendi subitaneamente conto della 
diffusa assenza di una qualsiasi coe- 
renza testuale. Cio e vero gia dai tem¬ 
pi di Matrix. Questo film e una sorta 
di “Bibbia” per tutta una generazione 
di giovani che, dispersi nella rete, han¬ 
no visto in Matrix, con tutto il suo en- 
ciclopedismo, con il suo sincretismo 
culturale, un testo da sottoporre a con¬ 
tinue interpretazioni. Se il cinema 
continua a mantenere una propria coe- 
renza testuale allora resistera, e soprav- 
vivra anche nel future. Per concludere, 
i fenomeni di apparente dispersione 
del film sul web, per chiosare quanto 
ha detto Valentina prima, potrebbero 
essere visti come dei luoghi di ri-sog- 
gettivizzazione del cinema. Proprio 
grazie al discorso della “coda lunga” si 
potrebbe fra l’altro guardare al web co¬ 
me il luogo per recuperare dei film, co¬ 
me il muto o il genere sperimentale, 
che stanno altrimenti scomparendo, o 
rimangono irraggiungibili alio spetta- 


tore, con tutto il corollario di funzione 
aggregante consueta al web: la creazio- 
ne di community specializzate che dan- 
no al film una autorita maggiore ri¬ 
spetto agli altri media: dalle serie tele- 
visive ai reality e i blog... 

RM: Tutto sommato, quella specie di 
teoria della riaggregazione testuale - 
mi permetto di chiamarla cosi - sug- 
gerita da Federico, e molto vicina alia 
mia ipotesi. La considerazione che fai 
mi pare abbastanza giusta, pur appo- 
nendo considerazioni ulteriori. E mi 
spiego con esempi concreti. Mentre 
parliamo - quando uscira la rivista si 
trattera di un fenomeno gia vecchio - 
e cominciata la vita cinematografica di 
Twilight, con migliaia di persone che 
attendono in fila di entrare in sala, e 
1’intervista del TGI alia ragazzina che 
ha deciso di vedere il film lungo tutto 
il weekend fino a che non sverra do- 
menica notte, assistendo a ventiquat- 
tro proiezioni consecutive... 

Il caso di Twilight e esemplare. Twili¬ 
ght e gia un romanzo. Si immagina fin 
da ora un lunghissimo sfruttamento 
del marchio Twilight, che in parte gia 
c’e, su tutte le altre piattaforme media¬ 
li ma anche nella filiera di altri oggetti 
di consumo, secondo una strategia no- 
ta da molti anni. Da quello che faceva 
Spielberg negli anni Ottanta a quello 
che fa oggi Twilight non cambia mol¬ 
to. Cambia quantitativamente il nu- 
mero di piattaforme e di luoghi di 
consumo in cui viene poi erogato il te¬ 
sto frantumato, il marchio, il brand che 
dir si voglia. Pero il passaggio in sala, o 
meglio ancora, il momento prototipico 
del prodotto grazie al quale si aggrega 
una comunita vastissima di fanatici, e 
non solo, anche di semplici curiosi e 
spettatori, continua ad essere la sala. 
Fino ad ora abbiamo pensato alia sala 
come a un mondo nobile, di artisticiz- 
zazione del cinema, e immaginato che 
l’aggressivita dei nuovi media, o sem- 
plicemente degli altri media, ferisse un 
corpo, quello cinematografico, che ha 
cominciato a sanguinare da mille feri- 
te, che si chiamano: YouTube, internet, 
P2P, DVD, eccetera, fino a prosciugar- 
si e scomparire... La sensazione e che 
un tale scenario non faccia gioco agli 
stessi produttori di testi audiovisivi, e 
che quando questi testi audiovisivi 
hanno certe caratteristiche (potrebbe¬ 
ro essere quelle del blockbuster, quelle 
della saga, quelle deU’horror), la sala ri- 
manga il luogo, anche in futuro, intor- 
no a cui questa strategia di erogazione 
del testo diviso in varie parti debba 
ruotare. Tutto sommato non ci sono 
ancora cosi tanti sostituti in grado di 
scalzare la funzione sociale dell’andare 
al cinema, attraverso un raggruppa- 
mento di persone che poi si riproduce 
in una ritualita. E tutto sommato la 


mia sensazione e che non ci sia una 5 
sorta di lupo cattivo capitalista che vo¬ 
glia distruggere l’esperienza cinemato¬ 
grafica, visto che, al contrario, se ne fa 
forza. Si potrebbe pensare ad una sor¬ 
ta di rifunzionalizzazione della sala 
non piu come un luogo di massa, ma 
come luogo in cui c’e un testo integro 
di per se stesso, al di la della sua arti- 
sticita o presunta tale. E per il fatto 
stesso di essere integro ha una funzio¬ 
ne sociale nobilitata. Quindi l’andare 
al cinema diventa, rispetto a tanti anni 
fa, qualcosa di socialmente alto. 

A me questi segnali arrivano anche dal 
punto di vista dei discorsi sociali e me¬ 
diali. Sempre meno noterete nei tele- 
giornali o negli organi di informazione 
una sorta di sotterranea condanna del- 

10 spettacolo cinematografico, anche 
solo come traviatore di giovani menti. 
Sempre piu, ora ci si concentra su In¬ 
ternet, su YouTube, sul social network. 
Facebook e sulle pagine dei giornali un 
giorno si e un giorno no. Ai media 
sembra un luogo di dispersione, di im- 
moralita, di focolai di estremismi poli- 
tici... piuttosto che di distrazione per 
gli impiegati fannulloni... e chissa co- 
s’altro. E quindi la sensazione e che sui 
new media si sia concentrate adesso 
tutto quell’interesse negativo e demo- 
nizzante che gli organi di informazio¬ 
ne di volta in volta hanno riservato ad 
un medium specifico. E che il cinema 
in sala, pian piano, stia diventando - di 
nuovo - una forma di comportamento 
sociale accettabile... 

11 fatto e che noi abbiamo bisogno di 
nuovi strumenti di definizione del ci¬ 
nema. Evidentemente da una parte c’e 
il cinema che viene riconosciuto attra¬ 
verso le sue caratteristiche tecniche: 
Davide faceva riferimento ai produtto¬ 
ri di pellicola. Altri alludono al cinema 
come categoria linguistica. Altri anco¬ 
ra pensano alle piattaforme mediali su 
cui esso viene fruito. La sensazione e 
che dobbiamo allora allargare gli ope- 
ratori estetico-sociali che definiscono 
che cosa sia il cinema: a cominciare 
dall’educazione, quindi dalla pedago- 
gia, dalla didattica, daU’universita, per 
poi proseguire con i mezzi di informa¬ 
zione che continuano a mantenere la 
loro funzione critica. 

Per esempio, oggi nei media l’informa- 
zione sui festival e piuttosto visibile, 
sempre a patto che il festival riesca a 
vendersi bene. Sui quotidiani naziona- 
li, da Venezia, a Roma, a Torino, da 
settembre in poi, non facciamo che 
leggere di festival. Il festival continua a 
rimodellare e ridefinire il cinema come 
linguaggio para-artistico, e a volte re- 
cupera qualche idea centrifuga ripor- 
tandola aU’effetto-cinema. Ricordate 
quando qualche anno fa, a Venezia, e 
state proiettato Drawing Restraint 9 di 
Matthew Barney. Tutti questi sono 
































































TAVOIA ROTONDA 


tentativi di reintegrare esperienze lon- 
tane dal cinema tradizionale, che ma- 
gari sono cinema vanishing in arts, e 
ricollocarle all’interno delle mostre 
d’arte cinematografica. Tutto congiura 
a far si che il cinema restituisca inte¬ 
grity ai brandelli audiovisivi e multi- 
mediali che pure lo saccheggiano. Ba- 
sti pensare che mi e capitato, una vol- 
ta, a lezione, di usare delle antologie 
delle sequenze di Toto gia pronte su 
YouTube, piuttosto che andarle a repe- 
rire io stesso su VHS e DVD. D’altra 
parte pero ci sono tanti altri operatori 
di cui magari non teniamo conto, pe- 
dagogici, informativi e frutto delle 
istituzioni cinematografiche, che riag- 
gregano questi testi di continuo, facen- 
doH diventare un oggetto, l’oggetto-ci- 
nema, che ancora e riconosciuto so- 
cialmente. Piu o meno si pensa di sa- 
pere che cos’e il cinema, anche da par¬ 
te delle fasce meno colte della popola- 
zione. Questo riaggregarsi dell’espe- 
rienza cinematografica in sala puo es- 
sere consono o congruo alle strategic 
di pianificazione industriale di coloro 
che il prodotto cinematografico lo rea- 
Hzzano. 

DG: Sono d’accordo sull’esigenza di 
mettere a punto il grimaldello teorico 
su singoli casi, dal momento che stia- 
mo trattando di uno scenario assai ne- 
buloso. Per sottrarci al problema di ca- 
pire quale potra essere lo scenario di 
futura soprawivenza e di rinfunziona- 
Hzzazione culturale e sociale del cine¬ 
ma, sarebbe opportuno dunque partire 
proprio da riflessioni puntuah su sin- 
goli film, e su singole strategic produt- 
tive e distributive. La mia sensazione e 
che, a partire da tutto quello che hai 
detto, si possa, e forse si debba, comin- 
ciare a ragionare su un’idea di museifi- 


cazione del cinema nell’eta del virtua- 
le. Ossia: per museificazione s’intende 
sohtamente qualcosa di negativo: con- 
finare l’opera d’arte in una teca polve- 
rosa per lasciarla li a decantare... ren- 
dendola culturalmente inerte. In que- 
sta visione s’awertono ancora gli echi 
delle grandi avanguardie del Novecen- 
to, per le quali il museo andrebbe mes- 
so a fuoco: il Museo va distrutto per 
rinnovare l’Arte! Ora, questo non e il 
momento, per il cinema, di fare i baffi 
alia Gioconda, ma piuttosto di metter- 
la sotto il vetro antiproiettile. Intendo 
dire che secondo me e una cosa positi- 
va andare verso un’idea di museifica¬ 
zione cinematografica intesa come as- 
segnazione del massimo rilievo all’e- 
sperienza filmofanica in sala, proprio 
come awiene durante i festival. Ad 
esempio, generalizzando un po’: al 
multiplex si vede il film con un tipo di 
spettatore che e ormai sempre di piu 
awezzo al DVD, quindi ad una frui- 
zione distratta del film, e che ormai 
sostiene con fastidio la visione prolun- 
gata. Cio si manifesta spesso in brusio, 
commenti a voce altra, eccetera... Se 
invece vai a vedere i film muti a Por- 
denone, durante le Giornate del Cine¬ 
ma muto, e osi anche soltanto accen- 
dere un telefono cellulare... ti sparano! 
Allora, un’idea di Museo del Cinema e 
l’idea di un Cinema-Museo che per- 
viene alia fine di un percorso, di una 
sua parabola estetico-culturale, e che 
ha subito le varie pastoie di legittima- 
zione sociale secondo un iter analogo a 
quello sostenuto da altre forme di tra- 
sferimento del contenuto, come ad 
esempio (in tempi piu antichi) l’edito- 
ria cartacea. 

Ed e effettivamente giunto il momen¬ 
to di progettare, dal punto di vista di- 
dattico-istituzionale, nuove strategic 


atte a riqualificare il cinema all’interno 
del contesto universitario, e poi socia¬ 
le, in quanto oggetto culturale, a parti¬ 
re proprio dalla morte del Soggetto. 
Intendo dire che se e vero che il cine¬ 
ma e in difficolta come merce... Beh, 
non e poi cosi un male per la discipli- 
na che lo deve studiare! Anzi, solita- 
mente, le discipline che si occupano di 
oggetti non piu vivi riescono a sondar- 
ne con piu chiarezza confini, bordi e 
sfumature. 

VR: Volevo ritornare brevemente su 
Matrix. Se non ho capito male, Roy e 
Federico concordano nel vedere in 
Matrix una “prova” della solidita del 
testo cinematografico, della possibility 
di racconti compiuti. Sono perfetta- 
mente d’accordo! Peraltro Matrix e le¬ 
gato a una certa produzione di quegli 
stessi anni: eXistenZ, ad esempio, o 
The Truman Show, e tutta una serie di 
film che lavorano su problematiche 
cruciali, che quindi danno ancora pro¬ 
va di quella funzione di “messa in for¬ 
ma” di cui si diceva... Eppure e stata 
proprio certa critica ad assumere una 
posizione per certi versi paradossale, a 
introdurre, di fronte ad un testo come 
Matrix, delle forzature, sostenendo 
che Matrix si coglie pienamente solo 
nei suoi rapporti intertestuali ed inter- 
mediali. Questo e vero, da un certo 
punto di vista, perche Matrix introdu¬ 
ce evidentemente elementi di “erosio- 
ne” dei confini testuali, di cui bisogna 
rendere conto, ma e altrettanto vero 
che Matrix non produce un “collasso” 
della testualita cinematografica, nel 
senso che rimane comunque un mon- 
do possibile autosufficiente e compiu- 
to (con tutti i riferimenti intertestuali 
del caso, ma quale testo non ne atti- 
va?). 

Inoltre a me sembra di vedere una di¬ 
stanza profonda tra il primo episodio 
di Matrix , che ancora fiinziona in que¬ 
sti termini, e gli altri due episodi della 
trilogia, che perdono moltissimo in 
termini di capacita di “narrativizzazio- 
ne” dell’esperienza. Personalmente cre¬ 
do ancora nelle forme di “tenuta” del 
cinema rispetto ad un pericolo di di- 
spersione assoluta, e mi capita spesso 
di ripensare a una considerazione che 
faceva Umberto Eco ormai tempo fa, a 
proposito dell’ipertesto, quando invi- 
tava ad una certa cautela dicendo: “E 
tu vuoi che la gente paghi per decide- 
re se Renzo sposera Lucia?”. Credo 
che questo sia tuttora vero, nel senso 
che abbiamo ancora bisogno di storie e 
siamo ancora legati a questa vocazione 
del cinema. Resta il fatto che si tratta 
attualmente di una vocazione in diffi¬ 
colta. Per un certo tempo ho pensato 
che questa vocazione di affabulazione 
si fosse trasferita sulle serie televisive, 
come se si fosse registrato una sorta di 


passaggio di testimone... Ma mi pare 
oggi che anche qui le cose stiano cam- 
biando, nel senso che le proposte piu. 
nuove, ad esempio Lost e Heroes, vanno 
chiaramente verso una moltiplicazione 
sempre piu vertiginosa di livelli tem- 
porali e personaggi, testimoniando 
forse piu una “fatica” che una capacita 
di narrare, esaltando il disordine e pro- 
crastinando la fine. Ammesso che i 
modelli di riferimento in tutto questo 
siano ancora legati alia tradizione nar- 
rativa... 

FP: Soprassiedo su Matrix, che per me 
rimane intrinsecamente un’esperienza 
intertestuale e multimediale, in quanto 
non vedo un’incompatibilita tra l’in- 
termedialita ed il cinema che soprawi- 
ve come luogo di coagulazione di una 
serie di esperienza contraddittorie e 
disgregate, che da qualche parte cerca- 
no una loro matrice d’approdo... 

VR: Credo che Matrix sia la prova di 
questa possibile coesistenza e che sia 
stata invece certa critica a decretare la 
fine di questa modalita multipla di 
convivenza tra diversi ambiti... 

FP: Sono d’accordo con te. Non sono 
d’accordo con chi dice che non si puo 
piu ritrovare da nessuna parte la coe- 
renza. Secondo me una coerenza c’e: 
ed e quella dell’incoerenza. Ma e pro- 
grammata questa incoerenza! Il cine¬ 
ma non e mai stato uno strumento di 
asservimento, di “lobotomizzazione” 
delle menti! Il cinema non e mai stato 
un dispositivo capace di imporre un 
pensiero unico, ma un luogo in cui ci si 
poteva confrontare magari con dei 
“modelli” ma che ognuno poi interpre- 
tava a suo modo, con la propria testa e 
nella propria vita. Non si puo quindi 
contrapporre i nuovi media al cinema 
dicendo che la frammentazione te- 
stuale sarebbe garanzia di molteplicita 
interpretative che prima non c’era: 
questo valeva anche per i film. La cri¬ 
tica cinematografica ne e solo la prova 
piu evidente. 

Per tornare a Roy: dicevi che la sala ha 
rischiato di essere aggredita da varie 
forme di media. Non credo sia quello 
che sta succedendo, perche il tentativo 
di liquidazione della sala come luogo 
culturale da parte del capitalismo c’e! Il 
punto e che la sala diventa un luogo di 
fruizione totalmente commerciale. 
Che non vuole dire, lo sappiamo, come 
la storia del cinema insegna, che l’in- 
dustria cinematografia non sia invece 
soggetta a infiltrazioni artistiche. Ma 
vuol dire che la distribuzione non e in- 
teressata a proporre un prodotto che 
non sia immediatamente spendibile 
nel multiplex. Sia la sala che i festival 
si inseriscono in un generale movi- 
mento di privatizzazione, che si chia- 



Saw V 












IAV0 LA ROTONDA 


ma neoliberismo, in cui il commercio e 
i meccanismi di valorizzazione capita- 
listica della cultura sono sempre piu 
intensi. Per cui la sala e il festival di- 
ventano sempre piu visibili, proprio 
perche sono ristrutturati secondo logi- 
che di valorizzazione commerciale. Il 
meccanismo qui vede il dispositivo del 
festival trasformarsi in un qualcosa di 
piu integrate al nuovo meccanismo di 
produzione economica. Allora, ripar- 
tendo con la riflessione sul cinema co¬ 
me qualcosa di diverso, di artistico... 
Come diceva Davide, si potrebbe ri- 
flettere sul percorso di evoluzione che 
ha organizzato il fumetto. In realta 
non e morto, anzi. Secondo alcuni 
punti di vista il settore e molto piu at- 
tivo e produttivo di prima, anche dal 
punto di vista commerciale. C’e meno 
fumetto popolare, e si vendono meno 
fiimetti. Pero se ne vendono di piu in- 
teressanti a livello medio, producendo 
anche ricchezza economica. Il cinema 
si trasforma su Internet, si trasforma 
nella fase della distribuzione e del con- 
sumo... Pero vedremo se resiste a que- 
sta logica che va a detrimento di tutto 
quello che non e profittevole. Il discor- 
so di Anderson e Jenkins, secondo i 
quali (grosso modo) tutto andra sem¬ 
pre meglio, da questo punto di vista mi 
lascia scettico. 

Concludo con un’osservazione sul di- 
scorso di Davide riguardo al fatto di 
considerate il cinema come qualcosa di 
“morto”. Secondo me il cinema non e 
una merce in difficolta. Per certi aspet- 
ti produce tanto quanto e, forse, anche 
piu di prima; e per altri aspetti invece 
semplicemente si trasforma, forse in 
modo persino positivo rispetto al pas- 
sato. Sicuramente la crisi puo aprire 
nuove strade anche per un cinema in- 
dipendente e autoriale un po’ meno ri- 
calcato sui vecchi modelli. Per questo 
motivo, a Hvello di organizzazione de- 
gli studi accademici, non auspico una 
netta separazione fra chi fa ricerca sul 
cinema tradizionale e chi si occupa del 
panorama contemporaneo: credo sia 
possibile e piu utile che i due campi ri- 
mangano uniti, in modo che coloro i 
quali credono nel cinema com’era, con- 
tinuino a ricordarci che esso avrebbe 
potuto anche essere diverso, che quel¬ 
lo di oggi non e l’unico possibile, nella 
speranza (o l’utopia) che il cinema del 
future possa essere addirittura miglio- 
re di quello che abbiamo visto fmora. 

RM: Riassumendo: la sala diventa uti¬ 
le, da una certo punto di vista, per im- 
porre un’idea di cinema, che e quella 
dei multiplex. Ma dalla sala, comun- 
que, si passa. Anche nelle caratteristi- 
che negative di sfruttamento delle lo- 
giche del profitto: cosi, esattamente, 
proprio su questo corpo di film, e non 
a caso, vengono fatte molto spesso le 


operazioni artistiche di frammenta- 
zione, riuso... Molto spesso lo si fa 
proprio sui film piu commerciali, piut- 
tosto che sui film d’autore che vengo¬ 
no considerati in buona parte gia un 
lavoro artistico sulle potenzialita del 
linguaggio cinematografico. Mi sem- 
bra di capire che nessuno di noi, al 
momenta di questa tavola rotonda, an- 
nunci il tramonto definitivo, e a bre- 
vissimo termine, del consumo in sala. 
Io aggiungevo addirittura che se anche 
cio awenisse, o se la sala diventasse 
sempre piu. marginale, sarebbero in 
ogni caso messe in atto nuove forme di 
socializzazione, che non saprei ancora 
intuire, da parte degh stessi produttori 
ed erogatori di testi cinematografici, 
proprio per consentire poi lo sviluppo 
delle successive fruizioni piu particola- 
ri, piu personali, piu sofipsistiche. Mi 
interessa anche il riferimento di Va¬ 
lentina alle serie televisive. Perche ho 
la sua stessa sensazione. Probabilmen- 
te e state un errore anche nostro... Ma 
non nell’ipervalutare il fenomeno, per¬ 
che, pare fuori discussione che la ric¬ 
chezza testuale ci sia stata e ci sia da 
molti anni. Piuttosto, nel pensare che 
quello fosse un motore in grado di so- 
stituire una funzione del cinema, o co- 
munque di garantire delle forme di 
continuity narrativa. Le considerazioni 
di Eco sono sotto gH occhi di tutti. 
Non e un caso che il mito dell’interat- 
tivita sia un po’ scomparso, no? Se ne 
era parlato tanto negli anni Novanta, e 
poi la cosa e passata in secondo piano. 
E Lost e esattamente uno di questi 
esempi. Uno dei segreti del successo di 
Lost e che si tratta di una delle serie te- 
levisive piu generose per quanto ri- 
guarda la capacita di sorprendere lo 
spettatore, che non vorrebbe mai deci- 
dere in prima persona dove piazzare 
l’isola, o dove portare Jack, o quale 
mondo fittizio sostituire all’altro... E 
proprio quella condizione di passivita, 
o meglio di scrivibilita dell’esperienza 
spettatoriale, che cerchiamo. Altri- 
menti le cose non funzionano. Era 
piuttosto evidente e chiaro. Ed e cio 
che e awenuto. Sono altre le forme di 
interattivita a cui siamo di fronte, e le 
abbiamo, credo, elencate: sia quelle di 
nicchia, piu artistiche, sia quelle piu 
comunitarie, contestualmente vive as- 
sieme all’altro tipo di consumo. L’uno 
non sostituisce l’altro. La sensazione 
infatti, a procedere da questo discorso, 
e che molti di noi, intendo delle perso- 
ne che si sono occupate del cinema in 
questa fase di trasformazione cosi ra- 
pida, abbiano spesso pensato in termi¬ 
ni esclusivi: o questo o quello. Se il ci¬ 
nema in sala non funziona viene sosti- 
tuito dal cinema a casa propria... Se il 
cinema, in particolare quello america- 
no di grande consumo, non riesce piu 
a narrare e perche le serie televisive si 


sono sostituite a questo tipo di narra- 
zione. Ecco, questo tipo di oscillazio- 
ne/sostituzione e una, credo, delle ca- 
ratteristiche di chi si occupa di cine¬ 
ma, da sempre. L’Apocalisse e una par¬ 
te tipica della teoria del cinema, dalla 
sua nascita! Cioe l’idea che il cinema 
sia sempre sull’orlo della morte, credo 
sia consustanziale alia nascita del cine¬ 
ma come mezzo fineottocentesco, e 
quindi deperibile nell’arco del suo po- 
sizionamento nelle arti tradizionali. 
Credo si tratti di una sorta di processo 
inconscio che continua a funzionare... 
In realta le cose sono piu complesse: 
subiscono accelerazioni e decelerazio- 
ni. Anzi, dagli anni Novanta ad oggi 
sono piu le decelerazioni, che le acce¬ 
lerazioni. 3-D digitale, proiezione in 
video, ecc.: sicuramente sono cose che 
awerranno, ma senza dubbio non nei 
termini in cui gli specialisti in multi- 
media le annunciavano negli anni No¬ 
vanta. Adesso invece i teorici che ab¬ 
biamo citato, da Jenkins, a Rodowick, 
a Cubitt, ci permettano di tracciare 
uno scenario piu credibile, aperto alle 
influenze piu disparate. 

A proposito delle altre testualita, vor- 
rei aggiungere che anche queste ultime 
sono sottoposte a un mutamento forte. 
Per fare un esempio, il fenomeno delle 
IPTV (web, tv generalista e canali a 


pagamento in un unico pacchetto) 7 
permette di avere un archivio imme¬ 
diate degli ultimi giorni di program- 
mazione on demand , giorno e notte, su 
tutti i canali: puoi recuperate ogni tra- 
smissione su ogni canale, e tutto resta 
in archivio a tua disposizione. Non si 
usano supporti (che in pochi anni 
scompariranno). Sara tra breve possi¬ 
bile - come in parte lo e gia oggi - al¬ 
io spettatore slacciarsi dal palinsesto e 
scegliere cosa trattenere. Si registra di- 
rettamente sulle memorie. Ed e una 
cosa interessante per l’ontologia dei 
mezzi: un archivio generalizzato sem¬ 
pre disponibile. Siamo gia a meta del 
guado. Oggi possiamo vedere in pod¬ 
cast, quello ufficiale intendo, le tra- 
smissioni televisive della RAI che ab¬ 
biamo perso, i programmi radiofonici 
della mattina, ecc. Andiamo verso l’ar- 
chivio generalizzato che annuncia il 
tramonto dei palinsesti, almeno al di 
fuori delle reti generaliste, le quali si 
occupano invece, mi sembra, di stare 
addosso alia diretta, al dibattito, talk 
show, al reality , che magari richiedono 
piu socializzazione. Tra poco credo 
l’interazione tra Yon line e Yon tv sara 
defmitiva. 

DG: Anch’io vorrei fare alcune consi¬ 
derazioni conclusive. Per sintetizzare 



Matrix Reloaded 



TAVOLA ROTONDA 


8 le mie previsioni per il futuro, rimodu- 
landole secondo gli spunti tratti da 
questo nostro dibattito: la difficolta di 
immaginare il volto del cinema che 
verra proviene dal fatto che bisogne- 
rebbe sempre distinguere tra cinema 
come pratica, come fruizione e come 
traccia memoriale, ossia come storia 
della ricezione, nella memoria colletti- 
va, del cinema. Su questi tre versanti, 
come muoversi? Rimanendo attinenti 
al discorso, da poco sollevato, del cine¬ 
ma come dispositivo di fruizione di un 
film in pellicola in sala... Beh, dato 
che, come diceva Roy, il cinema nasce 
in crisi, vive in crisi e probabilmente 
morira in crisi - nel senso che soffre di 
una “crisi endemica” - e dato che il 
rapporto del cinema con i nuovi media 
non e semplicemente di competizione 
(mi sembra un po’ vecchiotta la pro- 
spettiva del medium-nuovo-arrivato 
che scende in campo e “mangia” il vec- 
chio, ma piuttosto il nuovo medium 
stabiHsce con quello gia presente dei 
rapporti di emulazione, scambio, di 
“rimediazione” di contenuti e forme), a 
mio awiso il cinema che verra sara 
sempre piu sacralizzato proprio in 
quanto dispositivo di fruizione in sala. 
Da questo punto di vista a mio awiso 
rimane centrale l’invenzione cinema- 
tografica del divo, a sua volta rubata da 
altre tradizioni. Ribadisco questo pun¬ 
to. Il divo cinematografico ha una fun- 
zione sociale molto piu ampia del ci¬ 
nema come merce, e 1’impatto che ha 
avuto il divo sulla societa occidentale, 


in termini di immaginario e di forma 
politica, mi sembra evidente. 

Poi immagino il futuro del cinema-di- 
spositivo-di-sala come un cinema non 
per tutti, elitario, sicuramente costoso, 
e magari diradato nel tempo in coinci- 
denza con particolari eventi: festival o 
analoghe iniziative. Penso a quanto gia 
awiene oggi per certe espressioni arti- 
stiche che sono mantenute sotto una 
campana di vetro e godono degli inter- 
venti statali: come l’opera lirica. Che 
non e certamente una cosa popolare, 
ma si tratta di un evento che si va a ve- 
dere in determinati momenti dell’an- 
no, ed in determinati istituti che si oc- 
cupano di preservarla. E questa, secon¬ 
do me, potrebbe essere una possibile 
forma del cinema che verra: festival 
dove si va a vedere il film antico, o ma¬ 
gari primo-sonoro, o magari “classico” 
e anche sperimentale. E si paga, si pa- 
ghera, magari anche molto per veder- 
lo, ottenendo pero in cambio determi¬ 
nate garanzie di qualita nella proiezio- 
ne e sull'integrita del testo. Per quanto 
riguarda invece il “cinema che verra” 
come “film che verra”... La questione si 
fa molto piu complessa. Secondo me 
su questo punto si potra ragionare con 
chiarezza solo quanto la nostra disci- 
plina si sara chiusa rispetto al suo og- 
getto, rispetto ad un oggetto “museifi- 
cato”, per tornare al mio punto di cui 
sopra. 

VR: Se ho capito bene la posizione di 
Roy, condivido assolutamente l’idea di 


pensare il cinema attuale (e che 
verra...) come un luogo di coesistenza 
tra quelli che sono tratti del Novecen- 
to e quelle che sono forme nuove di 
dispersione - uso questo termine sen- 
za alcuna accezione negativa. Credo 
sarebbe un errore ignorare una delle 
parti o fare il necrologio di quello che 
il cinema e stato... Certo, sarebbe un 
atto di scarso realismo. Ma volevo av- 
viarmi anch’io verso la conclusione con 
due considerazioni. 

In quest’ultimo periodo mi e capitato 
spesso di pensare al cinema che verra 
non solo come a un luogo di produzio- 
ne testuale, ma anche come a un luogo 
di riflessione e studio. All’interno di 
questa “seconda” idea di cinema che 
verra, mi pare che alia teoria sia riser- 
vato una spazio sempre piu circoscrit- 
to e marginale, e chiaramente parlo di 
teoria non come di un apparato meto- 
dologico precostituito da applicare ri- 
gidamente agli oggetti, ma proprio del 
contrario: teoria come costante inter- 
rogazione e ridiscussione del cinema, a 
partire dalle sue fondamenta. Credo 
che questa “rimozione” possa rappre- 
sentare un rischio, perche se emargi- 
niamo o rimuoviamo la possibility di 
un approccio teorico, rischiamo di non 
renderci conto che quello che noi 
chiamiamo “cinema che verra”, quello 
che postuliamo come “cinema che 
verra”, e un oggetto che noi stessi co- 
struiamo a partire da strumenti teorici 
che possiamo piu o meno esplicitare. 

Il “cinema che verra” non e che una co- 
struzione formulata a partire da una 
nostra cornice teorica, e questa consa- 
pevolezza va tenuta sempre attiva. 
L’ultima considerazione (legata stret- 
tamente alia precedente) e una sorta di 
“precauzione” da tener presente rispet¬ 
to alle considerazioni sul futuro: oc- 
corre stare attenti, credo, a non accet- 
tare passivamente certi discorsi pro- 
mozionali rispetto alle novita che noi, 
in quanto studiosi, saremmo tenuti ad 
analizzare e smontare, senza prenderli 
per buoni cosi come sono proposti... A 
tal proposito cito uno slogan proposto 
da Univideo (Unione Italiana Editoria 
Audiovisiva) nel 2006, che trovo mol¬ 
to interessante, a proposito della pro- 
mozione del supporto DVD, che dice¬ 
va: “Quanto ti piace un film... Devi 
Vederlo Dawero!”. Dove il lettering 
delle iniziali: “Devi - Vederlo - Dav- 
vero” riprendeva il logo del DVD... 
Oggi, questo slogan non funziona gia 
piu. Oggi, recita la nuova campagna di 
Univideo (2008), siamo “catturati da 
Blu-ray”. “Le serate a casa tua non sa- 
ranno piu le stesse”, garantisce. E do- 
mani...? 



Drawing Restraint 9 


Film e serie televisive citati 

Drawing Restraint 9 (Matthew Bar¬ 
ney, 2005). 

eXistenZ (David Cronenberg, 1999). 
Heroes (2006-...). 

Harry Potter e la pietrafilosofale (Harry 
Potter and the Sorcerer’s Stone, Chris 
Columbus, 2001); Harry Potter e la 
Camera dei Segreti (Harry Potter and 
the Chambers of Secrets, Chris Colum¬ 
bus, 2002); Harry Potter e ilprigioniero 
di Azkaban (Harry Potter and the Pris¬ 
oner of Azkaban, Alfonso Cuaron, 

2004); Harry Potter e il calice di fuoco 
{Harry Potter and the Goblet of Fire, 
Mike Newell, 2005); Harry Potter e 
I'Ordine della Fenice {Harry Potter and 
the Order of the Phoenix, David Yates, 

2007) . 

Lost (2004-...). 

Matrix; Matrix Reloaded-, Matrix Rev¬ 
olutions (Andy e Larry Wachowsky, 
1999; 2003; 2003); The Animatrix 
(2003). 

Saw - L’enigmista {Saw, James Wan, 

2004) ; Saw 2 - La soluzione dell’enigma 
{Saw II, Darren Lynn Bousman, 

2005) ; Saw III - L’enigma senza fine 
{Saw III, Darren Lynn Bousman, 

2006) ; Saw IV (Darren Lynn Bou¬ 
sman, 2007); Saw V (David Hackl, 

2008) . 

Il Signore degli Anelli - La Compagnia 
dellXnello ; Le Due Torri\ Il Ritorno del 
Re {The Lord of the Rings - The Fellow¬ 
ship of the Ring, The Two Towers-, The 
Return of the King, Peter Jackson, 
2001; 2002; 2003). 

The Truman Show (Peter Weir, 1998). 
Twilight (Catherine Hardwicke, 
2008). 

Autori citati 

Rick Altman, Film/Genere, Milano, 
Vita & Pensiero, 2004. 

Chris Anderson, La coda lunga. Da un 
mercato di massa ad una massa di merca- 
ti, Torino, Codice, 2007. 

Sean Cubitt, EcoMedia, Amsterdam, 
Rodopi, 2005; The Cinema Effect, 
Cambridge, MIT Press, 2004. 
Philippe Dubois (a cura di), CINEMA 
& Cie, Cinema et art contemporain / 
Cinema and Contemporary Visual Art, 
n. 8, autunno 2006 e Cinema & Cie, 
Cinema et art contemporain II / Cinema 
and Contemporary Visual Art II, n. 10, 
primavera 2008. 

Umberto Eco, “Non preoccupatevi per 
l’ipertesto” (1993), in La bustina di Mi¬ 
nerva, Milano, Bompiani, 2004, pp. 
161-162. 

Henry Jenkins, Cultura convergente, 
Milano, Apogeo, 2007. 

Lev Manovich, Il litiguaggio dei nuovi 
media, Milano, Olivares, 2002. 

David N. Rodowick, Il cinema nell'era 
del virtuale, Milano, Olivares, 2008. 








II cavaliere oscuro e gli altri, owe- 
to della maturita del cine-fiunetto 

Un’ipotesi di periodi'/zazione 

E sorprendente notate come, nelTepo- 
ca contemporanea, fevoluzione degli 
adattamenti cinematografiti del fu¬ 
metto di supereroi abbia ricaleato fe- 
delmente lo sviluppo del genere sulla 
carta stampata, ripercorrendone in-; 
nanzitutto le origin! e awicinaodosi in 
modo significative alle opere piii re- 
centi solamente negli ultitni tempi. II 
filone comindo infatti per prima cosa 
dal recupero dei personaggi della Gol¬ 
den Age del fumetto americano 
(1938-1954) e, in partkolare, del ca- 
postipite di tuttt i supereroi, Super¬ 
man 1 (Richard Dinner, 1978). Esauri- 
tasi la spinta di quefla serie, si prosegui 
allora con Batman 2 {Tim Burton, 
1989), una delltj primissime variazioni 
sul genere. Dope b prowisoria chiu- 
sura anche di questo tide, si passo alia 
pioduzionc Marvel c agli eroi della 
Silver Age (1956-1969), adattati in A- 
Men 3 ; (Bryan Siiiger, 2000), Spider- 
Man 4 (Sam Raimi, 2002), Daredevil 
(Mark Steven Johnson, 2003), I Fan¬ 
tastic! 4 k (Fantastic Four, Tim Story, 
2004), ecc. Inline, negli ultirni anni ab- 
biamo assistito ad un vasto ricongiun- 
gimento col fumetto di oggi, owero 
alia stagione inaugurata nel 1986 dal 
cosiddetto “revisionism© supereroisti- 
co” 7 e dalle opere ad esso successive, 
con i vari Hellbof (Guillermo del To¬ 
ro, 2004), Sin City ? (Robert Rodriguez 
e Frank Miller, 2005), 300 10 (Zack 
Snyder, 2007), Wanted 11 (Timur Bek- 
mambetov, 2008), ecc. , 

Questa riiettura prospettica, per quan¬ 
to parzialmcnte tendenziosa 12 , sugge- 
risce come sia possibile e utile comin- 
ciare a riflertere su una periodizzazio-: 
ne ragionata deU’ormai duratura fiori- 
tura degli adattamenti cinematografici 
del fumetto amerieano. La “ripetizio- 
ne” da parte del cinema :deJ|||g|prso 
compiuto dal genere supereroistico 
non ml sembra soltanto una coinci- 
denzi. ne la banale npropo lzionc di 
un tragitto gia sperimentato sulla base 
di un -emphec ragjnnamcnto com- 
merciale. Essa e mvece motivata da 
processi profondi, relativ i si lb stork 
del cinema uontemp > u eo . a tt no 
mem souo-cultjrah piu get tt tl, ihe d 
fumetto nt-va anrmpno pj.Jnlv1-j 
mente anche per via di tana fragiEta | 
industriale che lo costringe a continui 
e acceleratt adeguamenti alle murazio-c 
ni del gusto 

Se negli anni Ottanta i primi espeti- 
menti sono caratterizzati da una tona-i 

| |iii ii| o i < i i < m l 1 " 

ft' n i » u l it i 1 ‘ < i . 1 

failimentare Find*-G<r,k» dt Mike 
lit igi - l°f r , pr >p: . u; della 


scarsasintoniafra questo approccio re-'■ 
/?o c la semibilua m via di rinnova- 
mento del fumetto coevo. Negli anni: 
i*$||jjtnt In luogi mvece un primo 
tit innest > organico dell'im- 
magrnario fumettistieo nell’estetica 

dark che da 
(Sam Rai¬ 
mi, 1990) e II cvrva 14 ( The Crow, Alex 
Pi os as, 1994), tutd film maggiormen- 
teeapac 1 U I >m? nrsi sulle tenden- 
ze delle sottoculture fiimettistiche e 
dktMQi' del periodo Tuttavia, se que-: 
sti espenmenti riscuotono maggior 
successo, hanno perd uno scarso segui- 
to. La situazione cotnincia a cambiare, 
sul finite degE anni Novanta, con 
■ Buffy Ymtfi&ite iS&jjarr 15 (1997- 
2003), BladW (Stephen Norrington, 
1998! id ITbeINtiiriW (fratelli WS&i 
chowsk', 1999), in cui la dialettica fra 
i due Enguaggi si fa sempre piu srretta 
e da spesso vita a serie autonotne da: 
fonti fumettistiche pre-esistenti ma 
fortemente influenzate da quel tipo di 
estetica e di immaginario. Nonostante 
inlquesto periodo il panorama sia an 
cora dominate da personaggi gia affer- 
mati come quelli della Marvel e da una 
narrazione tutto sommato ‘'neoclassi¬ 
cal si assistc aU’esplosione commercia- 
le del filone cui si accompagna una sua 
cresdta sia quantitativa che quaEtati- 
va. Arriviamo cosi nel euore del primo 
decenmo del Duenula, quando ormai 
la situazione; appare matura: produtto- 
ri e pubblico sono prond per numero-1 

temporand - Eru mi padre 1 ' I Rc ,J 
Perdition, Sam Mendes, 2002), A Hi¬ 
story of Violence 19 (David Cronenbeig, ; 
2005), Vper Vendetta 20 ( V for Vendetta, 
fames Mclcigue, 2Q&5!, ec< ma m- 

dlgetpei fifei di upet v i n uti/ionali 
che si rapportano in modo piu fedele 
o, vieeversa, piii coraggioso alle serie: 
ouguj&ti - ,t me Iron \h> (Jon Fa- 
vreau, 2008) Vincrt ’ H ' 22 (The 
Incredible Hulk, Louis Leterrier, 2008) 
e II laiai n .. Don A 

Christopher Nolan, 2008). 

E dl questa fase che mi occupero qui,: 
tiferendomi in particolare aU’ultimo 
titoicp:citato. ■■ m 

i tutti bn ri nel ,,( fi 
■preseutatw almerio alcime delle carat- 
ten-tiilie the vorrei -nttoliuearc. c >o- 
j lbp ra di N< t m i m< >trarle 

llNfe |p 

Ltncite. iiilatti. che il process© di 
cui stiamo parlando diviene finalmcn- 
jyLlepHLpdyGeicdmsplitdto, per quan- 
gi. abbt zzatc in ope e pre :e 
dcilti. ad esempi" L’ntr.ab.il'/e (M. 
;,Kiglit,ShyaH)aian,;l < 5 , 99): Il “revisioni| 
|stdd|sup&eifel||i|di: iiitiiiy a.j ilepnitiyaf: 









ULTIMO SPETTACOLO 


10 


mente al cinema in modo per molti 
versi speculare a come si e manifesta- 
to nel fumetto. 

Per prima cosa, tutto (ri)comincia an- 
cora una volta da Batman. Come gia 
accadde con The Dark Knight Returns 
di Frank Miller (dal quale non a caso 
riprende il titolo - ma nient’altro, per 
la verita), l’Uomo Pipistrello e la chia- 
ve attraverso cui rimettere mano alle 
fondamenta stesse del genere. La ra- 
gione e che il personaggio costituisce 
fin dalla sua apparizione una sorta di 
critica immanente al topos del supere- 
roe: (troppo) umano, tenebroso, ten- 
denzialmente schizoide e violento, 
Batman svelo immediatamente le con- 
traddizioni culturali e ideologiche su 
cui si basa lo stesso Superman. La per- 
fezione apollinea di quest’ultimo si in- 
franse subito, rispecchiandosi, 
nell’“oscurita” del primo. 

Nelle opere degli autori “revisionisti”, 
sopra tutti Miller e Alan Moore, le in- 
novazioni riguardano sia questioni 
“formali” che “contenutistiche”. Sul 
piano stilistico, sceneggiatori e dise- 
gnatori spingono sul pedale 
dell’(iper)realismo: da un lato, si con- 
centrano sui dettagli ed esasperano la 
“verosimiglianza”del racconto e la rap- 
presentazione della violenza a livelli 
assolutamente inediti; dall’altro, lavo- 
rano con estrema liberta e sofisticazio- 
ne sul linguaggio fumettistico in una 
chiave spettacolare e metalinguistiea, 
utilizzando spesso toni quasi letterari. 
Sul piano della rielaborazione dell’im- 
maginario del genere, la rivoluzione e 
ancora piu evidente, poiche e lo stesso 
modello di eroismo ad essere messo in 
radicale discussione. Cost, ugualmen- 
te, Nolan abbandona la narrazione e la 
messa in scena contorte e artificiose di 
Batman Begins per adottare uno stile 
che - nell’ambito di un genere fanta- 
smagorico per definizione - assomigfia 
a quanto di piu crudo e “realistico” sia 
mai stato dato di vedere. A livello del 
racconto, poi, seguendo in questo 
esplicitamente il lavoro di Miller, il re- 
gista-sceneggiatore tematizza l’ambi- 
guita dell’eroe e ne espficita la perico- 
losa prossimita alia figura di un vigi¬ 
lante. Anche i film di Del Toro, Bek- 
mambetov, Favreau e Leterrier ruota- 
no intorno alio stesso nucleo proble- 
matico, oscillando continuamente fra 
una consapevole adesione aU’utifizzo 
della violenza illegale come strumento 
inevitabile per il controllo sociale e la 
critica di questa deriva. Lo scarto ri- 
spetto ai film di Donner, Burton o 
Raimi e piu profondo di quanto non 
possa sembrare a prima vista. Nel film 
di Nolan, in particolare, la questione 
emerge in tutta la sua evidenza: non si 
tratta piu solamente di rendere mani- 
festa 1’eccezionalita e la solitudine del- 
l’eroe, topos tradizionale; e la sua stes- 


sa legittimita ad essere messa sotto ac- 
cusa. La sottile distanza fra eroe ed 
antieroe e definitivamente infranta, e 
alio spettatore e chiesto chiaramente 
di interrogarsi sul problema: la risposta 
non e piu data in partenza. 

Un’altra coincidenza apparentemente 
banale e la nazionalita dei fratelli No¬ 
lan, autori della sceneggiatura di The 
Dark Knight. I due sono inglesi, come 
la grande maggioranza dei piu impor¬ 
tant! sceneggiatori di fumetti di supe- 
reroi degli ultimi vent’anni (a partire 
da Moore): la revisione delle icone 
della cultura pop americano passa, non 
sorprendentemente, attraverso lo 
sguardo esterno dell’Europa (ormai 
evidentemente interiorizzato, in qual- 
che misura, almeno da una parte degli 
Stati Uniti). 

Dalfilone al genere 

Queste pellicole compiono un’ulterio- 
re operazione all’interno della produ- 
zione cinematografica: da un semplice 
filone di pura exploitation sembra pren- 
dere lentamente forma un vero e pro- 
prio genere. Il “film di supereroi”, o 
meglio il “cine-fumetto” in generale, 
sta assumendo una posizione stabile e 
riconoscibile nel panorama cinemato- 
grafico. Non si tratta di un fenomeno 
puramente quantitativo: se si puo co- 
minciare a parlare di un genere e per- 
che questi film sembrano possedere 
una capacita mitopoietica pari quanto- 
meno a quella dei fumetti a cui si ispi- 
rano. Sia sul piano narrativo che su 
quello visivo, il blockbuster supereroisti- 
co raggiunge un’autonomia creativa 
che gli permette di generare una co- 
stellazione di prodotti indipendenti 
dall’immaginario di carta da cui deri¬ 
va, fino a collegarli fra loro in modo 
ben piu organico che in precedenza: 
The Dark Knight lo fa rielaborando in 
maniera originale il materiale di par¬ 
tenza; Hellboy dialogando liberamente 
con una serie innovativa degli anni 
Novanta; Iron Man e Hulk inserendosi 
in un progetto produttivo di ampio re¬ 
spire, destinato a continuare con altre 
pellicole per culminare nel 2011 con 
l’uscita di The Avengers, il primo lun- 
gometraggio che riunira personaggi di 
diverse collane, come accade nel fu¬ 
metto fin dalla Golden Age. Lo stesso 
proliferate di variazioni e parodie con- 
ferma questa tendenza: da Underdog 
(Frederik Du Chau, 2007) a Hancock 
(Peter Berg, 2008), da La mia super ex- 
ragazza (My Super Ex-Girlfriend, Ja¬ 
son Reitman, 2007) a Superhero -Ilpiii 
dotato fra i supereroi (Superhero Movie, 
Craig Mazin, 2008), il cui titolo allude 
in qualche modo a questa istituziona- 
lizzazione e generalizzazione di un 
prodotto a lungo rimasto episodico. 


Biopolitica in salsa supereroica- 

Ad un livello interpretative piu ambi- 
zioso, sembra possibile inoltre comin- 
ciare ad attribuire al film di supereroi 
una maggiore sintomaticita dal punto 
di vista culturale e sociale. La sua pro- 
mozione a “genere” autonomo puo es¬ 
sere infatti accettata solo in seguito ad 
una tale verifica. Dimostrando la par- 
zialita di letture economiciste, “psicoa- 
nalitiche” o banalmente sociologiche, 
personaggi come Superman e Batman 
smettono di poter essere visti esclusi- 
vamente come franchise di successo, 
manifestazioni di archetipi junghiani o 
abili registrazioni di mode generazio- 
nali. Nelle mani di autori come Miller, 
Moore o Nolan, essi divengono mezzi 
capaci di condurre discorsi complessi 
sulla natura del potere e del funziona- 
mento dei media, rivelare complessi 
psichici generali di matrice storico- 
culturale, praticare ardite sperimenta- 
zioni linguistiche e mettere a nudo le 
contraddizioni ideologiche del genere 
cui appartengono. 

In questo senso, The Dark Knight puo 
essere visto come una riflessione sullo 
stato di eccezione rappresentato nel- 
l’immaginario supereroistico, sintomo 
di una contraddizione profonda della 
democrazia americana. La figura del 
Joker, forza primordiale scatenata dal- 
l’eccezionalita dello stesso Batman - 
dalla sua semplice esistenza e non, co¬ 
me in Burton, da un espediente melo- 
drammatico -, provoca il collasso del- 
l’unica forza potenzialmente alternati- 
va al supereroe - la Legge incarnata da 
procuratore Dent - e prolunga indefi- 
nitamente l’anomalia. Il supereroe/vi- 
gilante, prodotto di una societa forse 
ontologicamente corrotta, si dimostra 
fondamento e alio stesso responsabile 
della crisi dello stato di diritto. 

A meno che non si adotti un approc- 
cio sostanzialmente estetizzante, come 
quello scelto ad esempio da Burton, il 


genere supereroistico e costretto ad af- 
frontare di petto questa contraddizio¬ 
ne fondamentale, senza peraltro poter- 
la sciogliere in alcun modo. Nella 
Gotham di Burton, non e’e nessuna 
Legge, e tutto un carnevale di freaks-, 
non ci sono istituzioni “credibih”, ne 
alcuna possibilita di articolare un di- 
scorso “politico”: si tratta di una enfa- 
tizzazione del lato favolistico e della 
rimozione della complessita sociale al¬ 
ia base del genere supereroistico. In 
The Dark Knight, invece, Nolan segue 
la direzione opposta, introducendo 
Batman e, per la prima volta, il film di 
supereroi dentro una “realta”, owero 
all’interno di un universo sociale arti- 
colato. Il problema “politico” del supe¬ 
reroe in quanto vigilante, vendicatore 
o difensore della legge diviene allora il 
centre della narrazione, mentre la 
messa in scena visiva si concentra sul¬ 
la riduzione del fantastico a tutto van- 
taggio delTambiente urbano e del cor- 
po dell’eroe. L’unico modo per costrui- 
re una narrazione credibile quando si 
colloca un supereroe in un mondo 
“reale”, quando si propone “seriamen- 
te” un uomo in costume da pipistrello 
come difensore della giustizia, e ren- 
derne esplicito il significato simbolico 
e svelarne le originarie contraddizioni: 
e questa la lezione di Miller e Moore. 
Il mondo diegetico non puo piu essere 
allora lo spazio meraviglioso della fa- 
vola. Gotham diviene Chicago (a dif- 
ferenza dei film di Burton, quello di 
Nolan non e girato in studio): e la 
“realta” ad essere corrotta quanto una 
citta fantastica, e il supereroe ad essere 
“reale” quanto le fantasie di vendet- 
ta/giustizia dell’americano medio. Nei 
film di Raimi, Spider-Man affronta 
scienziati pazzi, folletti verdi, uomini- 
sabbia: creature dell’immaginario fia- 
besco, esseri incantati quanto un Uo¬ 
mo Ragno dal costume sgargiante. In 
The Dark Knight Batman si scontra 
con la mafia, terroristi nichilisti, pro- 



Il cavaliere oscuro 














ULTIMO SPETTACOLO 


curatori impazziti: Gotham City non e 
piu il posto adatto per freak giocherel- 
loni, e diventata una realta dura , il luo- 
go di una guerra di tutti contro tutti. 
Il mondo del cine-fumetto comincia 
cosi ad assomigliare pericolosamente 
al nostro. 

Federico Pagello 

Note 

1. Superman esordisce su Action Comics, n. 1, giu- 
gno 1938, National Comics (ora DC Comics). 

2. Batman appare per la prima volta in Detective 
Comics , n. 27, maggio 1939, National Comics (ora 
DC Comics). 

3. The X-Men, n. 1, settembre 1963, Marvel 
Comics. 

4. Amazing Fantasy , n. 15, agosto 1962, Marvel 
Comics. 

5. Daredevil , n. 1, aprile 1964, Marvel Comics. 

6. The Fantastic Four, n. 1, novembre 1961, Mar¬ 
vel Comics. 

7. La definizione, curiosa, si riferisce al lavoro di ri- 
lettura critica del genere operata in testi fondamen- 
tali come The Dark Knight Returns (Frank Miller, 
1986, DC Comics) e Watchmen (Alan Moore e Da¬ 
ve Gibbons, 1986, Vertigo). Cfr. Daniele Brolli (a 
cura di), Ilcrepuscolo dei supereroi, Bologna, Telema- 
co, 1992; Geoff Kloch, How to Read Superhero and 
Why , New York, Continuum, 2000. 

8. La prima apparizione del personaggio fu in San 
Diego Comic-Con Comics, n. 2, agosto 1993. 

9. Primo episodio della prima serie fu pubblicato 
in Dark Horse Presents, n. 51, giugno 1991. 

10. Il graphic novel usci in forma di miniserie tra 
il maggio e il novembre del 1998 per la Dark 
Horse. 

11. La miniserie da cui viene tratto il film e di- 
stribuita dalla Top Cow Production tra il novem¬ 
bre del 2003 e il febbraio del 2005. 

12. Diversi film sfuggirebbero ad un troppo rigi- 
do tentativo di parallelismo cronologico, ma que- 


sto non mi sembra inficiare il senso del mio di- 
scorso, che e piu generale. 

13. Il film non e un adattamento da una serie 
preesistente, ma ha generato una miniserie della 
Marvel nel 1993 e una della Dynamite Enter¬ 
tainment nel 2007. 

14. La serie di James O’ Barr fu pubblicata per la 
prima volta dalla Caliber Press, una casa editrice 
indipendente, nel 1989. 

15. Anche questa serie non e un adattamento ma 
nasce da un’idea originale di Joss Whedon. Il per¬ 
sonaggio ha poi avuto un’incarnazione a fiimetti 
grazie alia Dark Horse, e soprawive anche oggi, 
dopo la chiusura della serie televisiva, proprio sul- 
la carta stampata. 

16. Il personaggio di Blade compare per la prima 
volta sulle pagine di The Tomb ofDracula , n. 10. 
luglio 1973, Marvel Comics. 

17. Una creazione inedita dei fratelli Wachowski, 
i quali peraltro avevano lavorato come sceneggia- 
tori per la Marvel. Anche Matrix genero una se¬ 
rie di brevi storie a fiimetti, stampate dalla Burly- 
man Entertainment, fondata dagli stessi registi. 

18. Il film adatta il primo di una serie di graphic 
novel dallo stesso titolo, pubblicato nel 1998 dalla 
Paradox Comics (un marchio posseduto dalla 
DC). 

19. Dal graphic novel pubblicato per la prima vol¬ 
ta da Vertigo nel 1997. 

20. La travagliata vita editoriale di questa graphic 
novel b nota: la prima parte fu serializzata (in 
bianco e nero) sulla rivista Warrior tra il 1982 e il 
1985 dalla Quality Comics, ma la serie fu conclu- 
sa dalla Vertigo (etichetta della DC Comics) solo 
nel 1988, in una versione ricolorata. 

21. Nato sulle pagine di Tales of Suspense , n. 39, 
marzo 1963, Marvel Comics. 

22. The Incredible Hulk, n. 1, maggio 1962, Mar¬ 
vel Comics. 

23. A quelli gia citati vanno aggiunti Hellboy 2 
(Guillermo del Toro), Hancock (Peter Berg, un 
film “di supereroi” ma non un adattamento da un 
fumetto) e The Spirit (Frank Miller, dalla serie di 
Will Eisner, creata nel 1941). 


Ooe-Legend-Mam. The Wrestler 
e gli altri lottatori decaduri 

The Wrestler (Darren Aronofsky, 2008) 


Di nuovo sullo schermo dopo lunghi 
anni spesi a soprawivere ad incontri di 
boxe, droga, alcol e scelte artistiche a 
dir poco discutibili - a seguito dell’api- 
ce raggiunto negli anni Ottanta con 
Rusty ilselvaggio (Rumble Fish, 1983), 

9 settimane e V 2 ( 9 V 2 Weeks , 1986) ed 
Angel Heart (1987) - Mickey Rourke 
e The Wrestler. 

L’attore, con la faccia scomposta dalle 
operazioni di ricostruzione dovute a 
tre anni di incontri da lottatore profes- 
sionista con lo pseudonimo di El Ma- 
rielito, e gonfio di vizi e di pillole proi- 
bite che hanno reso il suo corpo una 
sorta di triste fenomeno da baraccone 
(enfatizzato dalla grottesca costante 
presenza al suo fianco di un minusco- 

10 cane vestito a festa), non si cura del¬ 
la forma e va dritto alia sostanza: e lui, 
l’attore del film, a salire per primo sul 
palco della 65. Mostra di Venezia per 
ritirare il premio piu ambito della ga- 
ra. Ringrazia la giuria per aver preso la 
decisione giusta e lascia un paio di mi- 
nuti di applausi a Darren Aronofsky, 
oscurato, non solo fisicamente, da co- 
tanta presenza. 

11 film e, in parte, un lavoro autobio- 
grafico sullesperienza dell’attore, fir- 
mato da un regista che poteva appari- 
re il meno adatto a realizzare questo 
tipo di prodotto. 

Vent’anni dopo la sua gloriosa camera 
sul ring, Randy Robinson, detto The 
Ram (l’Ariete), vive in una roulotte, la- 
vora part-time in un grande magazzi- 
no, firma qualche autografo nelle pale- 
stre delle scuole e si esibisce nei fine 
settimana in qualche incontro nostal- 
gico dalle parti del New Jersey. Porta 
occhiali spessi per vedere e un appa- 
recchio acustico per sentire. 

E anacronistico. Con quei capelli gial- 
li, ossigenati, lunghi e stopposi, il 
bomber, le Timberland da nero di 
Harlem e un modello arcaico di video- 
gioco che non fa invidia neppure a un 
bambino di strada, che al classico gio- 
co del wrestling preferisce Call of Duty 
4 (ambientato in Iraq). E talmente so¬ 
lo che, per avere un assaggio di calore 
umano, deve andare in un locale di 
spogliarelliste. 

L’infarto che lo coglie sul ring durante 
un hardcore match (dove tutto e lecito, 
anche una pinzatrice che aggancia i 
fogli direttamente sulla came maciul- 
lata) sembra essere l’occasione per 
Randy di affrontare un Viaggio dell'E- 
roe alTmverso”, tema classico del cine¬ 
ma americano che ha come punta di 
diamante Viale del tramonto (Sunset 
Blvd, 1950) di Billy Wilder. 


Il faUimento e la distruzione fisica so- 
no temi che Darren Aronofsky aveva 
gia esplorato in passato, ma qui The 
Ram rappresenta l’essenza stessa del 
fallimento. La strada percorsa dal regi¬ 
sta e narrativamente semplice e sche- 
matica rispetto ai precedenti lavori: n - 
Ilteorema del delirio ( n , 1998), Requiem 
For a Dream (2000) e L'albero della vi¬ 
ta (The Fountain , 2006). La camera a 
spalla con una pellicola impastata che 
rende la ripresa quasi artigianale segue 
da vicino il wrestler, riprendendolo di 
schiena in segno di pudore davanti al 
volto dell’eroe in declino. E di spalle e 
anche l’ultima ripresa, interrotta dal 
nero sui titoli di coda e dalla canzone 
di Bruce Springsteen scritta apposita- 
mente per The Wrestler e per tutti i lot¬ 
tatori caduti. Da sempre, infatti, 
Springsteen viaggia dentro il cinema 
americano sulle tracce di quegli eroi 
consumati che ne hanno plasmato 
l’immaginario, ribelli, borderline, cow¬ 
boy solitari, veterani del Vietnam: 

I personaggi di Springsteen sono 
vivi ed esprimono un’urgenza di 
vita: sono raccontati nella vitality 
di dialoghi e azioni; spesso hanno 
nome e cognome, un passato, una 
storia alle spalle che pesa sul pre¬ 
sente, sono immersi in trame arti- 
colate, vivono in relazione stretta 
con altri personaggi, in consonan- 
za con il paesaggio urbano o natu- 
rale; sono dotati di un’intensita 
drammatica e al centra di conflitti 
che spesso non si sciolgono ma 
mantengono intatta tutta la po- 
tenza drammaturgica. Springsteen 
li fa vivere grazie a una stupefacen- 
te precisione icastica e a una cura 
puntuale del dettaglio narrativo. 
Sono cosi vivi che non “muoiono” 
con la fine della canzone 1 . 

Se gli uomini e le storie di Springsteen 
hanno saputo portare alia luce i luoghi 
oscuri dell’America e hanno oscurato 
f American Dream, quest’ultimo per¬ 
sonaggio raccontato dal Boss fa 
emergere la triste realta del lottatore e 
delle altre maschere che fanno parte 
del mondo wrestling, impiantati nel 
dura contesto di una vita che li accetta 
da emargmati. Randy e il simbolo di 
un paese ammalato, alia ricerca di un’i- 
dentita. Nelle ultime parole della can¬ 
zone infatti Springsteen si dice: “Have 
you ever seen a one-legged man trying 
to dance his way free? If you’ve ever 
seen a one-legged man then you’ve 
seen me”. 

Parallelamente al collasso fisico di 
Randy, dovuto all’eta e agli eccessi, egli 
vive anche la fase piu florida del wre¬ 
stling mondiale, la sua decadenza e 
successiva rinascita. Il wrestling infatti 
in Italia viene utilizzato come riferi- 



La prima tavola di Watchmen (1986) 


11 

















ULTIMO SPETTACOLO 


mento esclusivo alia lotta di tipo spet- 
tacolare, chiamata negli Stati Uniti 
ProWrestling , ma e molto popolare an- 
che in altri stati, come Giappone (do¬ 
ve prende il nome di Puroresu ), Messi- 
co ( Lucha Libre) e Canada; negli Stati 
Uniti vive il suo momenta di gloria fi- 
no a meta degli anni Ottanta, quando, 
con incontri oramai palesemente co- 
struiti a tavolino, conquista la televi- 
sione e aumenta i suoi profitti diven- 
tando uno sports entertainment. Du¬ 
rante gli anni Novanta, contestual- 
mente all’ammissione pubblica dei 
match concordati dagli adeti in ogni 
dettaglio e mossa, il wrestling ameri- 
cano subisce una battuta d’arresto, per 
poi rifiorire nei primi anni Duemila 
con il nome di World Wrestling En¬ 
tertainment. 

Il film e dunque anche una sorta di 
storia di un fenomeno spettacolare- 
sportivo che coinvolge piu generazioni 
ed ha espanso il suo potere mediatico 
dal videogioco al merchandising, dal ci¬ 
nema (non si contano le comparsate 
dei wresder nella commedia popolare), 
al reality show, colpo di coda di uno 
dei “one-legged man”, Hulk Hogan. 
Ma nella storia del wrestling dell’ulti- 
mo ventennio si sono verificati anche 
eventi tragici e morti premature, come 
quella del mito Eddie Guerrero, stron- 
cato da un infarto a trentotto anni, di 
Mr. Perfect, di Yokozuna e di mold al¬ 
tri divi del wrestling. E non si contano 
i lottatori dipendenti da droghe, far- 
maci antidolorifici, sostanze dopanti 
di qualsiasi genere. La malinconica 
maschera di Randy The Ram porta 
anche i segni di un “mestiere difficile” 
inghiottito dalla societa dello spetta- 
colo e avulso dal mondo sportivo. 

Un numero considerevole di film ha 
come tema di fondo il wrestling tanto 
negli Stati Uniti quanto ancora di piu 
negli altri paesi in cui questo sport e 
una leggenda: Giappone e Messico. 
Un esempio particolarmente interes- 
sante e Gachi Boy, Wrestling with a Me¬ 
mory (2008), del ventisettenne giappo- 
nese Koizumi Norihiro, presentato al 
Far East Film Festival 2008. Il film, 
tratto da una piece teatrale di successo, 
rappresentata per la prima volta dalla 
compagnia Modern Swimmers nel 
2004, e incentrato sul mondo dei lot¬ 
tatori di wrestling universitari non 
professionisti. 

Il film e una commedia brillante, dai 
toni demenziali. Ma il protagonista e 
portatore di un fardello pesante. Igara- 
shi Ryoichi, infatti, a differenza di 
Randy The Ram, e un novizio del wre¬ 
stling, ma rimane tale per sempre a 
causa di un trauma cranico che lo ha 
reso privo della memoria a breve e lo 
costringe ad imparare ogni giorno le 
stesse identiche mosse per poi dimen- 
ticarle la mattina seguente. 




Koizumi Norihiro e Darren Aronofsky 
mettono in scena una figura contem- 
poraneamente simile e speculare: leroe 
si rifiuta di cedere ai limiti del proprio 
corpo, irrimediabilmente compromes- 
so, ma se i lividi e il volto tumefatto di 
Randy lo rendono tristemente pateti- 
co, i segni lasciati sul corpo dagli in¬ 
contri sono l’unica testimonianza, per 
Igarachi, della sua esistenza. 

Il regista compie inoltre un interessan- 
te discorso metacinematografico. 
Guarda al cinema americano parodiz- 
zando sottilmente lo sport-drama 
(Rocky viene esplicitamente citato nel 
finale) e costruisce un personaggio che 
ha la stessa patologia del Guy Pearce 
di Memento (Christopher Nolan, 
2000) e le movenze goffe e improbabi- 
li del Jack Black di Nacho Libre (Jared 
Hess, 2006), esponente fantozziano- 
esuberante della Lucha Libre messica- 
na. Anche se non rinuncia ai manga 
nipponici per tratteggiare tutti i perso- 
naggi: esagerati, fiimettistici e strava- 
ganti. 

E possibile notare che, nel panorama 
cinematografico dell’ultimo triennio 
(prevalentemente statunitense, ma non 
solo), ad essere rappresentati sono per- 
sonaggi portatori di valori primari, ar- 
chetipali, mossi dall’impulso all’essere, 
al rimanere o al diventare personaggi 
mitologici. 

Pare che, nell’impossibilita di trovare 
una rappresentazione iconografica 
dell’eroe capace di incarnare il nostro 
tempo, la scelta debba ricadere nostal- 
gicamente sui volti del passato. Ne so¬ 
no un chiaro esempio i recenti sequel 
delle saghe dei personaggi che hanno 
caratterizzato 1’immaginario eroistico 
a cavallo fra gli anni Ottanta e Novan¬ 
ta: Rocky Balboa (Sylverster Stallone, 
2006), John Rambo (Sylverster Stallo¬ 
ne, 2008) e Indiana Jones e il regno del 
teschio di cristallo (Indiana Jones and the 
Kingdom of the Crystal, Steven Spiel¬ 
berg, 2008). 

“Il miglior cinema del mondo lo fanno 
gli anziani. O i soprawissuti. E cosa 
puo fare un soprawissuto anziario? 
Uno di quelli che portano le cicatrici 
sulla faccia e sull’anima come medaglie 
al valore ma fanno finta di niente. 
Quelli che ancora sono in piedi quan¬ 
do tutti gli altri hanno battuto in riti- 
rata”. Cost Giona A. Nazzaro esordi- 
sce nella sua recensione pubblicata al- 
l’uscita del sesto capitolo della saga 
pugilistica di Rocky 2 ; e continua: 
“Rocky Balboa e un film americano. 
Di quelli che si facevano una volta. Un 
film di quartiere [...] Ma che dentro 
di se ha mondi che stanno per scom- 
parire per sempre o forse sono gia 
scomparsi. [...] Rocky Balboa si pre- 
senta da subito come una figura au- 
tunnale. [...] Che giorno dopo giorno 
dialoga con le ombre e la morte, [...] e 


il racconto di un fantasma che sogna 
per Tultima volta la sua carne. Quella 
stessa carne che vive nei corpi di colo- 
ro che lo hanno amato come segno di 
una gioiosa ripetizione infinita sui ti- 
toli di coda”. Non e forse la stessa fi¬ 
gura archetipale che ci e apparsa alia 
visione di John Rambo, che a ventisei 
anni dalla sua prima apparizione vive 
la sua ultima awentura sanguinaria? A 
conferma del senso di perdita di valori 
antichi, Marzia Gandolfi scrive del 
film: “John Rambo e ‘il nostro che ar- 
riva’ da un passato leggendario in un 
presente ordinario che non prevede la 
possibilita di esistenza dell’eroe. [...] 
Come Rocky, anche Rambo esce di 
scena recuperando (nel titolo) nome e 
identita” 3 . 

Se ad avere bisogno di rivivere le av- 
venture di Rambo e Rocky e il loro 


“creatore” Sylvester Stallone, a recla- 
mare una nuova awentura di Indiana 
Jones sono prevalentemente i fan di 
tutto il mondo dell’eroe positivo creato 
da Spielberg, Lucas e Harrison Ford. 
A sessantacinque anni, Ford non si ac- 
contenta di riportare sullo schermo 
l’awenturoso archeologo con la frusta, 
ma si garantisce la possibilita di vivere 
ancora l’eterno “Viaggio dell’Eroe”; 
nell’ultima sequenza il figlio di Indie 
cerca di indossare il mitico cappello 
come a voler raccogliere il testimone, 
ma il vecchio Jones, con fare sornione, 
glielo strappa di mano e si allontana di 
spalle sorridendo. 

Che i titoli di coda vadano in nero sul 
ring o sulla promessa di ritorno del 
“one-man-legend”, quello che emerge 
chiaramente dallo sfondo e che, mai 
come ora, si awerte un nostalgico bi- 


The Wrester 


John Rambo 







































sogno di celebrazione. I miti degli an- 
ni Ottanta trovano consacrazione ma- 
nifestando, per la prima volta senza 
pudore, i loro corpi massacrati dall’eta. 
Darren Aronofsky, dopo l’esperienza 
di The Wrestler, si sta cimentando con 
un altro eroe del ventennio passato, 
Robocop, un altro personaggio che non 
cede ai limiti della sua carne. 

Sara Martin 


Note 

1. Mariapia Comand, “La scrittura delTimmagi- 
nario, il cinema di Bruce Springsteen”, in Alice 
Autelitano (a cura di), Catalogo XXVII Premio In- 
temazionale alia miglior sceneggiatura cinematogra- 
fica "Sergio Amidei” 17-26 luglio 2008, Gorizia, 
Transmedia, 2008, p. 42 II testo rappresenta fin- 
troduzione all’omonima retrospettiva del Premio 
dedicata al cinema di Bruce Springsteen. 

2. Giona A. Nazzaro, “Vecchia America...” Rumo- 
re, n. 179, febbraio 2007. 

3. Marzia Gandolfi, Rocky Balboa. II ritorno delVe- 
roe in action di Stallone, fuori tempo massimo epate- 
tico maproprio per questo commovente e malinconi- 
co, http://www.mymovies.it/dizionario/recensio- 
ne.asp?id=46440. 


Giuni Russo la suafigura e Niente e co¬ 
me sembra (Franco Battiato, 2007) 

“Sai che la sofferenza d’amore 
non si cura, se non con la 
presenza della sua figura”. 

Questa ripresa di San Giovanni Della 
Croce, messa in musica dalla cantante 
siciliana, e alia base del documentario 
di Franco Battiato su Giuni Russo, la 
quale, proprio nel periodo di piu stret- 
ta collaborazione col cantautore cata- 
nese, ha raggiunto la riconoscibilita 
piu ampia con la musica disco estiva 
degli anni Ottanta, grazie a quel parti- 
colare miscuglio di allegria, spensiera- 
tezza, sperimentazioni elettroniche 
(nella musica) e futuristiche (nei testi), 
e misurazioni ardite della prodigiosa 
estensione vocale. II tutto innestato 
con una certa delicatezza, come a non 
volere fare assumere all’eleganza del 
miscuglio un’aria di pesantezza. 

II film di Battiato e la perfetta esposi- 
zione della frase dalla quale ha preso 
titolo. Non si tratta, infatti, di una ri- 
costruzione della camera di Giuni 
Russo, ne del suo rapporto privilegiato 
con Franco Battiato, ne tantomeno si 
incarica di indagare analiticamente le 
variegate e piuttosto complesse varia- 
bili musicali con le quali Giuni Russo 
si e cimentata nella sua camera, che ha 
avuto almeno un paio di “svolte” este- 
tiche. Si tratta piuttosto del racconto 
di un sentimento: il sentimento di 
“mancanza” di una persona cara che ha 
inciso profondamente nella propria vi¬ 
ta, e della quale si vogliono preservare 
nel ricordo alcune “tracce”. 

Tali impronte provenienti dalla vita 
dell’artista non hanno, programmatica- 
mente, voglia di esaurirla, di descriver- 
ne le passioni o la biografia, di tracciar- 
ne un profilo completo. Si soffermano 
piuttosto su un numero limitato di te- 
mi, che sono quelli che, evidentemente, 
hanno piu emozionato il regista. 

In questo modo i temi toccati dicono, 
forse, molto di piu del rapporto Giuni 
Russo-Battiato, o di quanto Giuni 
Russo significasse per Battiato o con 
che cosa la identificasse, di quanto non 
dicano della cantante palermitana 
stessa. 

E Giuni Russo e, in primo luogo, per 
Battiato, la Sicilia, un certo sentimen¬ 
to della Sicilia, l’insularita e le sue con- 
seguenze. Le parole d’esordio di Giuni 
nel documentario chiamano in causa 
proprio la sua insularita, l’aver trascor- 
so la sua vita fra Palermo, Ustica, isola 
nell’isola, e la Sardegna. Per passare 
poi alia Sicilia che si abbandona “per- 
che sta stretta” per essere poi ritrovata 
attraverso l’impasto mediterraneo del- 
le sonorita e dei testi, ma della quale si 


osserva con disagio l’immagine pub- 
blica che se ne va costruendo: Giuni 
appare in un programma di Gianni 
Mina, deferente, accanto a Sciascia, 
impedita di dedicare alio scrittore una 
canzone in siciliano, ma presentata 
piuttosto come rappresentante esem- 
plare di talento soffocato dalla “Sicilia 
che tarpa le ali”, e chiamata ad esegui- 
re un gorgheggio, piuttosto meccani- 
camente. Si ha una sensazione di “os- 
servazione nella gabbia” e di un enne- 
simo impedimento alia creativita in 
nome del suo opposto, e di un’offesa 
mossa alia terra siciliana, impedendo 
quell’esecuzione, perpetrata nel nome 
di un apparente desidero di risollevare 
la stessa Sicilia, segnalandone “pro- 
gressisticamente” i disagi. 

Nel film si ascolta la voce di Piera De¬ 
gli Esposti, dal monologo Mediterra- 
neapassione, tribute a Giuni Russo del 
Torino TGLFF festival del 2007: “E 
incredibile come i luoghi dell’infanzia 
visti da grandi sembrano cosi piccoli, 
eppure 0 passo fa fatica a percorrerli 
tutti, quasi temesse di sciuparli”. E la 
Sicilia dell’infanzia. Giardino di bel- 
lezze che non ritornera piu com’e nel 
ricordo, ma della quale si ricorda il 
“profumo di gelsominf’che asseconda- 
va l’urgenza creativa, il desiderio strag- 
gente di comunicare. 

L’altro tema che ritorna e la “ricerca”, 
che, evidentemente, accomuna Battia¬ 
to alia Russo. La ricerca sara quella 
spirituale, declinata secondo un catto- 
licesimo piuttosto rigoroso, ma soffer- 
to, come testimoniato dalla monaca, 
Carmelitana Scalza, Madre Emanuela 
della Madre di Dio (e con estrema 
sensibilita Battiato non fa cenno alle 
vicende private della cantante), che te- 
stimoniera della frequentazione della 
Russo con Santa Teresa D’Avila, della 
quale mise in musica una poesia, e del- 
Fapprezzamento per la vita di poverta, 
semplicita, pace, gioia del Carmelo. 
Ma la ricerca sara anche musicale, con 
una volonta, perseguita pertinacemen- 
te dalla cantante, di non abdicare dal 
repertorio “alto”, nonostante i successi 
popolari, nonche di essere protagoni- 
sta di un percorso che ha sempre volu¬ 
te mescolare alto e basso, serieta-rigo- 
re e divertimento, che ha sempre ricer- 
cato stanze musicali piu ristrette e na- 
scoste da modernizzare ed espandere. 
Anche in questo e evidente l’affinita 
con il regista del documentario. 
Tecnicamente il documentario e mol¬ 
to semplice. Si tratta di una raccolta di 
materiali, principalmente d’archivio e 
principalmente orientati sul corpo e 
sul volto di Giuni (anche se si notano 
alcune foto di paesaggi accostate se¬ 
condo un classico principio analogico 
o di intensificazione patemica), messi 
assieme senza montaggi rivoluzionari 
o effetti visivi che stordiscano, ma 


piuttosto in un accumulo emotivo di 
frammenti. 

Apparentemente e rimossa tutta la 
complessita di Musikanten (2006) e 
Niente e come sembra, le piu recenti pro¬ 
ve di regia audiovisiva del cantautore. 
Affermare che il risultato sia estetica- 
mente superiore o inferiore sarebbe 
partire da un presupposto sbagliato. 
Certo questo film e meno sfaccettato e 
labirintico, non risucchia nella catena 
dei significanti. Almeno in apparenza. 
In realta il principio che sembra con- 
durre la mano di Battiato nell’ordinare 
questi frammenti e simile a quello del¬ 
la costruzione di un poema logogram- 
matico dotremontiano. Chistian Do- 
tremont e l’autore di singolari “forme 
scritte a cui egli dara il nome di Logo- 
grammes. Questi, veri e propri poemi 
visivi alia stregua di quadri, sono talo- 
ra tracciati con inchiostro di china su 
carta, talora sulla neve o sul ghiaccio 
per essere poi fotografati. Testi non 
premeditati, originali, che agiscono 
come forme-lettere rispondendo non 
ad un nuovo alfabeto, poiche il testo 
anche se illeggibile conserva l’alfabeto 
latino della lingua francese, ma ad un 
pensiero spontaneo di cui il poeta e il 
primo a stupirsi” 1 . Con le parole dello 
stesso Dotremont: 

I logogrammes sono manoscritti di 
primo getto: il testo non prestabi- 
lito e tracciato con un’estrema 
spontaneita; le lettere si agglome- 
rano, si distendono, senza preoccu- 
pazione delle ' proporzioni, delle 
regolarita ordinarie, e dunque sen¬ 
za preoccupazione di leggibilita; in 
seguito a questa operazione, il te¬ 
sto viene scritto nuovamente sotto 
il logogramme, in piccole lettere 
leggibili, calligrafiche. Si tratta di 
far entrare in un gioco il piu possi¬ 
ble reciproco, molto piu che nella 
creativita della scrittura abituale, 
l’immaginazione poetica, prosaica, 
verbale, e l’immaginazione grafica, 
materiale. L’autore non puo certo 
sempre evitare di “pensare” [...], 
ma egli non “prevede” mai il grafi- 
smo, ed e durante il tracciato, o 
immediatamente dopo il tracciato 
di alcune di queste parole, grazie 
ad un rapido impulso verbale e 
grafico a un tempo, che egli decide 
di non aggiungere, o di aggiunge- 
re, una o piu parole 2 . 

In questo documentario sembra affer- 
marsi la spontaneita del gesto, la rac¬ 
colta dei frammenti per picchi emo- 
zionali, senza avere come scopo la co- 
municazione di un significato preciso 
nell’immediato. Si e trascinati dalla 
suggestione piu che dal desiderio di 
fare emergere un’istanza ordinatrice, 
che infine, comunque, si riesce a racco- 



























ULTIMO SPETTACOLO 


14 gliere. I singoli frammenti sono una 
composizione di “lettere” di un alfabe- 
to apparentemente sconnesso, ma che 
valgono anche per il loro valore mate- 
riale, per l’eleganza della loro stessa 
forma, come succede nelle scritture 
ideografiche delle quali il logogramma 
e una specificazione. 

Solo a posteriori questi “segni” si com- 
pongono su un piano unitario. Di que- 
sto “a posteriori” se ne fa testimone lo 
stesso regista attraverso una “didasca- 
lia”pronunciata a voce alta. L’interven- 
to iniziale - un breve frammento - di 
Battiato stesso, frontale, occhi alia ca¬ 
mera, mezza figura, introduce in prima 
persona al documentario, enunciando 
questa didascalia che rende compren- 
sibile i sentimenti schizzati attraverso 
le immagini. Egli dice della “commo- 
zione e dello stupore” che crede infor- 
mino questo documentario, il quale as¬ 
sume pertanto un valore che e anzitut- 
to testimoniale prima che estetico, sul 
“sentimento dell’assenza”, privata e 
pubblica. 

Per ripercorrere le origini del procedi- 
mento logogrammatico in Battiato si 
puo ritornare a Niente i come sembra, 
film che fin dal titolo sembra volere 
mettere in atto una scommessa. Riu- 
scire ad innestare in un contesto di- 
messo, quotidiano, il seme del dubbio. 
Seguire i forum per raccogliere le opi- 
nioni degli “spettatori comuni” sul film 
e un’operazione particolarmente sti- 
molante in questo caso. Il film e accol- 
to - fra i detrattori - quale esempio di 
narrazione non lineare, astrattezza nei 
temi e nella “storia”, densita di discus- 
sioni astruse ed apparizioni slegate fra 
loro, assenza di nessi logici. E curioso 
che si rilevi una tale condizione per un 
film che, ripercorrendolo, appare li- 
nearissimo, naturalistico, del tutto es- 
soterico, finanche “pedagogico”. Si 
tratta della storia di un professore di 
antropologia in crisi matrimoniale che 
si getta nel lavoro per allontanarsi dal¬ 
le proprie angosce. Si reca in un bosco 
del Centro-Sud Italia per filmare il ri- 
tuale della “festa del fuoco”, ma si per- 
de e viene accolto in una casa dove si 
discute di religione, di mistica e di fi- 
losofia, si ascolta della musica e si tra- 
scorre una serata di gioviale convivia¬ 
lity. In seguito assiste a delle scene che 
hanno del miracoloso (levitazioni, pe- 
netrazioni di mani nella roccia). Infine 
ascolta un maestro orientale, ma piu 
che alle sue parole si mostra interessa- 
to al “sapore della ciliegia” di un albero 
dappresso: significati simbolici evi- 
denti (viaggio esteriore/viaggio inte- 
riore) e addirittura un prontuario bi- 
bHografico annesso per cogliere tutti i 
riferimenti immessi nel testo senza fa- 
tica. Il film ha dunque una “storia” 
chiara e rinvia ad un contesto rico- 
struibile. Allora cos’e che appare cost 


perturbante nella visione? L’impres- 
sione che questa realta, nonostante la 
sua apparenza “mimetica”, sia anche 
distante dalla quotidianita. Il succe- 
dersi nel viaggio delle improwise ap¬ 
parizioni e delle continue dispute filo- 
sofico-religiose richiama alia mente La 
Via Lattea (La Vote lactee, Luis Bunuel, 
1969) e, se si utilizza il “surrealismo” 
come criterio interpretative, quanto 
detto fin qui assume un aspetto omo- 
geneo e “si tiene”. Nel logogramma del 
surrealista Dotremont marciano assie- 
me la scrittura automatica - l’abban- 
donarsi al “gesto” - e la traduzione fi- 
gurativa della dimensione onirica. In 
questo punto si verifica la saldatura fra 
il Battiato del film su Giuni Russo e 
Niente e come sembra-. nel “surrealismo 
etnologico”, una delle evoluzioni del 
movimento 3 , attraverso il quale si ten- 
tava di rendere estraneo il familiare e 
viceversa. Mediatore il surrealismo et¬ 
nologico, dunque, il film di Battiato 
tenta una traduzione del “sogno” che 
rigetti 1’onirico come meraviglio- 
so/stravagante, ma che accetti la vero- 
simiglianza e dunque risulti come un 
“sogno effettivamente vissuto”, giacche 
i sogni danno un’“impressione irrefu- 
tabile di evidenza di realta” 4 . Cost la 
storia del professor Varga diviene 
quella della rappresentazione di un 
“sogno creativo”, che incida sulla vita 
cosciente e sia “dinamico”, non sia 
freudianamente fermo, immobile stig¬ 
ma di una patologia individuate, ma 
faccia parte del presente, ricada sulla 
prassi sociale per mutarla 5 . Modificare 
la veglia coi sogni, giustappunto l’inse- 
gnamento della Psicomagia di Jodo- 
rowsky, non a caso uno dei personaggi 
principali del film 6 , e in fondo anche 
del pedagogo Battiato, quando dichia- 
ra di aver voluto, col suo film, scalare le 
montagne a piedi piuttosto che im- 
mettersi nell’autostrada unica del cine¬ 
ma contemporaneo, per evitare “il De- 
clino e Caduta delTImpero dell’essere 
umano” 7 . Ed ogni immagine “onirica”, 
ogni scena, e quindi “simbolo” che cor- 
risponde ad un “concetto”, significante 
piu significato - anche quando il suo 
valore iconico e basso - kanji, in una 
parola: logogramma 8 . 

Federico Giordano 


Note 

1. Silvio Ferrari, “La poesia di Christian Dotre- 
mont”, TESTO A FRONTE. Rivista semestrale di 
teoria e pratica della traduzione letteraria, n. 34, 
giugno 2006, p. 73. 

2. Christian Dotremont, Logbook , Paris, Yves Ri¬ 
viere, 1974, p. 4, cit. in Vania Granata, “Tra paro¬ 
la e immagine: il Logogramme di Christian Do¬ 
tremont”, Luxflux proto-type arte contemporanea , 
n. 1, 2003, http://www.luxflux.net/nl/carlab 
l.htm. 

3. Attraverso la mediazione della rivista bataillia- 
na Documents , nella quale convivevano pacifica- 
mente artisti avanguardisti ed etnologi. Cfr. Ja¬ 
mes Clifford, I frutti puri impazziscono, Torino, 
Bollati Boringhieri, 1993, pp. 143-182. 

4. Roger Caillois, Il deserto del sogno , Milano, 
Nuova Accademia, 1964, p. 116. 

5. Cfr. Roger Bastide, Il sacro selvaggio, Milano, 
Jaca Book, 1977, pp. 108-110. 

6. Alejandro Jodorowsky, Psicomagia, Una terapia 
panica, Milano, Feltrinelli, 1997, passim. 

7. Franco Battiato, In fondo sono contento di aver 
fatto la mia conoscenza , Milano, Bompiani, 2007, 
pp. 84-85. 

8. Maria Rosa Piraino, “Il kanji: tropo, figura e 
dominante visuale nel contesto poetico”, in Ilpor- 
to di Toledo. Testi e Studi intomo alia Traduzione , in 
http://www.lerotte.net/download/article/artico- 
lo-118.pdf. 



Niente e come sembra 

































Culture convergent!, prospetdve 
divergenti 

Matteo Bittanti (a cura di), Schermi in- 
terattivi. II cinema nei videogiochi, Ro¬ 
ma, Meltemi, 2008. 

Luciando De Giusti (a cura di ),Imma- 
gini migranti. Forme intermediali del ci¬ 
nema nell’era digitale , Venezia, Marsi- 
lio, 2008. 

David N. Rodowick, II cinema nell’era 
del virtuale, Milano, Olivares, 2008. 
Marco Senaldi, Doppio sguardo. Cine¬ 
ma e arte contemporanea, Milano, Bom- 
piani, 2008. 

Non c’e dubbio che la riflessione me- 
diologica sia tradizionalmente appan- 
naggio della letteratura scientifica in 
lingua inglese, anche se in Italia una 
lunga tradizione di sociologia della co- 
municazione e di semiotica dei media 
ha mantenuto alto il livello dei nostri 
studi. II paesaggio, ora, sta un po’cam- 
biando, soprattutto pensando alia teo- 
ria dei new media, che ha trovato a ca- 
vallo tra anni Novanta e inizio Due- 
mila alcuni volumi-chiave. Si tratta, 
come noto, di II linguaggio dei nuovi 
media , scritto da Lev Manovich, di Re¬ 
mediation. Competizione e integrazione 
tra media vecchi e nuovi., ad opera di 
Bolter e Grusin, e di Cultura conver- 
gente, del sempre piu celebre Henry 
Jenkins 1 . Ognuno di questi volumi ha 
meritato — sia pure in modo non del 
tutto tempestivo - una traduzione ita- 
liana. Tutti questi autori, muovendosi 
in direzioni diverse ma parallele, han- 
no ragionato sulle questioni in atto, 
provato a dipingere un paesaggio me¬ 
diate per la contemporaneity e imma- 
ginato alcune categorie che potessero 
essere operative anche in future, come 
quella, appunto, di rimediazione (Bol- 
ter/Grusin) o l’altra, anch’essa premia- 
ta da un certo successo, di convergence 
culture (Jenkins). 

Oggi, a qualche anno di distanza, i ri- 
voli del dibattito sui new media si so- 
no sviluppati in varie direzioni. I teori- 
ci e gli storici del cinema, dopo qual¬ 
che attesa, sembrano ora aver voglia di 
rispondere e danno alle stampe alcuni 
saggi sul ruolo del cinema - o di quel 
che ne rimane - nel contesto prolife- 
rante dell’ipermediazione. II contribu¬ 
te di David N. Rodowick - tradotto in 
italiano dalla meritevole Olivares, che 
impreziosisce il libro con una prefazio- 
ne di Francesco Casetti (quasi un pas- 
saggio di testimone col suo L’occhio del 
Novecento) - docente di Visual Arts 
and Environmental Studies presso la 
Harvard University. Studioso di “figu- 
rale”, di filosofia deleuziana, di moder- 
nismo e psicoanalisi applicati ai media 
visivi, Rodowick e la persona adatta a 
guidarci nel presente e nel future del 


cinema. Non ci sono posizioni apoca- 
littiche, ne basate su speculazioni pre- 
cipitose, bensi una vasta e colta disa- 
mina del ruolo del linguaggio cinema- 
tografico nel fimzionamento dei new 
media, oltre che del tramonto di una 
istituzione che, peraltro, e destinata a 
trasformarsi in maniera sottile e im- 
prevedibile anche nel nuovo scenario. 
Non e casuale ne ingenuo che Ro¬ 
dowick intitoli una sezione del volume 
“Che cosa era il cinema” e un’altra “I 
non nuovi media”, visto che tra le teo- 
rie che vengono approfondite c’e quel¬ 
la - cara anche a Lev Manovich - che 
il cinema abbia offerto modelli opera- 
tivi e linguistici ai media contempora- 
nei. Il libro, in fondo, non fa altro che 
cercare di dare una risposta alia do- 
manda evidenziata da Rodowick in 
esergo, e tratta da Eloge de Vamour. 
“Quand’e che lo sguardo ha iniziato a 
vacillare, secondo voi?”. 

Alio stesso modo - e recando nel sot- 
totitolo concetti molto simili - il volu¬ 
me curato da De Giusti si propone di 
analizzare, attraverso svariati saggi, le 
varie forme intermediali che il cinema 
sta assumendo in questi anni. La 
preoccupazione e simile: come reagisce 
la teoria del cinema nei confronti di 
quel che sta accadendo? Come parlare 
di questi fenomeni senza collocarsi nel 
“troppo tardi” o nel “troppo a lato”? Si 
va dal machinima - indagato da Cri- 
stiano Poian e fenomeno presente, del 
resto, anche nel nostro speciale sull’a- 
nimazione contemporanea, su questo 
stesso numero - alle genealogie inter¬ 
mediali (Silvestra Mariniello, Federico 
Zecca), dal rapporto col videoclip (Si¬ 
mone Arcagni, Paolo Peverini), fmo ai 
dialoghi con il mondo dei videogame 
(saggi di Matteo Bittanti, Massimilia- 
no Spanu) e della videoarte (interven- 
ti di Alessandro Amaducci, Nicola 
Dusi, Sandra Lischi). 

E proprio da questi ultimi spunti, po- 
tremmo partire per fare luce su due ul- 
teriori pubblicazioni, incentrate en- 
trambe sul ruolo del cinema nello sce¬ 
nario del nuovo secolo e nel sempre 
piu intricato dedalo dei mezzi di co- 
municazione digitali. Si tratta di Scher¬ 
mi interattivi e di Doppio sguardo. Nel 
primo caso, il curatore - il ben noto 
Matteo Bittanti, uno degli iniziatori e 
degli esponenti di spicco della ludolo- 
gia in Italia - osserva proprio il ruolo 
del cinema nell’universo dei videoga¬ 
me. Egli, insieme a una pattuglia di 
saggisti di ottimo livello, crea i presup- 
posti per un’indagine delle relazioni 
tra cinema e videogame, nessuna 
esclusa: l’industria, la produzione, la 
promozione, le tecniche, lo stile, l’e- 
spressione, il linguaggio. Tra i contri- 
butori, spiccano non a caso anche no- 
mi legati alia storia e teoria del cine¬ 
ma, come David Bordwell, e abbonda- 
no gli studiosi americani, segno che in 



















FAHRENHEIT 451 


16 


quel Paese e piu naturale - vista anche 
la vicinanza e la prossimita con i gran- 
di conglomerati mediali - studiare 
questi argomenti. Tra gli interventi, si 
potrebbero citare quello sulle leggi 
dell’adattamento videoludico (Alexis 
Blanchet), il saggio sul problema della 
performance e della spettatorialita nel 
videogioco (Henry Lowood), e il nu- 
trito gruppo di studi di caso e di ap- 
profondimenti sui singoli generi e sot- 
togeneri del gioco. 

Leggermente diverso il profilo del vo¬ 
lume di Marco Senaldi. Il docente del- 
l’Universita di Milano-Bicocca, infatti, 
lavora con grande intelligenza su sce- 
nari che non possono essere ascritti 
esclusivamente ai new media, owero 
quelli del rapporto tra cinema e arte 
contemporanea - che pure e un filone 
dei film studies che deve esplorare an- 
cora molte potenzialita. Senaldi si fa in 
qualche modo prosecutore degli studi 
su cinema e arti visive del passato (cui 
Antonio Costa, come noto, ha dato un 
contributo fondamentale nel corso de¬ 
gli anni), anche se l’approccio icono- 
grafico d'antan viene qui sostituito da 
un ampio spettro di metodologie di 
indagine storica, sociologia, mediolo- 
gica, interpretativa. Non manca un in- 
telligente lavoro di sistemazione stori¬ 
ca del rapporto tra cinema e arti con- 
temporanee (Warhol, per esempio), e 
cio permette poi di innestare con mag- 
gior chiarezza tutti i problemi posti 
dalle metamorfosi del cinema, cui l’au- 
tore dona etichette a volte desunte dal- 
la letteratura coeva, a volte pensate ap- 
positamente: ipercinema, noncinema, 
ipodnema, etc. 

L’universo analizzato da Senaldi e 
dunque appassionante, ed e un bene 
che finalmente ci sia un testo di riferi- 
mento divulgativo ed erudito, senza 
dimenticare i testi specialistici che 
hanno in questi anni preparato il terre- 
no (penso per esempio a Unstable Ci¬ 
nema. Film and Contemporary Visual 
Arts , curato da Cosetta Saba e Cristia- 
no Poian; o al noto saggio di Philippe 
Dubois, “Un ‘effet cinema’ dans l’art 
contemporaine”) 2 . 

Insomma, si puo ben dire che — dopo 
died anni di letteratura di alto livello 
sui media integrati - la teoria del cine¬ 
ma sta prendendo posizione in una 
nuova fase moderna, che ci sembra se- 
guire quella - rispettivamente - della 
Grand Theory, quella della storiografia 
teorica seguita alia rivoluzione di Bri¬ 
ghton (diremmo, dal 1976 all’inizio 
degli anni Novanta), e quella del pe- 
riodo noto come Post-Theory (in 
qualche modo intrecciato al preceden- 
te). Reazione giusta, importante, tem- 
pestiva: la teoria del dnema e necessa- 
ria oggi piu che mai. 

Roy Menarini 


POPPIOSGUARDO 

15' N •'. \.y< : \ 





Note 

1. Cfr. Lev Manovich, The Language of New Me¬ 
dia, The MIT Press, 2001; trad, it., Il linguaggio 
dei nuovi media , Milano, Edizioni Olivares, 2002; 
Jay David Bolter, Richard Grusin, Remediation. 
Understanding New Media , London, The MIT 
Press, 1999; trad, it., Remediation. Competizione e 
integrazione tra media vecchi e nuovi , Milano, 
Guerini, 2002; Henry Jenkins, Convergence Cul¬ 
ture , New York, New York University, 2006; trad, 
it., Cultura convergente, Milano, Apogeo, 2007. 

2. Cosetta Saba, Cristiano Poian (a cura di), Un¬ 
stable Cinema. Film and Contemporary Visual Arts, 
Udine, Campanotto, 2007; Philippe Dubois, “Un 
‘effet cinema’ dans l’art contemporaine”, in Phi¬ 
lippe Dubois (a cura di), Cinema et art contempo- 
rain/Cinema and Contemporary Visual Arts, CINE¬ 
MA & Cie, n. 8, Fall 2006, pp. 15-26. 



O i V ARKS 




! 

I 


Recensioni 

Le Mani/Morpheo Edizioni 

Leonardo Gandini, Andrea Bellavita 
(a cura di), Ventuno per undid Fare cid 
nema dopo I’ll settembre, Recco, Le 
Mani, 2008. 

Andrea Fontana (a cura di), Il cinema i: 
americano dopo I’ll settembre, Rotto- 
freno, Morpheo Edizioni, 2008. 

Solo di recente, in maniera forse un po’ 
pudica rispetto alia scabrosita dell’e- 
vento, si e cominciato anche in Italia 
ad affrontare il trauma collettivo e in-: 
delebile degli eventi dell’ll settembre 
2001. E in particolare, i due volumi 
che d accingiamo a presentare, lo fan- 
no adottando una prospettiva impor¬ 
tante e specifica, e doe quella relativa 
ai cambiamenti che questo sconvol- 
gente evento ha causato sull’industria 
dei sogni per eccellenza, il cinema hol- 
lywoodiano. 

Lo spunto del libro curato da Leonardo 
Gandini e Andrea Bellavita e, per loro 
stessa ammissione, una scommessa: 

cercare di capire in che modo 9/11 
ha filtrato l’immaginario cinema- 
tografico e in che modo il dnema 
ha risposto a questa hantise. Per 
svelare un luogo comune che sta 
diventando un’ossessione: non e 
vero che il cinema contemporaneo 
pensa sempre a 9/11, ma e vero 
che racconta una realta che pensa 
sempre a 9/11 (p. 19). 

Per rispondere a questa sfida, Gandini 
e Bellavita si sono awalsi dei contribu- 
ti di 21 critici e studiosi, ognuno dei 
quali ha fornito la propria lettura di un 
film, uscito negli ultimi sette anni, nel 
quale fosse possibile rinvenire tracce di 
una presenza impalpabile, indefinibile, 
ma al tempo stesso ineludibile. 

Tra le diverse analisi, ricordiamo quel¬ 
la di Donnie Darko (Emiliano Morrea- 
le), film che vede la sua storia produt- 
tiva e distributiva intrinsecamente le- 
gata agli eventi dell’ll settembre; 
quella di Thank You For Smoking (Gia¬ 
como Manzoli), di cui viene messo in 
discussione il relativismo morale; il 
saggio su Una storia americana (Lui- 
sella Farinotti), film esemplare “di una 
societa e di una cultura che risponde 
alia percezione di una minaccia arroc- 
candosi a tutela dell’integrita” (p. 70); e 
quello su Redacted, che Claudio Bisoni 
legge come film sul post-11 settembre 
e piu propriamente sul suo piu macro- 
scopico effetto geopolitico, l’invasione 
dell’Iraq. 

Nelle intenzioni dei curatori e nelle 
brillanti letture offerte dai saggisti 






FAHRENHEIT 451 


coinvolti nell’operazione, I’ll settem- 
bre rappresenta dunque “un punto di 
svolta, una ferita, una faglia profonda 
che si e aperta non soltanto nel siste- 
ma socio-politico mondiale, ma anche 
nell’immaginario collettivo: dopo, gli 
USA non sono stati piu gli stessi” (dal- 
la quarta di copertina). 

Questo punto di vista sembra essere in 
parte analogo a quello che guida il la- 
voro curato da Andrea Fontana, che 
precisa molto chiaramente fin dall’in- 
troduzione al volume di non voler 
considerare I’ll settembre come una 
cesura in ambito cinematografico, 
bensi come una significativa frattura 
con il passato in ambito storico, politi¬ 
co, economico e sociale. Di fatto, la 
prospettiva che viene qui adottata e 
dunque quella di considerare il cinema 
come un oggetto che “muta e che se¬ 
gue i condizionamenti esogeni in cui 
(soprav)vive” (p. 19). 

Sebbene con una struttura un po’ me- 
no organica rispetto a Ventuno per un¬ 
did, anche II dnema americano dopo 
I'll settembre si fa carico di alcune 
questioni cruciali, affidandone l’osser- 
vazione a studiosi provenienti da am- 
biti diversi, non solo da quello degli 
studi cinematografici quindi, ma an¬ 
che storici, politologi e antropologi, 
che arricchiscono notevolmente il vo¬ 
lume, con osservazioni e considerazio- 
ni che ribadiscono l’assunto iniziale: il 
cinema e il prodotto della societa in 
cui e immerso e ne subisce inevitabil- 
mente tensioni e criticita. A completa- 
mento del volume troviamo inoltre 
due interventi firmati da Andrea For- 
nasiero ( La serialita americana alia 
spettrale ombra delle Twin Towers ) e 
Giona A. Nazzaro (Il complotto del 
tempo al tempo dei complotti. Paranoia e 
cronofobia in 24), dedicati all’impatto 
degli eventi dell’ll settembre sulle 
produzioni televisive di fiction, che ri- 
flettono in maniera significativa un 


sentire popolare, collettivo e condiviso 
e nelle quali Fonda d’urto del crollo 
delle Twin Towers si propaga imme- 
diatamente, mostrando senza troppo 
pudore le cicatrici di un passato recen- 
te (ad esempio espungendo le torri dai 
titoli di testa dei Soprano). 

Due volumi diversi, ma vicini, insom¬ 
nia, che contribuiscono come tessere 
di un puzzle alia ricostruzione del 
complesso e frammentato scenario 
della contemporaneity. 

Veronica Innocenti 



Marsilio/Edizioni Sabin ae 

Federico Fellini, Cid che abbiamo in- 
ventato e tutto autentico. Lettere a Tullio 
Pinelli, a cura di Augusto Sainati, Ve¬ 
nezia, Marsilio, 2008. 

Tullio Pinelli, L'uomo a cavallo. Sogget- 
to cinematografico, Cantalupo in Sabina 
(RI), Edizioni Sabinae, 2008. 


Se i film non liberano piu la testa, si- 
curamente possono allungare la vita. 
Con “per altri cento, cento, cento an- 
ni”, il piu classico (e superstizioso) de¬ 
gli auguri, si apre il saggio (pp. 75-94) 
di Augusto Sainati per il volume Cid 
che abbiamo inventato e tutto vero. Let¬ 
tere a Tullio Pinelli. Il piccolo ma pre- 
zioso libro testimonia attraverso la piu 
intima e scoperta delle forme espressi- 
ve, la lettera, la lunga amicizia tra Fe¬ 
derico Fellini e Tullio Pinelli. Leggen- 
da vuole che i due si siano incontrati 
nel 1946 mentre leggevano “lo stesso 
giornale appeso a un’edicola” 1 . Da 
quell’anno i due firmeranno molte pel- 
licole, prima per altri e poi per tutti i 
film di Fellini fino a Giulietta degli spi- 
riti (1965). Poi vent’anni di silenzio 
per motivi mai spiegati. Vent’anni in- 
terrotti, con la leggerezza di sempre, 
dal regista che chiedera al vecchio 
amico di lavorare nuovamente insieme 
per Ginger e Fred (1985) fino a La vo¬ 
ce della luna (1990). La personality ar- 
tistica di Pinelli e, ancora oggi, spesso 
adombrata o confusa con quella in- 
gombrante, in tutti i sensi, di Fellini, 
assai diversa ma complementare a 
quella piu schiva dell’awocato torinese 
prestato prima al teatro 2 e poi al cine¬ 
ma. La camera cinematografica di Pi¬ 
nelli, infatti, non si esaurisce con Felli¬ 
ni, ma vanta sceneggiature per Rossel¬ 
lini, Germi, Lattuada, Monicelli, Pie- 
trangeli, per un totale di oltre un cen- 
tinaio di copioni. 

Le lettere raccolte sono preziose per- 
che fotografano il rapporto complesso 
e variegato tra i due. La voce purtrop- 
po e quasi solo quella di Fellini. Le 
missive infatti provengono dall’Archi- 
vio Pinelli, dato che, come nota Saina¬ 
ti: “Fellini era solito leggere la corri- 
spondenza e subito stracciarla”(p. 81). 
Come sottolinea il curatore nel saggio 
finale, le lettere rimandano Fimmagine 
di “un Fellini un po’vampiresco. Fede¬ 
rico e davvero amico di Pinelli, perche 
a modo suo gli succhia anche il san- 
gue. Come fa con tutti quelli che ritie- 
ne suoi amici” (p. 83). Come ammette 
senza rancore Pinelli, a ognuno di lo¬ 
ro, Fellini, da buon seduttore o da fur- 
bo amante di tante donne, faceva cre¬ 
dere di essere unico e speciale (p. 26). 
Il Maestro apostrofa l’amico con tutta 
una serie di nomignoli, rovescia sul 


collaboratore le ansie per il rapporto 
conflittuale con i produttori o per il 
set. Come quando chiede una mano 
per migliorare una scena de La dolce 
vita (1960), film che Fellini sta giran- 
do ma che non ama: “mi sembra tutto 
brutto, inutile, senza senso” (p. 55). O 
piu semplicemente scambia con l’ami- 
co impressioni, commenti su fatti an¬ 
che banali raccontati con sguardo 
sempre curioso e trasfigurato sul mon- 
do. Pinelli (in contumacia) ascolta, 
consiglia letture ma reagisce con fer- 
mezza quando Fellini abusa della sua 
pazienza o si dimentica di riconoscer- 
ne pubblicamente i meriti. 

Per fortuna oltre al saggio finale, la 
breve, ma puntuale, intervista d’aper- 
tura a Pinelli fa da contrappunto alle 
missive felliniane, restituendoci lo 
spessore culturale e la vivacita di que¬ 
sto giovane centenario. Un giovane 
centenario che ha festeggiato il suo 
compleanno con la pubblicazione di 
un soggetto (o sarebbe piu corretto de- 
finirlo trattamento): L’uomo a cavallo. 
Anche questo volume e corredato da 
un’intervista alio sceneggiatore, a cura 
di Orietta Mizzoni (pp. 83-98). La 
storia raccontata e quella di Paolo, un 
professore di disegno mammone im- 
penitente di quarantacinque anni che, 
alia morte della genitrice, decide di 
compiere un viaggio a cavallo, inse- 
guendo un sogno a meta tra l’immagi- 
nario dei vecchi western e il riscatto da 
crisi di mezz’eta. Il bizzarro cavaliere, 
in sella a Pistola, compiera solo pochi 
chilometri ma avra modo di attraver- 
sare un’Italia rurale ma contaminata, 
simile a quella che ci hanno restituito 
di recente Olmi ne I cento chiodi (2005) 
e Diritti ne II vento fa il suo giro 
(2005). I temi sono quelli dell’ultima 
produzione di Pinelli, quella dei rac- 
conti, che ruotano tutti intorno ad una 
rottura spazio-temporale della quoti- 
dianita, di personaggi (anche bambi¬ 
ni 3 ) alia ricerca di un altro, che puo 
avere diverse declinazioni esistenziali. 
Il tutto con uno stile solo apparente- 
mente semplice. E con un epilogo che 
non chiude mai il cerchio ma che la- 
scia sempre in sospeso tra passato e fu¬ 
ture i personaggi, pronti verso un’altra 
sfida, reale o interiore che sia. 

Stefania Giovenco 


17 














FAHRENHEIT 451 


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Meltemi Editore 


Note 

1. Orietta Mizzoni, “Conversazione con Tullio 
Pinelli”, in Tullio Pinelli, L'uomo a cavallo. Sogget- 
to cinematograficoy Cantalupo in Sabina (RI), Edi- 
zioni Sabinae, p. 92. 

2. Per la ricchissima attivita teatrale di Tullio Pi¬ 
nelli, si rimanda alTultimo numero di Fellini- 
Amarcordy Rivista di studi fellinianiy n. 3-4, no- 
vembre 2008. Si tratta di un numero monografi- 
co a cura di Maurizio Giammusso. II2008 e pro- 
prio un anno “pinelliano”. Quest’anno, infatti, lo 
sceneggiatore ha ricevuto, insieme al coetaneo 
Manoel De Oliveira, il premio della Fondazione 
Fellini. II 24 giugno, in occasione del complean- 
no, gli e stata dedicata una lunga giornata retro- 
spettiva al Cinema Trevi a Roma. 

3. E il caso di Giannetto, protagonista del raccon- 
to “La foresta”, in Tullio Pinelli, Innamorarsi. Rac- 
contiy Nardo (LE), Edizioni Controluce, 2008, pp. 
13-45. 




Federico Fellini 

CHE ABBIAMO INVENTATO 
fe TUTTO AUTENTICO 
Learn a Tullio PindU 



Alberto Brodesco, Una voce nel disa- 
stro. L’immagine dello scienziato nel ci¬ 
nema dell'emergenza, Roma, Meltemi, 
2008. 

Guido Ferraro, Isabella Brugo, Co- 
munque umani. Dietro le figure di mo- 
stri, alieni, orchi e vampiri, Roma, Mel¬ 
temi 2008. 


La ricerca di Alberto Brodesco in Una 
voce nel disastro. L’immagine dello scien¬ 
ziato nel cinema dell’emergenza orienta 
la sua analisi verso una tripartizione 
schematica che (ri)percorre la storia 
ultracentenaria del cinema. La cine- 
matografia viene studiata come arte 
industrial, una materia vettoriale che 
traccia la propria rotta attraverso un 
movimento che daU’esterno si orienta 
verso l’interno, per poi invertire la pro¬ 
pria gittata in senso contrario. Il cine¬ 
ma fa propri e riproduce i gusti e i te- 
mi che catalizzano la curiosita popola- 
re, arricchendoli di una serie di de¬ 
menti che sono ad esso precipui. La 
catastrofe offre a Brodesco la possibi¬ 
lity di esplicitare le relazioni intercor- 
renti tra societa, politica e scienza; 
scarnifica fino all’osso, enucleandole, le 
connessioni ed i meccanismi ad esse 
sottesi. La calamita, inoltre, pone que- 
siti sui meccanismi della Natura, sui 
suoi rapporti con l’uomo e sulle (in- 
ter)connessioni di dominio/sudditan- 
za che ne derivano. Come mass media, 
il cinema raffigura lo scienziato come 
un elemento fortemente ambiguo, in 
bilico tra bonta/cattiveria oppure tra 
ottusita/ambiguita; un individuo che 
rischia costantemente sia la strumen- 
talizzazione che la compromissione 
con i poteri economici e politici; un 
uomo che spesso si rifiigia in un peri- 
coloso eremitaggio misantropico che 

10 isola dal mondo. Ma la sua figura 
puo anche essere quella del garante 
performativo dell’umanita: l’eroe-cas- 
sandra, aperto alia relazione con il 
mondo che lo circonda, che avoca a se 
la responsabilita tutelare del destino 
umano, anche a costo dell’estremo sa- 
crificio. La sua funzione nell’economia 
del racconto filmico si dicotomizza tra 

11 peso dell’imputabilita primigenia 
dell’emergenza e l’onere della risolu- 
zione positiva della catastrofe. Figura 
gotica stereotipata del distruttore negli 
anni Trenta, lo scienziato paga lo scot- 
to della sperimentazione atomica dei 
primi decenni del Dopoguerra e tra- 
scina con se l’incapacita gestionale 
dell’emergenza fino agli anni Settanta. 
Bisogna attendere il nuovo millennio 
per (ri)scoprire la fiducia in una pro- 
fessionalita salvifica. 


In Comunque umani. Dietro le figure di 
mostri, alieni, orchi e vampiri, Guido 
Ferraro e Isabella Brugo si interrogano 
sulle metodiche di rappresentazione 
del Male al cinema attraverso gli esse- 
ri non umani e sulla distanza/vicinan- 
za che questa raffigurazione pone tra 
l’esterno/interno dell’uomo, tra l’io e 
l’altro. Il testo ricorda le radici folklo- 
riche primordiali, che si celano, strati- 
ficandosi, sotto ogni rappresentazione 
figurativa del mostro, aggiungendovi 
una lettura metalinguistica dell’idioma 
cinematografico che si interroga sui 
meccanismi della figurativita. La fiaba 
ed i suoi "rimaneggiamenti conducono 
alle rivisitazioni cinematografiche di 
La Bella e la Bestia e di King Kong, pas- 
sando per il viaggio nell’abbruttimen- 
to infernale di Apocalypse Now (Francis 
F. Coppola, 1979) e di Heart of Dark¬ 
ness di Joseph Conrad. Viene poi la 
trattazione del mito del vampiro, ge¬ 
nerate da antiche credenze popolari, 
evolutesi nel modernissimo romanzo 
tardo ottocentesco di Bram Stoker, 
che chiosa un secolo principiato con 
The Vampyre, il racconto di John W. 
Polidori. Le incarnazioni su pellicola 
di Dracula/Nosferatu passano attra¬ 
verso l’esasperazione espressionistica 
di Friedrich W. Murnau (1922), lo 
speculare accoppiamento orrido/pub- 
blico - attraente/privato del film di 
Francis F. Coppola (1992), non di- 
menticando la meta(ri)scrittura di Ed¬ 
mund E. Merhige. Il rapporto con i 
non-morti conduce alle (per)mutazio- 
ni babeliche dell’anagramma della 
Carmilla di Joseph S. Le Fanu, all’oni- 
rico Vampyr di Carl T. Dreyer (1932), 
ma anche alia intertestualita fanta- 
scientifica di The Last Man di Mary 
Shelley (1826), agli zombie cannibali 
di Night of the Living Dead (George A. 
Romero, 1968), ai rovesciamenti finali 
di The Sixth Sense (M. Night Shyama- 
lan, 1999) e The Others (Alejandro 
Amenabar, 2001). Gli autori conclu- 
dono con un capitolo dedicate all’in- 
vasione dell’estraneo nella quadrilogia 
di Alien e con una lettura di The Villa¬ 
ge (M. Night Shyamalan, 2004) e del¬ 
la trilogia di The Matrix che dimostra 
come il codice visivo che si interpola 
fra l’io e l’altro in realta svela il mostro 
all’interno dell’uomo. 

Piera Braione 










FAHRENHEIT 451 


Veronica Innocenti 
Guglielmo Pescatore 

Lenuove forme 
della serialita televisiva 

Storia, linguaggio e temi 




; f 


AichetipaLibri 

Veronica Innocenti, Guglielmo Pesca¬ 
tore, Le nuoveforme della serialita tele¬ 
visiva. Storia linguaggio e temi , Bolo¬ 
gna, Archetipolibri-Gedit Edizioni, 
2008. 


II volume fa parte della collana I Pri- 
smi Cinema, diretta da Guglielmo Pe¬ 
scatore, caratterizzata da un progetto 
editoriale che lavora su un doppio ap- 
proccio: la sintesi problematica e l’ap- 
profondimento testuale attraverso 
un’antologia critica. Attraverso schede 
di approfondimento e di collegamen- 
to, il testo si propone di creare una re- 
te di relazioni possibili all’interno del 
tortuoso terreno, ancora poco esplora- 
to in Italia, della serialita televisiva, 
della sua genesi, della sua evoluzione. 
Innocenti e Pescatore percorrono la 
storia del prodotto televisivo seriale a 
partire dagli anni Cinquanta, periodo 
in cui si afferma globalmente il me¬ 
dium. 

Dopo un excursus approfondito sulle 
origini della serialita televisiva, sui 
modelli narrativi che la caratterizzano 
e sull’analisi di questi ultimi, gli autori 
concentrano l’attenzione sulla frattura 
creata dalla serialita contemporanea 
(la cosiddetta Second Golden Age) sia 
dal punto di vista della sperimentazio- 
ne delle forme narrative, dell’ibrida- 
zione fra generi e della messa in scena, 
sia per quanto riguarda i meccanismi 
di promozione e di ricezione del pro¬ 
dotto seriale da parte dello spettatore. 
Lo storico e critico televisivo Aldo 
Grasso, nel suo II telefilm fa bene, affer¬ 
ma che “non c’e mai stata una tv tanto 
vitale, intelligente e ricca di risonanze 
metaforiche come l’attuale. Sembra 
quasi un paradosso ma spesso si fa fa- 
tica a trovare un romanzo moderno o 
un film che sia piu interessante di un 
buon telefilm” (p. 30). 

Il nuovo prodotto seriale, inoltre, non 
si serve piu solo della televisione, ma fa 
uso di tutti i media a sua disposizione, 
da internet al telefonino al videogioco 
per fidelizzare lo spettatore. E proprio 
nel tentativo di sbrogliare una sempre 
piu fitta rete che accomuna ed interse- 
ca il sistema mediatico contempora- 
neo che si rendono manifeste le rela¬ 
zioni che si instaurano tra un prodotto 
seriale e l’innovazione tecnologica, re¬ 
lazioni che hanno come risultato pri- 
mario un cambiamento radicale dell’e- 
sperienza mediale. 

Il libro e completato da una ricca an- 
tologia che, suddivisa in quattro sezio- 
ni, ripercorre le tappe principali dello 
studio e del dibattito italiano ed inter- 
nazionale sulle forme seriali. 

Il primo dei numerosi articoli riporta- 
ti e tratto dal testo, del 1984 curato da 


Francesco Casetti, L’immagine al plu- 
rale. Nell’introduzione Casetti indivi- 
dua una distinzione netta tra la “seria¬ 
lita” (successione di oggetti testuali or- 
ganizzati in modo da formare una li- 
sta, secondo una successione lineare) e 
la “ripetizione” (ritorno o riutilizzo di 
elementi conosciuti). A “serialita” e “ri¬ 
petizione” Casetti aggiunge la “dilata- 
zione” che assume un raolo fonda- 
mentale nella costruzione di una me- 
todologia di approccio ai testi seriali 
(pp. 83-87). Segue, nell’ambito della 
sezione dedicata agli studi sulla seria¬ 
lita prodotti in Italia tra gli anni Ot- 
tanta e gli anni Novanta, un saggio di 
Umberto Eco che pone alcuni punti di 
riferimento sul gia stratificato proble- 
ma dei rapporti tra originale, copia, re¬ 
plica e ripetizione all’interno dei pro¬ 
dotti culturali, non soltanto televisivi 
ma anche cinematografici, letterari... 
(pp. 93-101). 

La sezione include anche un interven- 
to di Thomas Elsaesser (pp. 101-107) 
che affronta la soap opera nella pro- 
spettiva delle sue relazioni con il melo- 
dramma cinematografico degli anni 
Cinquanta. 

Se la serialita televisiva e l’“espressione 
del nostro tempo”, i brani che analiz- 
zano la complessita narrativa dei mon- 
di seriali (Grasso, Coco, Grignaffini, 
Mittel), si definiscono a partire dall’in- 
dagine sulle strutture narrative seriali 
contemporaee che “sono ricolme non 
solo di citazioni attinte a piene mani 
dalla grande letteratura, dal grande ci¬ 
nema, dal grande teatro ma trasudano 
strutture narrative, tecniche figurative, 
procedimenti rubati a modelli alti”, 
come scrive Grasso (p. 113). Le ultime 
due sezioni dell’antologia sono dedica¬ 
te, una all’approfondimento di singoli 
casi di serie che per ragioni narrative, 
tematiche, stilistiche e formali rappre- 
sentano dei prodotti chiave nel pano¬ 
rama della serialita televisiva contem¬ 
poranea: X-Files, Bujfy, Dawson Creek, 
24\ l’altra riflette sui fenomeni di culto 
generati da questi prodotti. La sezione 
apre con un saggio di Henry Jenkins 
studioso americano noto per aver co- 
niato l’espressione Aca/Fan per indica¬ 
re quella categoria di studiosi e acca- 
demici che associano all’approccio 
scientifico e metodologico, anche un 
interesse da appassionati nei confronti 
di molti prodotti della cultura audiovi- 
siva contemporanea (p. 182). 

Un volume articolato dunque, che, 
grazie ad un preciso inquadramento 
storico del medium televisivo, a schede 
di approfondimento e alia raccolta an- 
tologica accompagnata da testi critici, 
introduce un discorso sempre piu im- 
portante aU’interno dello studio 
delToggetto” audiovisivo. 

Sara Martin 


Lindau 

Bela Balazs, L'uomo visibile, a cura di 
Leonardo Quaresima, Torino, Lindau, 
2008. 


In che cosa risiede l’importanza e, so- 
prattutto, Fattualita della prima edi- 
zione itafiana di Der Sichtbare Menschi 
Per rispondere a tale domanda occorre 
innanzitutto riflettere su che cosa si- 
gnifichi “essere attuale” per un libro di 
teoria del cinema. Leonardo Quaresi¬ 
ma, alia base del proprio lavoro di edi- 
zione del testo di Balazs, pone proprio 
l’opportunita di prendere sotto esame 
l’opera in questione come un’opera 
piuttosto che come parte de L’Opera 
(ribaltando Valery) dell’autore. Non vi 
e una poetica ne tantomeno una teore- 
tica nella quale incatenare il pensiero e 

10 stile di Balazs. 

Questa la prima scelta forte nella pub- 
blicazione del testo: trattarlo evitando 
continui rimandi agli scritti successivi 
del critico, isolandolo, nella sua relati- 
vita, nei margini della propria epoca. 
Alio scopo di inserire come un corpo 
vivo, come sottolinea il curatore nella 
corposa introduzione, la riflessione 
teorica di Balazs nel dibattito contem- 
poraneo, e necessario identificarlo co¬ 
me un oggetto a se, inserito nel pro¬ 
prio contesto storico, culturale e politi¬ 
co. Potrebbe altrimenti un libro di teo¬ 
ria del cinema scritto nel 1924 risulta- 
re attuale? Come oggi ben sappiamo, 
data la quantita di tesi e discorsi criti¬ 
ci accumulatisi nel secolo del cinema, 
Fattualita, intesa in senso letterale, al- 
Fapparire di una teoria, puo rivelarsi 
un peso, puo condannare un testo ad 
invecchiare, a diventare obsoleto e 
dunque a morire. L’Uomo Visibile e vi¬ 
vo, proprio grazie alia sua asistematicita 
metodologica e ai conseguenti molte- 
plici fivelli di lettura abilitati dal carat- 
tere eterogeneo dei temi trattati da 
Balazs. Esso e ancora “attuale” in fun- 
zione dei propri percorsi liberi, delle 
suggestioni, degli aspetti irrisolti. 

11 libro e uno strumento teorico utile 
alia formulazione di nuove teorie, per 
il proprio ampio respiro e per la pro¬ 
pria vocazione ontologica: a partire 
dallo specifico cinematografico, pas- 
sando per il dibattito su artepopolare e 
marxismo, fino alia “grammatica” del 
primo piano, esso investe praticamen- 
te tutti i temi-chiave del dibattito teo¬ 
rico sul film dalle origini ad oggi. Al- 
cune delle figure di questa vasta galle¬ 
ria sono il volto, il fantastico, il gesto vi¬ 
sibile, Yatmosfera, il ritmo, lo stile, IV- 
spressionismo. 

Tale percorso articolato e poliedrico 
permette di ricostruire un dialogo, rav- 
vicinato o a distanza, con i maggiori 
intellettuali e teorici del film degli an- 


19 























FAHRENHEIT 451 


20 ni Venti: da Lukacs, la cui influenza su 
Balazs fu preminente, a Kracauer con 
cui condivise gli insegnamenti di Sim- 
mel, pur sviluppando metodo d’inda- 
gine e idee molto diverse, soprattutto 
sulla tendenza all’astrazione del capi- 
talismo. 

Leggendo il volume e possibile dun- 
que misurare Fimpatto sul proprio 
contesto delle teorie di Balazs, la loro 
ricezione critica: si veda in proposito la 
ricostruzione della polemica con Ej- 
zenstejn ( Bela dimentica leforbict) pun- 
tualmente riportata da Dunja Dogo 
nella seconda appendice. 

Grande attenzione viene data natural- 
mente al corpo dell’uomo cinematogra- 
fico, e alia riqualificazione di un lin- 
guaggio visuale (forse cpitWuniverselle 
Sprache di cui Viking Eggeling e mol- 
ti altri discutevano negli stessi anni) 
verso il quale, per Balazs, opererebbe il 
cinema in opposizione ad una “dittatu- 
ra della parola”, consolidatasi dall’in- 
venzione della stampa in poi. 

L’autore e tuttavia Ubero da dogmati- 
smi, sicuramente grazie alia varieta 
della propria formazione, e nondime- 
no alia frequentazione della scrittura e 
della produzione cinematografica 
(estranea a molti teorici allora come 
oggi). L’indefmitezza di tali assunti di- 
viene evidente nell’ammissione della 
propria inadeguatezza, delfinesauribi- 
le paradosso del teorico del cinema: 

Essenza e significato del cinema 
risiedono nel fatto che, attraverso 
la spontaneita dei gesti, e in grado 
di esprimere sentimenti che le pa¬ 
role piu sottili non riescono a co- 
gliere. E ora - oh, meschino - cer- 
co di descrivere impressioni cine- 
matografiche, cerco di volgere in 
parole forme visive e di pronuncia- 
re cio che per sua natura e partico- 
larita e impronunciabile (Introdu- 
zione, p. 16). 

E dunque utilissimo attingere alle 
considerazioni di Balazs sul gesto, e al¬ 
ia complessa dialettica fra fisionomia e 
mimica, grande nodo della riflessione 
critica suU’attore e sul cinema muto in 
generate. 

Detto cio, la predilezione dell’autore 
per un approccio analitico al film, al- 
l’immagine, non gli impedisce mai lo 
slancio verso la teoria pura, verso “una 
prassi critica che tende sempre a gene- 
ralizzare, ad astrarre dal caso specifico 
e a individuare tendenze, fenomeni di 
importanza piu ampia” (Introduzione, 
p. 14). 


Maurizio Buquicchio 


Marsilio 

Marco Bertozzi, Storia del documenta- 
rio italiano. Immagini e culture delFaltro 
cinema , Venezia, Marsilio Editori, 
2008. 

Un altro cinema e possibile. Percorsi tra- 
sversali della storia del cinema italiano 


In questi ultimi anni il discorso sul do- 
cumentario ha iniziato a prendere pie- 
de anche in territorio italiano. Sono 
stati tradotti alcuni dei testi fonda- 
mentali per uno studio dei film non¬ 
fiction. Il lavoro di rendere nota e visi- 
bile “l’altra faccia del cinema” ha visto 
impegnati autori come Jean Bre- 
schand 1 , Bill Nichols 2 , Jean-Louis Co- 
molli 3 (ed altri) i cui testi sono stati 
editi rispettivamente da Lindau, Il Ca- 
storo e Donzelli. 

Il documentario: Valtra faccia del cinema 
di Breschand e un’ottima introduzione 
alia storia del documentario tout court, 
essenziale, efircace, breve, ma del tutto 
funzionale a chi rivolge il proprio 
sguardo oltre i confini indecidibili di 
cio che puo essere considerato espres- 
sione artistica o mera rappresentazio- 
ne della realta. Il binomio tra vero e 
falso, tra riproduzione “tale e quale” e 
creazione profonda, costituisce fin da 
sempre la fonte principale dell’acceso 
dibattito sullo specifico artistico del 
medium tecnologico. Il problema e, 
dunque, quello di riconoscere una vol- 
ta per tutte, il valore linguistico, oltre 
che formale, dei film-realta. 
Introduzione al documentario parte da 
questo presupposto; Bill Nichols ana- 
lizza il messaggio documentaristico a 
partire da quelle norme gia consolida¬ 
te nelle dottrine retoriche dell’antica 
Grecia. liars documentaria e in un cer- 
to senso ars retorica per cui al discorso 
oratorio si affianca la decifrazione dei 
documenti, l’invenzione creativa del 
soggetto dell’enunciazione (regista) e 
Futilizzo di prove (cartacee, visive, so- 
nore) per awalorare la tesi esposta. 

Il documentario e dunque un linguag- 
gio articolato, un discorso audiovisivo: 
il destinatario e un pubblico la cui at¬ 
tenzione e curiosita deve essere solleci- 
tata nello stesso modo in cui i massimi 
maestri dell’eloquenza riuscivano a 
catturare l’interesse dei propri uditori. 
Tuttavia la nozione di linguaggio arti¬ 
stico applicata al documentario non 
trova una collocazione sistematica nei 
discorsi sul cinema-altro. E chiaro che, 
fino ad oggi, e mancata in Italia una 
storia del cinema del reale, poche sono 
state le pubblicazioni: interessante e 
accurata quella di Giannarelli e Savo- 
relli sulle forme, le tecniche e il pro- 
cesso produttivo di questo “genere” ci- 
nematografico 4 ; introduttiva YABC 5 di 


Pinelli; utile per comprendere i princi- 
pi di analisi delle immagini-documen- 
to d’archivio il Hbro di Perniola Oltre il 
neorealismo. Documentari d'autore e 
realta italiana deldopoguerra b . 

Ma come si puo vedere, se a livello 
mondiale un’analisi sistematica di una 
storia parallela a quella del cinema di 
finzione aveva avuto il suo corso, gli 
storici del cinema italiano solo negli 
ultimi anni hanno iniziato a tracciare 
le prime riflessioni sul documentario. 
Tuttavia a settembre 2008 e stato pub- 
blicato dalla Marsilio una completa ed 
esauriente storia del documentario no- 
strano che vede Fautore - Marco Ber¬ 
tozzi - protagonista di un duplice 
viaggio: “un’ipotesi di storia del docu¬ 
mentario Funo, un’esperienza persona- 
le l’altro” (p. 11). 

Storia del documentario italiano. Imma¬ 
gini e culture dell'altro cinema e il primo 
libro sulla storia del documentario ita¬ 
liano. 

Quando la passione del vedere 
coinvolge l’eccitazione del percepi- 
re, la cornice di riferimento si al- 
larga e investe la questione estesi- 
ca, la vulnerabilita delle emozioni, 
le memorie perdute, vertigini lega¬ 
te all’eredita di un destino. E una 
prospettiva che mina le interpreta- 
zioni ufficiali della storia del cine¬ 
ma e amplifica i legami con la sto¬ 
ria delle idee e delle emozioni (p. 
23). 

Dall’“archeologia dello sguardo dina- 
mico”, al “regime in Luce”, passando 
attraverso Farte, Findustria e la cultura 
fino alia “nuova onda del cinema ita¬ 
liano”, Bertozzi rende tangibili alcuni 
corollari inesplorati, mettendo a fuoco 
immagini e culture del cinema dalle 
origini fino a oggi, colmando quel si- 
lenzio storiografico che impediva 
all’“idea documentaria” di venire alio 
scoperto. 

“Chi possiede il senso del documenta¬ 
rio possiede il senso del cinema” 7 e 
questo libro non e altro che la sua mes- 
sa in forma. 

Angelita Fiore 


Note llillilll 

1. Jean Breschand, II documentario: 
del cinema , Torino, Lindau, 2005. 

2. Bill Nichols, Introduzione al documenitim0$$$. 
lano, Il Castoro, 2006. 

3. Jean-Louis Comolli, Vedere epotererilMfi 

documentario e Vinnocenza perduta, 
zelli,2006. ’i'liiiiiijijijl 

4. Ansano Giannarelli, Silvia Savorelli’i : ;JE§|j^i^i 
cumentario. Forme , tecniche e processo pf&dMi$^ 
Roma, Dino Audino Editore, 2007. 

5. Carlo Alberto Pinelli, L'ABC del docurmpffjp 
2° ed., Roma, Dino Audino Editore, 2002L 

6. Ivelise Perniola, Oltre il neorealismo . ii 

tari d'autore e realta italiana del dopoguerra , Roma, - 
Bulzoni Editore, 2004. 

7. Giorgio Pasinetti, citato nella quarta di cb^fe:: 

tina del libro di Bertozzi. •; $$$ 



Marco Bertozzi 


Storia del documentario 
italiano 

Immagini e culture deli’attro cinema 


* 











Come tanto essere pub non essere? 

II principio di simmetria ncl cine¬ 
ma c nei versi di Pasolini 

La contraddizione e presente costan- 
temente nell’opera di Pier Paolo Paso¬ 
lini, senza che si riesca mai a giungere 
a una risoluzione; ai contrario, 1,1 poeta 
la mantiene viva, esaltandone in tal 
modo 1 ambiguita. Awalendpmi della 
sostanziale antinomia tcmatica della 
poetica pasoKniana, per cui. non :b piu 
concesso al discorso di farsi depostta- 
rio di una verjta, e di figure retp.rkhe 
quali l’ossimoro, che puo essere preso 
come modello per indicare la coesk 
stenza degli opposti, e la sineeiosi, nel- 
la quale Franco Pbrtini ha indicato l'e- 
spressione cmblematiea deU’ispirazio- 
ne pasoliniana, fondata sulk “antitesi, 
su di una contraddizione; una figura di 
linguaggio, cioe, con la quale si affer- 
nmno, d’uno stesso soggetto, due con- 
trari” 2 , “o si corregge un soggetto con 
un aggettivo di opposto ■signifkato” 3 , 
ho analizzato un testo poetico, L'Usi- 
gno/o della Chiesa Cattolica^, e ua testo 
filn u >, l Ion n Rama uttiiz- 

i ndo il prinapw di simmetria di 
Ignacio Matte Blanc < ■, cosi che etver- 
go-e una simile opera/ionC; iigurale, 
quella della, stnecjosi yssimoi'-pi 
Quest’ultmu). in L’tnconscto come insie- 
mi infiniti. Saggio sulla M-logica 5 ', attua 
una rilertura dei concetti freudiani di 
coscienza e inconscio, nforrmil mdoh 
in quelli di essere simmetrico e di es¬ 
sere asimmctrico. Second© il principio 
di simmetria matteblanduano, “non si 
pud dire che i processi del sistema m- 
conscio awengano senza obbedire ad 
alcuna legge logica, nel qual caso ci 
troveremmo sokanto di fronte al 
caos” 6 ; i’inconscio vienc considerato 
come “una struttura che coincide pra- 
ticamente con tutta la zona (inimensa) 
delTattivita psicliica sottratta alia co¬ 
scienza e non necessariamente rimos- 
sa” 7 . Qttesta struttura non viene rego- 
lata dalla logica che presiede i processi 
COscienti, la logica bivalente o binaria, 
ia logica a-simmetrica di ascendenza 
aristotelica, in cui A si oppone a B, l’al- 
to al basso, il dentro al fuori, la luce al 
buio..bensi da una logica definita da 
Matte Blanco bi-logica o logica sim- 
metrica. “La relazione inversa di qual- 
siasi relazione e concepita come iden- 
tica alia relazione” 8 ; questo, uno dei 
principi base della teoria del principio 
di simmetria, secondo cui, quindi, una 
relazione asimmctrica, quale “A e il pa¬ 
dre di B”, viene trattata dal pensiero 
inconscio cosi come una relazione 
simmetrica quale “C e il fratello di D”, 
relazione nella quale i due termini 
possono essere concepiti anche nella 
relazione inversa “D e il fratello di C”, 


Dove sono volati gli anni che divi- 
dono il corpo di 

questi ragazzi da quello dei loro 
padri? Tu, Domenico, 
figlio di Stefano, [...] 

Corpo di tuo padre,labbra di 

illjJJftUO 

padre, petto di tuo padre, che mor- 

te risuona nel tuo 

canto, che vita nel tuo quieto non 

esistere? 9 

In questi versi l’immagine preponde- 
rantc e quella di un tempo che non 
Anuta 1 ?, che si ripete inesorabilmente, 
Cost come i figli ripetono il “corpo”, il 
viso e il “riso” dei padri, di cui tratten- 
gono ancora il filo ideMa vita, “Ma gli 
anra spartti nel paese non / sono mai 
trascorsi”. Se “Stefano” e padre di “Do¬ 
menico”, “Domenico” e padre di “Ste¬ 
fano”; la logica del sistema inconscio ci 
aiuta a comprendere questa poesia e si 
arriva ad avere la sensazione che non vi 
sia alcuna distinzione tra padre e figlio. 
Questa impressione la riviviamo in 
una sequenza di Mamma Roma in cui 
la Magnaai e Ettore ballano il tango 
sulk note di Violino Tzigano, canzone 
che il padre del ragazzo cantava per 
|lci. Mentre li vediamo danzare, 1c pa¬ 
role di Mamma Roma ci inducono a 
far svanire ogni distinzione tra Ettore 
e. suo padre; il figlio c ahbracciato, 

■ stretto alia donna, come probabilmen- 
tc un tempo era il padre. Il sogno rac- 
contato da Mamma Roma conferma 
questa nostra impressione, e la voce del 
padre del ragazzo che la chiama, ma e 
Ettore ad apparire: il padre arrestato 11 
diviene il figlio “guardia” 12 ; quasi che il 
figlio avesse preso il posto del padre 
anche in quanto Autorita. Durante 
quel tango Ettore e il padre, poiche 
' f Autorita e la funzione proposizionale 
che neutralizza ogni altra differenza e 
fa si che si possa giungere a un’identi- 
ficazione tra padre e figlio. Dunque, 
cosi come nel principio di simmetria, 
un individuo e l’altro sulla base di una 
sola funzione proposizionale che neu¬ 
tralizza tutte le altre 13 . 

In LeAlbe vi e una continuity tra padri 
e figli che si ripete costantemente, una 
continuity profonda e radicata che 
esorcizza l’incubo della, morte e lo pla- 
ca esprimendo il.'sense di un tempo 
bloccato. Tuttavia cib che impietosa- 
mente si tramanda c anche la respon- 
sabOita , dei: padri, delle loro eolpe che 
ricadonosui figli; alio stesso modo, nel 
testo filmico, U Fato non pub che far 
diventare Ettore una vittima sacrifica- 
k, innocente quanto inconsapevole, 

. colpevolc dalla nascita e senza alcuna 
possibility di salvezza 14 . La sua morte 
impiica una catarsi, poiche cio che si 
materna; la 

donna, nel tentative di dare al figlio 
una vita rnigliore della sua, non fa che 






CAMERA STYLO 


22 imporre le sue scelte e i suoi desideri, il 
suo amore diventa sempre piu soffo- 
cante (“O amore materno, / strazian- 
te” 15 ), e si comporta come una Regina, 
padrona assoluta, sebbene amorevole, 
di suo figlio. Tuttavia Mamma Roma 
non pud che fallire ed Ettore diventa, 
cosi, la vittima del suo sogno piccolo- 
borghese; il tentativo di uscire dalla 
propria condizione, infatti, non puo 
che rivelarsi fatale, e la morte diventa 
Tunica soluzione che permetta una via 
d’uscita da quel mondo: la morte di 
Ettore rappresenta, per Mamma Ro¬ 
ma, la caduta di tutte le illusioni di una 
vita diversa e la presa di coscienza dei 
propri errori. 


[...]. L’esistenza 
fa scordare che fu d’aprile 
il trionfo della sapienza, 
quando il peccato era innocenza 
e Tinnocenza era peccato 16 . 


In questi versi Tossimoro esprime una 
morale dell’ambiguita: nulla e piu in- 
nocente del peccato, e piu impuro del¬ 
la castita. Innocenza e peccato rappre- 
sentano un connubio presente con assi- 
duita nelle poesie di questa raccolta, in 
cui la melodia dell’usignolo e spesso sa- 
crilega, cosi come le Annunciazioni di 
Carmine; l’usignolo canta dentro la 
Chiesa, ma vi canta l’ebbrezza del ma¬ 
le: vi e, dunque, una ricorrente attrazio- 
ne per la colpa e rimorso per la stessa. 
La figura dell’“angelo impuro” 17 e 
tutt’altro che inconsueta nelle poesie 
di Pasolini; ritroviamo le immagini 
angelico-demoniache, mortuarie e tra- 
giche, nei testi filmici, rese attraverso 
contaminazioni musicali e figurative, e 
attraverso la sovrapposizione di toni e 
registri contrastanti all’interno di uno 
stesso fotogramma. Le inquadrature in 
cui e protagonista Carmine, interpre- 
tato in Mamma Roma da Franco Citti, 
ricordano le immagini angelico-sata- 
niche di molti versi, e possiamo rawi- 
sarvi la presenza della coppia purezza- 
impurezza, tutt’altro che oppositoria 
nelTautore. Durante la sequenza della 
blasfema Ultima cena si riscontra so- 
prattutto una contaminazione di sacro 
e profano, come ha osservato Alberto 
Marchesini, il quale vede, nell’inqua- 
dratura in cui lo sposo, Carmine, tiene 
in mano un giglio, Tidentificazione tra 
questo personaggio e TArcangelo Ga¬ 
briele 18 . Tuttavia questa similitudine, 
resa figurativamente anche dall’espres- 
sione e dai gesti di Franco Citti, viene 
dissacrata dalle parole pronunciate da 
Carmine; assumendo un’espressione 
dimessa, quasi intimidito, con un sor- 
riso di innocenza e di dolore, profana 
questa scena sacra con la prima “an- 
nunciazione”: “Te benedico in nomine 
Patris, Filii et Spiritus Santi. Morto un 
Pappone se ne fa un altro!”. La sine- 


ciosi viene, dunque, resa anche in 
un’inquadratura e qui si riscontra un 
forte contrasto tra il volto, il gesto, la 
benedizione di Carmine/Arcangelo 
Gabriele e do che esprime; un “angelo 
impuro”, simbolo di innocenza e di 
peccato, puro ed impuro alio stesso 
tempo. 

Le periodiche ricomparse di Carmine 
sono costantemente accompagnate dal 
Concerto in Do maggiore di Vivaldi, 
che, come Pasolini dichiara, e “il moti- 
vo del destino, che torna sempre nei 
momenti in cui torna il destino, doe 
Carmine” 19 . Si awerte qualcosa di tra- 
gicamente ineluttabile in questo per¬ 
sonaggio, vi e qualcosa di perturbante, 
di unheimlich 20 , nelle apparizioni di 
Carmine, nella fatalita a cui sono lega¬ 
te e nelle ripetizioni che possiamo ri- 
scontrare in alcuni movimenti di mac- 
china e nella musica. Cunheimlich, nei 
linguaggio, e reso da una spezzatura 
interna al linguaggio medesimo; nelle 
poesie lo ritroviamo grazie a figure re- 
toriche quali l’iterazione o Tossimoro, 
(“candore / del cuore sporco” 21 , “e, non 
incoerente, / mio cinico 
innocente” 22 ...); e nei linguaggio cine- 
matografico grazie a particolari movi¬ 
menti di macchina o a un certo uso 
della musica, cosi come accade con il 
personaggio di Carmine. Questi ritor- 
na a cercare Mamma Roma, subito 
dopo la sequenza in cui la donna por¬ 
ta Ettore a Roma; la donna va ad apri- 
re la porta, in quel momento inizia la 
musica, “il motivo del destino”, e vi e 
un carrello in avanti verso Carmine. Il 
carrello ottico sul volto di Citti po- 
trebbe essere interpretato come lo 
sguardo di Mamma Roma, ma la posi- 
zione rawicinata dei due attori non 
giustifica un’interpretazione in tal sen- 
so di questo carrello. Questo “movi- 
mento in avanti”, una spezzatura nei 
linguaggio che pretende l’attenzione 
dello spettatore, diventa un simbolo 
del “ritorno del passato ” 23 , qualcosa di 
familiare che ritorna come unheimlich. 
Il Concerto in Do maggiore , che si inter- 
rompe non appena Carmine esce di 
scena, quando la Magnani chiude la 
porta, suscita ancor di piu in noi 
Xunheimlich, poiche abbiamo l’impres- 
sione che Mamma Roma ed Ettore 
non possano sfuggire al loro Destino. 
Durante Tapparizione successiva di 
Carmine, sottolineata dal Concerto in 
Do maggiore, due lente panoramiche 
verso destra lo seguono; l’uomo entra 
violentemente in casa di Mamma Ro¬ 
ma e quando si siede sul divano vi e un 
carrello in avanti verso di lui, cosi che 
anche noi spettatori possiamo awerti- 
re quella sensazione di unheimlich vis- 
suta dalla donna. Mamma Roma pian- 
ge, tenta di ribellarsi, ma, come ha os¬ 
servato Marchesini, Tidentificazione 
Carmine/Arcangelo Gabriele, prean- 




Mamma Roma 


Mamma Roma 


nunciata all’inizio del film, culmina 
ora “nell’annunciazione (che resta a li- 
vello di ricatto verbale nei confronti di 
Mamma Roma) di Carmine ad Ettore 
riguardo il mestiere della madre” 24 . La 
donna, “fuori di se, come un automa 
carico di disperazione” 25 , corre in cuci- 
na, afferra un coltello e si scaglia con- 
tro Carmine; vi e un rapido carrello in 
avanti verso la Magnani, mentre Tuo- 
mo afferra il coltello e la getta per ter¬ 
ra. Mamma Roma non puo vincere 
contro il destino, per quanto lotti; in 
quest’inquadratura si ha Timpressione 
che riemergera con sempre piu forza 
dal passato senza che ne lei, ne il figlio 
possano riuscire a sfuggirvi. “Soltanto 
il fattore della ripetizione involontaria 
rende perturbante cio che di per se sa- 
rebbe innocuo, insinuandoci fiidea del¬ 
la fatalita e dell’ineluttabilita laddove 
normalmente avremmo parlato solo di 


caso” 26 . Carmine incarna perfettamen- 
te questa “idea di fatalita e di inelutta- 
bilita”, e “compare ogni volta in veste 
di disturbatore delTamore” 27 . 

Ormai tu mi hai capito, 
e, non incoerente, 
mio cinico innocente, 
gusti il frutto proibito 28 . 

In questi versi Pasolini tratteggia la fi¬ 
gura del giovane innocente nei pecca¬ 
to; grazie a splendide sineciosi si deli- 
nea e prende vita il “cinico innocente”. 
Uno dei tanti fanciulli pasoliniani pu- 
ri nella loro cattiveria, una purezza che 
nasce dalla “meraviglia”, dallo stupore, 
e tuttavia padrone di una consapevo- 
lezza priva di rassegnazione a cui deve 
cedere, poiche e “inutile” cercare rime- 
di, “E inutile: non vedi / lo smorto 
compromesso?”. Domanda che sembra 







CAMERA STYLO 


vanificare i primi versi, “e non incoe- 
rente”, un fanciullo “innocente”, ma 
anche “cinico”, “crudo” e “ingenuo” alio 
stesso tempo. La contrapposizione tra 
innocenza e peccato viene accentuata 
dalle allitterazioni (“FRutto PRoibi- 
to”, “CRudo”, “teneBRe”) e dalla ripe- 
tizione del gruppo timbrico tr (“TRa- 
dendo”, “TRastulli”). Gli ossimori 
vengono rafforzati da differenze non 
solo di significato, ma anche di signifi- 
cante; il poeta si serve di suoni piu dol- 
ci per comunicare l’ingenuita del gio- 
vane (“fanciuLLO”, “meraviGLIA”, 
“famiGLIA”). Vi e, dunque, una convi- 
venza tra ambigua innocenza e falsi ri- 
morsi. 

La poesia si chiude con la risata del 
fanciullo (“ridi del naturale / millena- 
rio pudore”) versi in cui l’enjambement 
mette in risalto non solo la lentezza 
con cui tutto sempre si ripete, ma an¬ 
che l’ennesima contraddizione presen¬ 
te in questo fanciullo. Possiamo ana- 
lizzare questi “dnici innocenti” utiliz- 
zando il principio di simmetria matte- 
blanchiano, mettendo in luce l’assenza 
del principio di non contraddizione 29 . 
In queste immagini cio che si nega di- 
viene identico a cio che si afferma, 
queste figure costituiscono una classe 
in cui tutti i membri vengono trattati 
come identici tra loro. 

Il perenne contrasto tra purezza e im- 
purezza viene spesso messo in risalto 
dal sole, uno dei protagonist! della 
poetica pasoliniana, cinematografica e 
letteraria, onnipresente con la sua luce 
che riscalda, ma che puo anche brucia- 
re, distruggere. Metafora ossessiva esi- 
bita con assiduita inquietante e, come 
le metafore ossessive in Mallarme ana- 
lizzate da Charles Mauron 30 , anche 
l’ossessione solare di Pasolini rappre- 
senta “un’altra cosa, una realta interio- 
re, sconosciuta ma affascinante, e in- 
dubbiamente temibile” 31 . Il sole e 
un’immagine-schermo che svela un 
senso nascosto senza poterlo nomina- 
re del tutto, che proprio velandolo lo 
rivela, rinviando alia verita soggettiva 
dell’autore; il continuo incombere del 
sole assume “una funzione bipolare” 32 , 
grazie a una serie di opposizioni, chia- 
ro-scuro, luce-buio, fecondare-inaridi- 
re, vita-morte... 

Sin dalla prima inquadratura di Mam¬ 
ma Roma e presente un sole nero che 
sembra quasi inutile o beffardo, poiche 
getta i suoi raggi sulla miseria, sulla 
tristezza, sulla polvere di una terra ina- 
ridita, bruciata. Si puo notare come vi 
sia un continuo contrasto voluto, ricer- 
cato ossessivamente dall’autore, tra la 
folia nera e un sole impietoso che con 
i suoi raggi mette in evidenza la po- 
verta, la sporcizia, grazie a un contrasto 
implicito nelle immagini che ci ricor- 
da gli ossimori delle sue poesie. Nella 
“sequenza della roba usata” vediamo 


nuovamente quei volti, quella terra, 
quella polvere, quelle “facce del male 
diventato bene nella pigrizia, nel sole, 
nel sonno di Dio e degli uomini” 33 , fis- 
sate dalla macchina da presa in una 
lenta panoramica verso sinistra, e per 
un attimo, mentre ascoltiamo con loro 
le note di Violino Tzigano, tutto si fer- 
ma. Awertiamo ancora di piu il con¬ 
trasto a causa di quelle note “allegre e 
antiche” 34 che si diffondono nell’aria, 
mentre la macchina da presa, con una 
panoramica, sfiora dolcemente quei 
volti scuri, le baracche, la miseria dei 
secoli, i corpi awolti dalla polvere e 
bruciati da un sole buio. 

[...] Il sole 
carezza le pareti 
della via, la mole 
della citta, tra lieti 

suoni, sospiri e gridi. 

La pioggia d’ieri sera 
stempera in un brivido 
calmo l’atmosfera. 

Poi ti rivolti al mesto 
interno della camera 
calda (ed e con questo 
che cede la tua anima 

al gelo del tempo). 

Un’amarezza arida 
come il sole stento 
che opprime la strada... 35 

In questi versi, tratti da AU'ombra di 
Verlaine , ritroviamo lo sguardo del sole 
sulla citta, un sole che “carezza”, ma 
questa dolcezza si neutralizza con un 
enjambement (“tra lieti / suoni”), 
rafforzato dall’ossimoro tra “lieti / suo¬ 
ni, sospiri e gridi”, svuotando di senso 
la tenerezza del termine “carezza”. Al¬ 
io stesso modo, il calore della stanza 
(“camera calda”) viene vanificato dal 
“mesto interno” e dal “gelo del tempo”. 
Una tristezza, un dolore fissati nel 
tempo, immobile, che non presuppone 
cambiamenti, in cui “non puo esserci 
alcuna successione” 36 , poiche nulla 
cambia; e nel “gelo” e come se il tempo 
scomparisse. Subito dopo torna il ca¬ 
lore, un calore che distrugge, “un’ama¬ 
rezza arida”, che dovrebbe inaridire 
con la sua forza, eppure e un “sole 
stento”, e che tuttavia “opprime la stra¬ 
da” instaurando una comunicazione tra 
il cielo e la terra: la “carezza” si rivela 
fonte di oppressione nei confronti del¬ 
la citta. 

Il sole, incurante e eterno, continua a 
splendere fino all’ultima inquadratura 
di Mamma Roma e assiste, indifferen- 
te, alia morte di Ettore e alia dispera- 
zione della madre. Ettore muore lega¬ 
to ad un letto di contenzione, “come 
un piccolo crocifisso” 37 ; le dissolvenze 



23 


Mamma Roma 


scandiscono l’agonia del ragazzo. E in 
queste ultime inquadrature del film 
che piu si awerte l’amore per la madre, 
sono gli ultimi momenti di vita di Et¬ 
tore, il quale, delirante, la invoca. La 
chiama, finalmente, piii volte; e a lei 
che si rivolge per chiedere il “perche” 
di tanto dolore. Mamma Roma e lon- 
tana da lui, non puo piu fare nulla, tut¬ 
tavia si ha Fimpressione che la macchi¬ 
na da presa la sostituisca. La sequenza 
viene affidata ai movimenti di dolly, 
che per tre volte “accarezzano” il suo 
corpo, partendo dal primo piano per 
poi fermarsi sulla figura intera di Etto¬ 
re, inquadrato dal basso, con i piedi in 
primo piano, in una inquadratura 
“profondamente religiosa” 38 che ricor- 
da il Cristo morto di Mantegna. Movi¬ 
menti lenti, dolci, che assistono e ac- 
compagnano Ettore alia morte, che 
rappresentano l’affetto materno e so- 
stituiscono la madre assente. Ettore, 
agonizzante, mentre invoca la madre, 
esprime il desiderio di poter tornare a 
Guidonia, paese legato ad un’infanzia 
felice e spensierata. Guidonia, cosi co¬ 
me Casarsa per Pasolini, terra dell’a- 
dolescenza e dell’innocenza, ma anche 
terra della Madre e delle Origini. La 
morte sta per sopraggiungere, la fine 
che ricongiunge al principio, a un’ori- 
gine che e prima di ogni origine, la do¬ 
ve tutto ha inizio e tutto finisce. Etto¬ 
re sente la morte che si awicina, e nel- 
lo stesso istante desidera tornare a 
Guidonia, paese in cui e cresciuto, ma 
anche metafora della Madre - “tutto fa 
capo a Lei, e, prima di ogni altra cosa, 
la vita; tutto si rivolge a Lei e a Lei e 
destinato” 39 - e del grembo materno. 


Si, spesso sei morto, e allegro torna 
il ragazzo nel grembo, e alia forma 
soavissima il mitomane entusiasta, 
se solo la vita gli e rimasta 40 . 


La luce del sole assiste Ettore durante 
il suo “martirio” 41 ; invade la stanza 
dell’infermeria della prigione, in cui 
troviamo il ragazzo, febbricitante, 
mentre smania nel letto. E una luce 
forte, violenta, che irrompe dall’alto e 
che mette in risalto con maggior evi¬ 
denza il bianco ossessivo delle mura, 
del pavimento, dei letti, delle camicie 
dei prigionieri/malati... La luce conti¬ 
nua a irrompere dall’alto nelle sequen- 
ze deE’agonia di Ettore, e con il susse- 
guirsi delle inquadrature, legate tra lo¬ 
ro da dissolvenze incrociate, diventa 
sempre piu forte. Dapprima e la luce 
della luna, che penetra dall’alto mentre 
Ettore si dimena nel letto, poi la luce 
dell’alba invade la cella bianca; Ettore 
e quasi immobile, ripete che ha freddo, 
poiche quello che lo sta accompagnan- 
do alia morte e un sole gelido. Ettore e 
sempre piu immobile, finche non si 
rnuove, non parla, non respira piu; “la 
luce del sole ha invaso l’orribile cel¬ 
la” 42 . Il sole appare sempre piu. forte 
durante l’agonia di Ettore, un sole che 
e anche simbolo dell’Autorita, di Dio, 
del padre - “non mi ritengo responsa- 
bile dell’accento monocorde delle so- 
luzioni offerte dalla psicoanalisi se sot- 
tolineo che il sole altro non e che un 
simbolo sublimato del padre” 43 - e 
continuiamo a vederlo fino all’ultima 
inquadratura, in cui splende su Roma, 
indifferente come la citta. 

Mamma Roma, finalmente, di fronte 
all’indifferenza della citta, vede e riesce 
a comprendere che la responsabilita e 
soprattutto della societa: il prezzo del¬ 
la propria presa di coscienza e la mor¬ 
te del figlio. Il film, nella sceneggiatu- 
ra letteraria, finiva con un urlo della 
Magnani: “I Responsabili, i Responsa- 
bili”, mentre nel testo filmico rimane 
lo sguardo silenzioso di Mamma Ro¬ 
ma, un silenzio angosciante e lo sguar- 


















































CAMERA STYLO 


24 do di chi e giunto troppo tardi a pren- 
dere coscienza. 

La Morte per Ettore e “patimento, do- 
lore, non Liberazione, ma Condanna”, 
“poiche ha tentato - tramite la madre 
- di ribellarsi alia condizione sottopro- 
letaria, di salire la scala sociale, di var- 
care le mura dell’entropica borgata” 44 . 
L’ambivalenza tematica e stilistica di 
PasoMni pud essere interpretata, anco- 
ra una volta, ricorrendo a Matte Blan¬ 
co e al principio di non contraddizio- 
ne; nulla viene negato e dunque nulla 
puo essere affermato. La Morte e sof- 
ferenza, ma per Pasolini e anche “inte- 
sa come il destino ineluttabile, che da 
un senso alia vita e costituisce la sua 
pulsione fondamentale” 45 ; il sole alio 
stesso tempo e luce, calore, ma anche 
un nemico che accompagna sadica- 
mente alia morte. Il conflitto continua 
a persistere nello stesso “concetto” 
(non solo nel significato, ma anche nel 
significante), cost che questo resti ine- 
sorabilmente negato e non si possa 
giungere ad alcuna risoluzione. 

“C’e dentro di me l’idea tragica che 
contraddice sempre tutto, l’idea della 
morte. L’unica cosa che da una vera 
grandezza all’uomo e il fatto che 
muoia” 46 . 


Diletta D’Ascia 


Note 

Il presente saggio e stato selezionato alia 28 a edi- 
zione del Premio Adelio Ferrero 2008. 

1. Pier Paolo Pasolini, Profezia (1), in L'Usignolo 
della Chiesa Cattolica, in Walter Siti (a cura di), 
Tutte le Opere, Milano, Mondadori, 1999, p. 594. 

2. Franco Fortini, Attraverso Pasolini, Torino, Ei- 
naudi, 1993, p. 22. 

3. Gian Carlo Ferretti, Letteratura e ideologia, Ro¬ 
ma, Editori Riuniti, 1974, p. 178. 

4. P.P. Pasolini, L'Usignolo della Chiesa Cattolica , 
Milano, Longanesi, 1958. 

5. Ignacio Matte Blanco, L'inconscio come insiemi 
infiniti. Saggio sulla bi-logica, Torino, Einaudi, 
1981. 

6. Ibidem, p. 42. 

7. Stefano Agosti, Modelli psicanalitici e teoria del 
testo, Milano, Feltrinelli, 1987, p. 12. 

8.1. Matte Blanco, op. cit., p. 44. 

9. P.P. Pasolini, Le Albe, in L'Usignolo della Chiesa 
Cattolica, cit., p. 37 

10. “[...] quando si applica il principio di simme- 
tria non puo esserci alcuna successione”; in virtu 
del principio di simmetria, quindi, sia lo spazio 
che il tempo svaniscono. In I. Matte Blanco, op. 
city p. 44. 

11. Nella seconda lunga carrellata lungo viale del- 
le prostitute, scopriamo da Mamma Roma che 
suo marito, il padre di Ettore, era stato arrestato 
subito dopo il matrimonio. 

12. La donna racconta il sogno a suo figlio, dicen- 
dogli che era una guardia e che l’aveva inseguita. 

13. “[...] quando si applica il principio di simme¬ 
tria, tutti i membri di un insieme o di una classe 
sono trattati come identici tra loro e identici al- 
l’insieme o classe; quindi sono intercambiabili sia 
rispetto alia funzione proposizionale che determi- 


na o definisce la classe, sia riguardo a tutte le fiin- 
zioni proposizionali che permettono di distin- 
guerli fra di loro e attraverso le quali (doe attra- 
verso queste funzioni) e possibile affermare, in lo- 
gica aristotelica, che un dato elemento della clas¬ 
se non e identico ad un altro”. In I. Matte Blanco, 
op. city p. 45. 

14. Nell’infermeria della prigione, mentre vedia- 
mo Ettore febbricitante, uno dei malati-detenuti 
declama alcuni versi del canto IV della Divina 
Commedia, il canto del Limbo, in cui vi sono i non 
battezzati, coloro che non hanno commesso alcun 
peccato. 

15. P.R Pasolini, Came e Ciehy in L'Usignolo della 
Chiesa Cattolicay cit., p. 91. 

16. P.P. Pasolini, Crisi, in W. Siti (a cura di), op. 
city p. 586. 

17. P.P. Pasolini, L'angelo impuro, in L'Usignolo 
della Chiesa Cattolicay cit., p. 96. 

18. “Il giglio ci riporta alia sfera religiosa in quan¬ 
to simbolo di purezza offerto a Maria dalTArcan¬ 
gelo Gabriele”. In Alberto Marchesini, Citazioni 
pittoriche nel cinema di Pasolini, Firenze, La Nuo- 
va Italia, 1994, p. 28. 

19. In Nino Ferrero, “Conversazione con Pier 
Paolo Pasolini, in ‘Mamma Roma’ owero dalla re- 
sponsabilita individuale alia responsabilita collet- 
tiva”, Filmcritica , n. 125, settembre 1962, p. 51. 

20. “Il perturbante e quella sorte di spaventoso 
che risale a quanto ci e noto da lungo tempo, a 
quanto ci e familiare”; qualcosa di angoscioso che 
riemerge, che ritorna. In Sigmund Freud, Il Per- 
turbante , Roma, Theoria, 1993, p. 14. 

21. P.P. Pasolini, Poesiole Nottume (IV), in L'Usi¬ 
gnolo della Chiesa Cattolica , in Tutte le Opere , cit., 
p. 593. 

22. P.P. Pasolini, L'illecito, in L'Usignolo della Chie¬ 
sa Cattolica , cit., p. 75. 

23. Lucilla Albano, “Il visibile e il non visibile”, 
Filmcritica , n. 365-366, giugno-luglio 1986 (cor- 
sivo dell’autrice). 

24. A. Marchesini, op. cit., p. 28. 

25. P.P. Pasolini, Mamma Roma, in W. Siti (a cu¬ 
ra di), op. cit., p. 235. 

26. S. Freud, op. cit., p. 49. 

27. Ibidem , p. 38; Freud osserva che anche “un uo- 
mo vivo e perturbante, quando gli attribuiamo 
cattive intenzioni”. Ibidem, p. 61. 

28. P.P. Pasolini, L'illecito, cit., p. 75. 

29. In conseguenza all’assenza del principio di 
non contraddizione, “la non-esistenza e trattata 
come identica all’esistenza. Nulla viene negato 
poiche quello che si nega viene incluso in un tut¬ 
to piu vasto e (a causa del principio di simmetria) 
diventa identico a do che viene affermato”. In I. 
Matte Blanco, op. cit., p. 53. 

30. Charles Mauron, Dalle metafore ossessive al mi- 
to personale, Milano, Il Saggiatore, 1966. 

31. Ibidem, p. 50. 

32. Enzo Golino, Pasolini, Milano, Bompiani, 
1992, p. 249. 

33. P.P. Pasolini, Mamma Roma, cit., p. 196. 

34. Ibidem, p. 197. 

35. P.P. Pasolini, All'ombra di Verlaine, in W. Siti (a 
cura di), op. cit, pp. 584-585. 

36.1. Matte Blanco, op. dt, p. 44. 

37. P.P. Pasolini, Mamma Roma, cit., p. 258. 

38. Sandro Petraglia, Pier Paolo Pasolini, Firenze, 
La Nuova Italia, 1974, p. 42. 

39. Jacques Derrida, “Otobiographie de Nietz¬ 
sche”, in Claude Levesque, Christie V. McDonald 
(a cura di), L'Oreille de l'autre. Otobiographies, 
transferts, traductions. Textes et debats avec Jacques 
Derrida, Montreal, VLB Editeur, 1982, p. 56, dt. 
in S. Agosti, op. dt, p. 30. 

40. P.P. Pasolini, L’ex vita, in UUsignolo della Chie¬ 
sa Cattolica, dt., p. 151. 


41. P.P. Pasolini, Mamma Roma, cit., p. 258. 

42. Ibidem, p. 261. 

43. S. Freud, Opere 1909-1912, vol. VI, Torino, 
Boringhieri, 1974, p. 380. 

44. Lino Micciche, Il cinema italiano degli anni 
'60, Venezia, Marsilio, 1986, p. 22. 

45. Ibidem, p. 130; Pasolini in Empirismo eretico, 
d’altronde, scrivera che la morte “compie un ful- 
mineo montaggio della nostra vita. [...] Solo gra- 
zie alia morte, la nostra vita ci serve a esprimerci”. 
P.P. Pasolini, Empirismo eretico, Milano, Garzanti, 
1972, p. 241. 

46. P.P. Pasolini, in N. Ferrero, op. dt, p. 59. 



Mamma Roma 



Mamma Roma 









Gordon Matta-Clark: perfor¬ 
mance in opera 


Circoliviziod 

Ripercorrendo alcuni sguardi critici 
sull’intensa parabola artistica di Gor¬ 
don Matta-Clark, mi colpiscono in 
particolare due diversi, seppur interre- 
lati, ordini di considerazioni, che ritor- 
nano con eloquente frequenza. 

II primo riguarda la radicale ibridazio- 
ne di linguaggi che l’operato di Matta- 
Clark realizza; il secondo, la difficolta 
nello stabilire, per ogni impresa dell’a- 
narchitetto 1 11 , i confini dell’opera. Evi- 
dentemente, il primo elemento deter- 
mina il secondo, e viceversa, in una 
sorta di circolo vizioso e un po’ auto- 
compiaciuto che rischia, tutto sommar 
to, di farci girare a vuoto. 

James Attlee, nel catalogo dell’esposi- 
zione senese che e all’origine di questo 
intervento, ricorda che Matta-Clark 

e soprattutto conosciuto per i suoi 
tagli architettonici, nei quali 
(usando gli attrezzi piu comuni) 
fende e penetra il tessuto di strut- 
ture preesistenti, facendovi passare 
la luce e aprendo vedute spettaco- 
lari che mettono in discussione il 
senso dell’orientamento e la pro- 
spettiva dell’osservatore. Alcuni ri- 
tengono che questi lavori debbano 
essere solamente letti in termini 
formali o scultorei. Altri li consi- 
derano come delle performance 
che devono essere animate dalla 
presenza di un pubblico. Altri an- 
cora li ritengono dei commenti, se 
non dei veri e propri attacchi alia 
lingua stessa parlata dall’architet- 
tura. Un’altra fazione, infme, si e 
concentrata sulla dimensione poli- 
tica e sociale della sua opera, sul 
suo interesse per il decadimento e 

10 sviluppo urbano 2 . 

Architettura, dunque, e scultura, ma 
anche arte performativa, processuale e 
concettuale: il territorio estetico su cui 
ci muoviamo e gia piuttosto complica- 
to. E le complicazioni non finiscono 
qui, come rileva in un altro saggio del 
catalogo Lorenzo Fusi, co-curatore 
della mostra: 

I tagli di Matta-Clark [...] pongo- 
no alcune questioni importanti e 
lasciano alcuni quesiti aperti. E 
corretta la tendenza - promossa in 
primo luogo dalle istituzioni, oltre 
che dalle gallerie commerciali - a 
feticizzare e conservare ostinata- 
mente “riniasugli” della sua opera? 

11 voler collezionare a tutti i costi 
le risultanti dei suoi tagli non e, 


piuttosto, una contraddizione in 
termini, proprio nel predicare co¬ 
me oggettuali e scultoree azioni - 
invece - tese a sabotare Fapparen- 
^ Jnapaovihtlita di architettura e 
scultura? Dove risiede il plusvalore 
dei suoi interventi? Negli edifici 
che trasforma in opera d’arte e li¬ 
bera dall’anonimato dell’abbando- 
no, nell’occhio dell’osservatore che 
si imbatte nel suo lavoro, nella me- 
moria fotografica o filmica del suo 
operato, o nelle reliquie sottratte 
alia distruzione? 3 

Dunque, siamo di fronte ad un’ibrida- 
zione sistematica che impedisce una 
collocazione chiara e soddisfacente del 
lavoro di Matta-Clark all’interno del 
sistema delle arti. Ma c’e ancora qual- 
cos’altro. I tagli di Matta-Clark, infat- 
ti, non sono destinati a durare nel tem¬ 
po. Rappresentano, secondo un suo fe- 
lice neologismo, non-uments : monu- 
menti effimeri, temporanei, destinati 
alia demolizion t.Non-umenti, dunque. 
E, come ci ricorda Jane Crawford, “the 
importance of documenting his 
projects and performances became ap¬ 
parent at Cornell University, where he 
created a number of large site-specific 
projects? 9 *,' 

Delle operazioni site-specific, dunque,; 
rimangono delle tracce, vanno conser- 
vate delle tracce: rimasugli, reliquie, ri- 
sultanze, potremmo dire; oppure do- 
cumentazioni, memoria filmica o foto¬ 
grafica. “Rimanenze”, taglia corto lo 
stesso Matta-Clark: “I hope that the 
desire to show what remains of my in¬ 
tervention will subside with the pas¬ 
sing of time. I think that this would be 
beneficial to those who are still obses¬ 
sed with the idea of possession” 5 . 

A1 problema del dominio di apparte- 
nenza del lavoro di Matta-Clark se ne 
va dunque ad aggiungere un secondo, 
che evidentemente al primo e stretta- 
mente interconnesso: come si colloca, 
nelle operazioni di Matta-Clark, la 
documentazione fotografica e filmica? 
E ccmitte definirla in termini di “do¬ 
cumentazione”? In altre parole: il ter- 
mine “documentazione” ne descrive in 
maniera esauriente il ruolo e il fiinzio- 
namento 6 ? 

Eccoci entrati, apparentemente, in un 
secondo circolo vizioso. Ma andiamo 
con ordine. 

Primo circolo vizioso: performance in 
opera. Splitting (1974) 

L’inizio della stagione dei “tagli archi¬ 
tettonici”, che ha reso celebre Matta- 
Clark, viene in genere ricondotto al 
1974, con Splitting. Il taglio viene ese- 
guito su una tipica casa suburbana 
americana a Englewood, nel New Jer¬ 


sey, in un quartiere destinato alia de- 
molizione. L’abitazione viene letteral- 
mente divisa in due da un taglio verti- 
cale, che viene successivamente allar- 
gato nella parte terminate, verso il tet- 
to. Sul senso di questa operazione 
Matta-Clark e molto chiaro: 

When I demolish a building, I act 
against many social conditions or 
restrictions... first of all, I try to 
open a breach through a state of 
closure conditioned not only by 
objective physical necessities, but 
also by the industry that creates 
the proliferation of urban and sub¬ 
urban boxes guaranteeing the ide¬ 
al conditions to obtain isolated, 
passive consumers, an audience 
kept in a state of captivity 7 . 

Un primo regime 8 a cui e possibile ri- 
condurre il lavoro di Matta-Clark, 
dunque, e quello dell’arte concettuale: 
a prescindere dai caratteri delle singo- 
le realizzazioni, l’“oggetto” in cui l’ope- 
ra sembra “consistere” e innanzi tutto 
un’idea, una proposta che ha un rilievo 
teorico, sociale, politico. Eppure: e 
estremamente difficile prescindere 
dalla dimensione concreta e oggettua- 
le che lfidea assume. 11 carattere site- 
specific dell’operato di Matta-Clark 
non e indifferente. Quel taglio va ese- 
guito li, assume quel senso li e non al- 
trove. Paradossalmente, allora, sem- 
brano coesistere in Matta-Clark un 
massimo di idealita e un massimo di 
singolarita oggettuale: abbiamo, con- 
temporaneamente, qualcosa di vicino 
alio scolabottiglie di Duchamp e qual- 
cosa di vicino alia scultura a scalpello 
di Michelangelo. 

E le cose sono, naturalmente, ancora 
piu complicate. Perche nel lavoro di 
Matta-Clark c’e evidentemente anche 
una componente architettonica, ma 
anomala: esistono una fase di proget- 
tazione ed una fase di esecuzione, ma 
l’esecuzione si lega, ancora una volta, 
all’unicita di un determinate luogo, e 
non pub essere replicata. 

Ce, infine, un’ineliminabile compo¬ 
nents perfbrmativa, che lo stesso Mat¬ 
ta-Clark ha voluto sottolineare: 

I feel my work intimately linked 
with the process as a form of the¬ 
atre in which both the working ac 
tivity and the structural changes to 
and within the building are the 
performance. I also include a free 
interpretation of movement as 
gesture, both metaphoric, sculp¬ 
tural, and social into my sense of 
theatre, with only the most acci¬ 
dental audience - an ongoing act 
for the passer-by as the construc¬ 
tion site provides a stage for busy 
pedestrians in transit 9 . 









































CINEMA EARTI VISIVE 


26 11 processo, dunque, e non il prodotto: e 

quindi l’opera che pare “consistere” in 
un “oggetto fattuale” (piuttosto che ma- 
teriale o ideale), in un’esperienza di par- 
tecipazione e di fruizione in presenza. 
Dunque, se le forme di esistenza ope- 
rale del lavoro di Matta-Clark sono 
molto complesse e proprio perche il 
lavoro di Matta-Clark tende program- 
maticamente a situarsi al crocevia tra 
regimi artistici diversi, quindi caratte- 
rizzati da modalita di esistenza delle 
opere diverse - allografia e autografia, 
certo, ma con ulteriori elementi di 
problematicita che derivano dalla 
compresenza di fattori performativi e 
concettuali (a loro volta non esatta- 
mente decidibili). Complessita, tutta- 
via, non significa ineffabilita: e prose- 
guendo un poco lungo questa strada 
potremmo arrivare a risultati interes- 
santi, senza doverci necessariamente 
“accontentare” di formulazioni tanto 
suggestive quanto generiche, quali, ad 
esempio, le considerazioni di Richard 
Nonas, anch’egli membro del collettivo 
Anarchitecture: “Strangely, his [Gor¬ 
don’s] goal seemed always to be simply 
more. Not more of something specific 
- but just more. [...] He could not stop 
once he had started. [...] Each piece 
was more-, all part of the same more” 10 . 

Secondo circolo vizioso: I’emancipazione 
della reliquia. City Slivers (1976) 

Cosi come l’opera puo consistere in un 
oggetto di diversa natura (materiale, 
ideale, fattuale), nello stesso modo l’o- 
pera puo contemplare molte modalita 
differenti di superamento della rela- 
zione con tale oggetto. Una di queste e 
la “manifestazione indiretta”, vale a di¬ 
re “tutto cio che puo fornire una cono- 
scenza piu o meno precisa di un’opera, 
in sua assenza definitiva o momenta- 
nea” 11 . Molte opere del passato, anda- 
te perdute, “esistono” solo in questa 
forma, ma anche “certe forme deU’arte 
contemporanea ( Land Art, happenings, 
installazioni effimere, imballaggi mo- 
numentah) sono costitutivamente de- 
stinate a una simile ricezione via ma- 
nifesti, cartoline postali e altri docu- 
menti genetici” 12 . Nel caso di Matta- 
Clark, in particolare, riproduzioni per 
“impronta”, vale a dire registrazioni fo- 
tografiche, video e pellicolari. 

Eccoci ritornati, dunque, al secondo 
dei circoli viziosi: tutti i materiali la- 
sciati da Matta-Clark intorno ai propri 
tagli performativi sono, allora, manife- 
stazioni indirette, con una chiara e uni- 
voca funzione documentaria? A chi so- 
stiene che sono invece, essi stessi, ope¬ 
re d’arte, e sufficiente rispondere con la 
nozione di manifestazione indiretta e 
con la sua capacity di “fare opera”? 

Si e no. Ma proviamo a spiegarci me- 
glio. 


Se osserviamo Finsieme dei materiali 
che “documentano” l’esecuzione di 
Splitting (tra cui un filmato in Super 
8), noteremo che questa funzione do¬ 
cumentaria si da in una forma stratifi- 
cata. Da una parte, si documenta il 
processo, la performance esecutiva; 
dall’altra, si cerca di documentare la 
performance esperienziale, l’esperienza 
della fruizione, l’esperienza del luogo 
sowertito, riconfigurato nei rapporti 
interno/esterno, vuoto/pieno, buio/lu- 
ce, ridisegnato nelle sue aperture e 
chiusure, nelle sue zone di visibility e 
di invisibilita, esperienza di disorienta- 
mento e di riscoperta. Scrive Matta- 
Clark: 

It’s gone from just the snapshot to 
a kind of process documentation 
to a sort of vouyeristic interpreta¬ 
tion, and then finally into some 
sort of thing where the whole 
looking at the piece being made 
and having been finished becomes 
a kind of narrative which is 
subjected to all kind of varia¬ 
tions 13 . 

Ma ce ancora dell’altro. Se e vero che 
le fotocomposizioni, i montaggi spa- 
ziali, i film e i video realizzati da Mat¬ 
ta-Clark hanno un valore performati- 
vo nel senso che cercano di “riprodur- 
re” l’esperienza di alterazione di uno 
spazio, e altrettanto vero che, gradual- 
mente, queste forme di “manifestazio¬ 
ne indiretta” tendono a emanciparsi, e 
a produrre esse stesse (piuttosto che ri- 
produrre) esperienze originali. Questa 
progressiva emancipazione tende dun¬ 
que a generare una situazione tale per 
cui non abbiamo piu, esattamente, 
un’opera (un oggetto, anche di diversa 
natura) e la sua documentazione (ma¬ 
nifestazione indiretta), ma un’opera 
che si disperde su piu oggetti, tutti 
chiamati a “fare opera”. 

Idealmente, questo percorso di eman¬ 
cipazione trova un primo compimento 
nel film City Slivers (1976): qui, non 
c’e opera preesistente da “documenta¬ 
re”. La pratica del “cutting” si manife- 
sta direttamente nello spazio del qua- 
dro filmico, e awiene attraverso stru- 
menti specificatamente cinematografi- 
ci. E Jane Crawford 14 a raccontarci la 
genesi del film, a partire da una Arri- 
flex 16mm presa in prestito da Bob 
Rauschenberg. Matta-Clark appone 
delle strisce direttamente in camera, 
che permettono alia luce di impressio- 
nare solo “schegge” di pellicola, filma 
(schegge di) vedute urbane di 
Manhattan, quindi riposiziona le stri¬ 
sce e filma di nuovo. Pur senza inter- 
venti scultorei/architettonici, il gesto e 
simile: Matta-Clark “decostruisce” lo 
spazio urbano, lo “rimonta” attraverso 
un lavoro sulla superficie del quadro, 


frammentandola, giustapponendo cio 
che non era giustapposto, separando 
cio che non era separate. Ancora una 
volta, Matta-Clark ci obbliga a guar- 
dare attraverso i suoi “tagli”, per acce- 
dere a uno spazio impossibile eppure 
“esperibile”, uno spazio che, riconfigu¬ 
rato da uno sguardo nuovo, diventa, 
esso stesso, nuovo. 

Sebbene la “filmografia” di Matta- 
Clark non sia sterminata, oggi si con- 
tano ben 350 bobine 15 depositate pres- 
so il Centre Canadien d’Architecture 
(Montreal): una miniera. 

Valentina Re 

Note 

1. Dal nome del collettivo di artisti e intellettuali, 
Anarchitecture, di cui Matta-Clark e co-fondato- 
re. 

2. James Attlee, “Nel mezzo del niente: Gordon 
Matta-Clark e il terrain vague ”, in Lorenzo Fusi, 
Marco Pierini (a eura di), Gordon Matta-Clark, 
Milano, Silvana Editoriale, 2008, pp. 129-131. 
Catalogo della mostra Gordon Matta-Clark - Sie¬ 
na, sms contemporanea - Santa Maria della Sea- 
la, 6 giugno-19 ottobre 2008. Tutti i testi del ca¬ 
talogo sono pubblicati in lingua italiana e inglese. 

3. L. Fusi, “Gordon Matta-Clark: nulla si crea e 
nulla si distrugge, tutto si trasforma”, in L. Fusi, 
M. Pierini (a cura di), of. cit., p. 29. 

4. Jane Crawford, “Twenty Adventures”, in Ste¬ 
ven Jenkins (a cura di), City Slivers and Fresh Kil¬ 



ls: The Films of Gordon Matta-Clark, San Franci¬ 
sco Cinematheque, 2004, s.p. 

5. Judith Russi Kirshner, “Non-uments", Artfo- 
rum, vol. 24, n. 2, ottobre 1985, p. 103, cit. in L. 
Fusi, op. cit., p. 62. 

6. Per una trattazione dettagliata della questione 
si veda almeno Christian Kravagna, “It’s Nothing 
Worth Documenting It if It’s Not Difficult To 
Get’: On the Documentary Nature of Photo¬ 
graphy and Film in the Work of Gordon Matta- 
Clark”, in Corinne Diserens (a cura di), Gordon 
Matta-Clark, London-New York, Phaidon, 2003, 
pp. 135-146. 

7. Cit. in Pamela M. Lee, Object To Be Destroyed: 
The Work of Gordon Matta-Clark, Cambridge 
(Mass.), MIT Press, 2000, p. 26. 

8. Costituisce sfondo teorico implicito ma impre- 
scindibile di questa riflessione il volume di Ge¬ 
rard Genette L’Opera delVarte. Immanenza e tra- 
scendenza (1994), Bologna, Clueb, 1999. 

9. Cit. in Gloria Moure, Gordon Matta-Clark. 
Works and Collected Writings, Barcelona, Poligrafa, 
2006, p. 132. 

10. Richard Nonas, “Gordon’s Now, Now”, in Co¬ 
rinne Diserens (a cura di), Gordon Matta-Clark, 
Valencia, IVAM Centro Julio Gonzalez, 1992, cit. 
in. C. Kravagna, op. cit., p. 140. 

11. G. Genette, op. cit., p. 232. 

12. Ibid, p. 234. 

13. J. Russi Kirshner, op. cit., p. 108. 

14. J. Crawford, op. cit., s.p. 

15. Cfr. Louise D6sy, Gwendolyin Owens, 
“Guardare Matta-Clark attraverso l’architettura 
e l’architettura attraverso Matta-Clark: 1’archivio 
custodito al Canadian Centre for Architecture”, 
in L. Fusi, M. Pierini (a cura di), op. cit., pp, 189- 
198. 




Alcune pagine del libro d’artista Splitting, pubblicato nel 1974 da 98 Green Street Loft 
Press, New York 

















CINEMA E ARTI VISIVE 


Naufragi© nei mondi possibili: 
un nuovo cinema interattivo 


Responsive media are media that 
have the ability to sense and react 
intelligendy to factors like presen¬ 
tation equipment or conditions, 
audience identity or profile, direct 
interaction, history or anticipation 
of involvement, and so on. Unlike 
the classic media model, responsi¬ 
ve media systems consist of a two- 
way channel between the audience 
or participants and the person or 
device generating or controlling 
the delivery of the media. This 
channel, whether physical or con¬ 
ceptual in nature, allows important 
data gathered at the delivery 
points to be returned and used to 
alter the presentation in a suitable 
way based on the goals of the ex¬ 
perience 1 . 


I responsive media hanno una lunga 
tradizione: la narrativa orale ha da 
sempre previsto forme di interazioni 
capaci di modificare il contenuto stes- 
so del racconto. Gli elaboratori elet- 
tronici hanno pero sviluppato nuove 
forme di responsive media come i vi¬ 
deogame," la realta virtuale, le installa- 
zioni interattive della computer-art, il 
World Wide Web e reinvestito forme 
precedenti come il cinema interattivo. 
La prima esperienza di cinema inte¬ 
rattivo e probabilmente il Kino-Auto¬ 
mat, presentato all’Expo 1967 a Mon¬ 
treal, con il film One Man and his 
World, dove il regista Radusz Cincera 
stoppava la proiezione del film per 
chiedere al pubblico di decidere su al- 
cuni nodi narrativi. Ma senza risalire 
cost agli albori, una citazione la merita 
il lavoro del Media Fabrics - Interactive 
Cinema, gruppo di ricerca al MIT 
(Massachusetts Institute of Techno¬ 
logy), coordinato da Glorianna Da¬ 
venport. Tra i primi a porsi il problema 
del cinema interattivo a livello di ar- 
chitettura, di sistema, di algoritmi, di 
un cinema “ricettivo” da immaginare in 
un contesto digitale, il Media Fabrics 
ha dato inizio alle sue produzioni spe- 
rimentali nel 1997. In The Birds 
(1997), di Sammy Spitzer e Glorianna 
Davenport, Fawicinarsi dello spettato- 
re alio schermo fa volare via gli uccelli 
(nell’immagine). In Jayshree (1997), di 
Stefan Panayiotis Agamanolis e Glo¬ 
rianna Davenport, una danzatrice in- 
diana danza “per” lo spettatore ed e 
pronta ad “offendersi”, indirizzando 
sguardi piccati, se lo spettatore si al- 
lontana, ignorando la sua performance 
(un primo esempio di personaggio in¬ 
terattivo, con una propria psicologia, 
sebbene all’amatriciana). Nella terza 
piece interattiva di Cinemat (Glorianna 


Davenport, Stefan Agamanolis, Bar¬ 
bara Barry, Brian Bradley, 1998), si as- 
siste a un video girato dal buco della 
serratura; un dispositivo registra i mo- 
vimenti dello spettatore e determina 
un output tale che, se lo spettatore non 
e sufficientemente “quieto”, viene cac- 
ciato in malo modo nel/dal video. 

Nei progetti del Media Fabrics, diverse 
reazioni fisiche degli spettatori sono 
registrate e provocano cambiamenti 
(giustificati “diegeticamente”) nel vi¬ 
deo. Al di la del relativo interesse nei 
dispositivi e nei tools capaci di permet- 
tere questo tipo di interazione, e evi- 
dente come queste opere siano state 
all’avanguardia per le installazioni in¬ 
terattive. E altrettanto evidente la loro 
prossimita alia forma videogame piut- 
tosto che alia forma cinema tradizio- 
nale. Ma le frontiere sono sempre piii 
difficili da determinate, probabilmente 
una parte del cinema si appropria (si 
appropriera) di questi dispositivi, per 
rinnovare una parte di se ancora in- 
compiuta come il cinema interattivo. 

Il cinema interattivo non e mai decol¬ 
late). Troppi gli ossimori apparenti tra 
immersione e interazione. Un film non 
e un videogame e non pud funzionare 
come tale. Ma forse il digitale apre al 
cinema prospettive inedite per un 
nuovo tipo di interattivita, non piu ba- 
sata sulle scelte nelle azioni dei perso- 
naggi (che svuotano questi di ogni 
eventuale spessore psicologico), ma su 
una navigazione dei mondi possibili di 
un universo narrativo. Certo, anche le- 
gare le diramazioni nella storia alle 
scelte di un personaggio apre dei pos¬ 
sibili. Ma i mondi possibili in questo 
caso sono da intendere piu come mol- 
teplicita aU’interno dello stesso univer¬ 
so narrativo (molteplicita dei “reali” 2 ) 
o come possibility di esistenza legate al 
caso. Il mondo possibile e uno stato 
possibile delle cose narrabili. 

I personaggi esistono in base alia vo- 
lonta spettatoriale, il film si costruisce 
in base agli input, ma ne i personaggi 
ne il film sono dawero “controllabili”. 
Non e un god game, ma un flipper tra 
delle multitracks. Il personaggio ha una 
propria coerenza, un proprio modo di 
agire, e una “verita necessaria” - Leib¬ 
niz ci perdoni - di tutti i mondi possi¬ 
bili, lo spettatore pud soltanto tirare un 
colpo di dadi, provando a rimescolare 
le carte del suo destino, oppure ancora 
esplorare piu volte, secondo percorsi 
diversi, l’architettura narrativa. Queste 
considerazioni introduttive, esposte in 
maniera un po’ disordinata, saranno 
dispiegate nel corso dell’analisi di due 
film a nostro awiso interessanti per 
questa nuova direzione del cinema in¬ 
terattivo. L’analisi sara focalizzata su 
come il film si da alio spettatore, sulla 
sua fruizione, aprendo interrogate su 
come questa interattivita “moderna”, 


piu vicina alle necessity immersive di 
un film, necessiti anche di un altro ti¬ 
po di sceneggiatura. 

Late Fragment (2007) di Daryl Cloran, 
Anita Doron e Mateo Guez, girato in 
HD, e un film canadese costituito da 
tre storie legate ad altrettanti protago- 
nisti. Ciascuna storia - scritta e diretta 
da un regista diverso - e costituita da 
una serie di frammenti narrativi; 
ognuno di questi e compiuto, ma non 
determina necessariamente uno svi- 
luppo nel plot. Le tre storie del film 
sono mescolate secondo un principio 
di non-linearita e sta alio spettatore 
stabilire la durata di ciascun frammen- 
to. Qui l’eccezionalita di Late Frag¬ 
ment: l’intervento dello spettatore e su 
un parametro del montaggio, cliccan- 
do sul telecomando lo spettatore passa 
al frammento successivo. Nell’accu- 
mulazione di frammenti, senza che 
necessariamente si delinei una forte 
direzionalita alia storia, per lo spetta¬ 
tore si determina una sedimentazione 
della conoscenza psicologica dei per¬ 
sonaggi. A seconda delle durate deter¬ 
minate dai click, il film sviluppa una 
sua propria narrazione legata a una 
certa successione di frammenti, non- 
che un proprio finale alfinterno di tre 
possibili 3 . Late Fragment e un god game 
con un dio disattento, maldestro, che 
non controlla il proprio potere, ma che 
fa zapping alfinterno dello stesso uni¬ 
verso narrativo, modificandolo di volta 
in volta. 

Altri elementi accrescono la comples- 
sita di Late Fragment, come una scena 
epifanica, che si ripresenta piu volte 4 , e 
che colloca tutti i frammenti in una 
dimensione passata: i protagonisti so¬ 
no nella situazione dell ’effetto, ripresi 
durante una “restorative justice group 
sessions” 5 , una terapia di gruppo per 
criminali. Tutti hanno commesso un 
omicidio: leggiamo i vari frammenti a 
partire da questa scena rivelatrice sen¬ 
za sapere quando e come l’omicidio sia 


awenuto (le mille vite del whodonit). I 
frammenti sono schegge che rivelano 
poco a poco, talvolta soltanto a perce- 
zione ritardata, la figura scolpita della 
violenza accaduta. 

Il film e pensato primariamente per 
una fruizione in DVD, con un singolo 
spettatore che interagisce con l’ogget- 
to. Ma sono state realizzate anche di¬ 
verse proiezioni pubbliche e una in- 
stallazione, alcune di queste con mo- 
dalita interessanti, capaci di creare 
esperienze di ricezione piuttosto ine¬ 
dite. Al Toronto International Film 
Festival 2007, una proiezione “tradi- 
zionale” 6 del film e stata preceduta da 
una dimostrazione delle sue possibility 
interattive e seguita dalla possibility di 
“agire” sul film in una saletta a parte; 
nella proiezione organizzata al Festival 
du Nouveau Cinema 2007 a Montreal, 
invece, il remote veniva passato tra gli 
spettatori in modo tale che una perso¬ 
na alia volta interagisse col film. Piu 
interessante delle proiezioni un’instal- 
lazione, organizzata sempre in occa- 
sione del festival a Montreal. Questa 
modalita prevedeva un numero limita- 
to di visitatori, massimo cinque: l’espe- 
rienza viene circoscritta, permettendo 
un’interazione piu complessa dove tut¬ 
ti gli spettatori dispongono di un tele¬ 
comando. Poiche Fingresso alia proie¬ 
zione era possibile in qualsiasi mo- 
mento, non tutti gli spettatori hanno la 
stessa conoscenza del film e del fram¬ 
mento in questione. Spesso e un altro 
spettatore a decidere di andare al 
frammento successivo o magari a “sal- 
tare” piu frammenti, perche magari li 
ha gia visionati: tutti gli spettatori 
hanno una percezione ulteriormente 
diversificata sia del film nel complesso 
sia del frammento in questione. Os- 
servando in prima persona il compor- 
tamento degli spettatori durante l’in- 
stallazione, era evidente una certa an- 
sia di non arrivare mai a una fine (alia 
lunga, la serie di frammenti e frustran- 
te), oltre a un desiderio di zapping nel- 



Late Fragment 


27 















CINEMA E ARTI VISIVE 


28 lo stesso film. Nell’installazione non e 
piu il singolo spettatore a scegliere o a 
“determinare” (in maniera piuttosto 
aleatoria, aggiungeremmo) la succes- 
sione delle scene e indirettamente la 
narrazione stessa, ma e un’interazione 
complessa tra piu. spettatori dinanzi al 
medesimo frammento di film e all’ar- 
chitettura narrativa del film tutto. C’e 
il rischio di una proiezione “impazzi- 
ta”, dove basterebbe un singolo spetta¬ 
tore “sabotatore”, che clicchi continua- 
mente, per rendere impossibile la vi- 
sione del film; il numero ridotto di vi- 
sitatori rende pero improbabile questa 
eventualita. In questa declinazione co¬ 
me installazione, Late Fragment si 
configura come un’opera audiovisiva 
proteiforme, dove la successione delle 
scene e determinata da piu spettatori 
contemporaneamente attraverso 
un’interazione complessa e solo in par¬ 
te controllabile. La visione del singolo 
spettatore e determinata dalla propria 
azione e da quella degli altri: non esi- 
ste volonta ma solo una moltitudine di 
impulsi. Nell’installazione tutti sono 
responsabili. 

Non sono pochi i punti di contatto tra 
questo tipo di esperienza e i videoga¬ 
me multi-player. Inevitabile e anche 
una certa analogia con alcuni elementi 
dei giochi di ruolo. La modalita e 
quella di un “collaborative storytel¬ 
ling” 7 , dove lo spazio e costruito dal 
regista, sorta di master dei giochi di 
ruolo 8 . Il press-book del film recita: 
“As you interact with the film, you be¬ 
come part of the quest to uncover the 
darkness of their pasts, reveal the 
truths behind their lives, in hopes of 
restoring wholeness, forgiveness, and 
perhaps even redemption” 9 . “The que¬ 
st” nei giochi di ruolo e la missione da 
completare all’interno dell’ambienta- 
zione costruita dal master. E la missio¬ 
ne si compie tramite 1’esplorazione di 
uno spazio. “Spatial stories, on the 
other hand, are often dismissed as epi¬ 
sodic - that is, each episode (or set 
piece) can become compelling on its 
own terms without contributing signi¬ 
ficantly to the plot development, and 
often the episodes could be reordered 
without significantly impacting our 
experience as a whole” 10 . Qui Jenkins 
parla di videogames, ma la descrizione 
e pertinente al tipo di architettura nar¬ 
rativa di Late Fragment 11 . Non c’e una 
successione cronologica dei frammen- 
ti: ogni frammento serve a disegnare 
in maniera piu accurata il personaggio 
e a illustrare uno dei moventi all’atto 
violento. 

Il lavoro di sceneggiatura in un film 
come Late Fragment sembra delinearsi 
piu come la costruzione di un perso¬ 
naggio, della sua psicologia - o di piu 
personaggi owiamente - all’interno di 
un universo narrativo, piuttosto che 


l’organizzazione di un intreccio inteso 
come syuzhet , cioe - per i formalisti - 
“the structured set of all causal events 
as we see and hear them presented in 
the film itself” 12 . L’organizzazione de¬ 
gli elementi, delle informazioni, in 
maniera spaziale, genera un’architettu- 
ra di metafore spaziali. Una geografia 
da navigare per lo spettatore-player. E 
sara appunto la spazialita a permettere 
l’immersione, l’attivazione della “cre- 
denza” nel film-mondo. 

Se per defmire un film (interattivo) e 
pertinente l’uso di un concetto creato 
per i videogiochi, “space ripe with nar¬ 
rative possibility” 13 , e questo un ulte- 
riore indizio del fatto che non e sol- 
tanto il cinema a influenzare le nuove 
forme di spettacolo, ma lo stesso cine¬ 
ma contemporaneo “transita” o si “nu- 
tre”- a seconda di come lo si vuole po- 
sizionare - in/di forme che apparten- 
gono normalmente a altri domini este- 
tici. Jenkins, nel classificare le possibi- 
li narrazioni per i videogames, parla di 
“embedded narratives”, dove “narrative 
comprehension is an active process by 
which viewers assemble and make hy¬ 
potheses about likely narrative deve¬ 
lopments on the basis of information 
drawn from textual cues and clues” 14 . 
Ancora, le mille vite del whodonit : e 
possibile vedere Late Fragment come 
una detective story dove il ruolo del 
detective e assegnato alio spettatore, il 
quale intorno alia scena epifanica del¬ 
la terapia di gruppo raccoglie le scheg- 
ge delle azioni che hanno preceduto il 
delitto di ciascun personaggio. Sempre 
a proposito delle embedded narratives, 
Jenkins scrive: “at present, [they] take 
the form of detective or conspiracy 
stories, since these genres help to mo¬ 
tivate the player’s active examination 
of clues and exploration of spaces and 
provide a rationale for our efforts to 
reconstruct the narrative of past 
events” 15 . In Late Fragment lo spetta¬ 
tore-player non ha solo un lavoro di ri- 
velazione {whodonit), ma anche un’at- 
tivita - propedeutica alia prima - di 
(ri)costruzione della storia, delegatagli 
in parte dalTautore. 

In Late Fragment non c’e un “controllo” 
dei personaggi da parte dello spettato¬ 
re-player, non c’e una scelta sulle loro 
azioni. La decisione qui si limita alia 
durata del frammento e tale durata de- 
termina delle conseguenza narrative 
non-prevedibili. L’interattivita di Late 
Fragment e ridotta ma e da intendere 
come tale perche l’architettura narrativa 
del film reagisce in base agli input (qui 
non importa quanto “volontari”) dello 
spettatore. Una delle qualita interattive 
di un media digitale per Janet Murray e 
di essere “partecipativo”, doe di chiede- 
re all’utente “partecipazione”nel perfor- 
mare un compito (ad esempio cliccare 
su un icona per aprire un documento, 


Late Fragment fruizione in DVD 


Late Fragment, fruizione in sala al SXSW 2008 


cliccare sul film per passare al fram¬ 
mento successivo 16 ). 

In questo caso non ci interessa la “qua¬ 
lita” del film (la messa in scena e “tele- 
visiva”, gli attori caratterizzano troppo 
i personaggi, gia di per se abbastanza 
stereotipati), ne dawero la riusdta in- 
terattiva dell’esperimento (tutto som- 
mato limitata 17 ). Piuttosto - come si e 
visto - una sua certa importanza per il 
discorso relativo a una sceneggiatura 
altra, che deve tenere conto di diversi 
“possibili” e che distribuisce attraverso 
lo spazio le sue informazioni. E in par¬ 
te anche a una fruizione altra, diversa 
da quella consueta della sala, ma che 
rimane “collettiva” e alio stesso tempo 
“differenziata” nel caso dell’installazio- 
ne. Se nella redazione di una sceneg¬ 
giatura “tradizionale”, l’autore selezio- 
na tra dei possibili, scartandone altri, 
in un film come Late Fragment e come 
se l’autore lasciasse piu possibili, o me- 
glio ne selezionasse alcuni, lasciando 
poi la scelta al player-spettatore. 

Notwithstanding the digital 
process, making a film that lets 
viewers interrupt the story at any 


time and switch to another scene 
while still following a three-act 
narrative structure also meant that 
a whole new way of thinking 
about cinema and story had to be 
invented. Components, clicks, 
non-clicks, rabbit-holes and loops 
were words that peppered the con¬ 
versation in the edit suites 18 . 

In questo tipo di sceneggiatura, oltre a 
immaginare diversi possibili, l’autore 
distribuisce spesso le informazioni in 
maniera ridondante, ad esempio cari- 
cando profondamente di affetti lo spa¬ 
zio (pratica particolarmente cara al 
melo) e caratterizzando molto i perso¬ 
naggi. E un principio economico simi¬ 
le a quello delle soap opera, una ridon- 
danza informativa che evita - nel caso 
di una puntata persa o di un frammen¬ 
to saltato - il venire meno della com- 
prensione dell’universo narrativo. 

I narrative architects di una sceneggia¬ 
tura interattiva in un contesto digitale, 
devono prevedere il tipo di input e 
output da incorporate, quale tipo di 
relazione instaurare tra i due. E questo 
processo di trasformazione degli input 


















CINEMA E ARTI VISIVE 


in output richiede l’elaborazione di al- 
goritmi e di soluzioni narrative. Parlia- 
mo al plurale di narrative architects 
perche probabilmente la complessita 
del lavoro, la necessita di competenze 
molto diverse, spingera verso un lavo¬ 
ro collettivo, come accade per i video- 
game. Ma anche lo sceneggiatore dal- 
la preparazione piu “umanista”, poiche 
si parla di narrazioni multi-tracks, deve 
gia in fase di creazione immaginare 
come queste tracce narrative si attivi- 
no, interagiscano tra loro, come e a 
quali input dello spettatore debbano 
rispondere. La disposizione delle trac¬ 
ce narrative, il loro studio in rapporto 
alia percezione e all’azione dello spet¬ 
tatore, sottolinea ancora una volta l’a- 
spetto architetturale di questa pratica 
creativa. 

Un film precedente, del 2003, anch’es- 
so concepito in primo luogo per una 
fruizione solitaria in dvd, e Switching, 
film interattivo diretto da Morten 
Schjodt e prodotto dal Danish Film 
Institute 19 . Switching, come Late Frag¬ 
ment, non ha un’interfaccia con una 
rappresentazione iconica delle dirama- 
zioni: l’intera immagine del film e l’og- 
getto cliccabile. Qui sono previsti in 
ogni momento dei salti temporali e 
spaziali, delle “digressioni” dalla storia 
principale che hanno un legame di ti- 
po sensoriale o narrativo con il fram- 
mento di origine e che si attivano ap- 
punto cliccando “sul” film. Questa e 
una prima differenza con Late Frag¬ 
ment. non ci sono piu storie, pariteti- 
che, tra cui lo spettatore si muove, pri- 
vilegiandone magari una in particola- 
re, ma una macro-storia con delle vie 
di fuga che, se attivate, possono modi- 
ficarla. Uno sguardo particolare, un’esi- 
tazione nel personaggio, segnalano al¬ 
io spettatore la presenza sottotraccia 
della digressione. Switching e una co- 
stellazione di mondi possibili intorno 
a una base (la macro-storia), mentre in 
Late Fragment manca il mondo-base, 
ci sono soltanto mondi possibili decli- 
nati in tre insiemi parzialmente distin- 
ti (l’unica intersezione e il “restorative 
justice group session”) che fanno parte 
dello stesso macro-insieme Late Frag¬ 
ment. Altra differenza: la struttura nar- 
rativa in Switching e un sistema circo- 
lare, dove tutto ritorna, si ripete, senza 
fine. Sotto questo aspetto il film dane- 
se si affranca ulteriormente dalla for¬ 
ma film tradizionale rispetto Late 
Fragment. Estremizza la tendenza al 
non-finito, al proteiforme, 1’idea di 
uno spettatore-player che “esplora” un 
universo narrativo. 

Switching e stato presentato ad alcuni 
festival in tre possibili esperienze spet- 
tatoriali. La prima, detta directors cut, e 
un incontro tra la forma film tradizio¬ 
nale e una performance veejay 20 . Il re- 


gista interagisce dal vivo col film, 
creando una nuova versione di Swit¬ 
ching nel momento stesso della sua 
proiezione. La seconda, audiens cut, ve- 
de l’intervento diretto del pubblico 21 . 
Il dispositivo che permette di cliccare 
(il remote), una volta che il regista ha 
“awiato” il film, viene passato tra gli 
spettatori. Alcuni si rifiutano di con- 
trollare il film, la maggior parte invece 
accetta il game. La durata dell’audiovi- 
sivo in questo caso e determinata dal 
tempo impiegato dal remote a raggiun- 
gere il regista, nel frattempo sedutosi 
neU’ultima sedia delTultima fila. Sara 
lui a determinare il “late fragment” di 
Switching, senza che necessariamente 
tale frammento sia una fine narrativa. 
Infine la terza modalita, exhibitions, e 
una installazione con monitor, lettore 
dvd, cuffie e annessa poltrona, che ri- 
produce fedelmente la visione casalin- 
ga del dvd, restringendo ulteriormente 
la presenza davanti al film, limitata a 
un solo spettatore alia volta 22 . In que¬ 
ste modalita di visione di Switching, 
manca quella che & la piu interessante 
- sebbene imperfetta - del successivo 
Late Fragment, l’installazione dove piu 
persone interagiscono contempora- 
neamente ( multi-person ). 

Late Fragment e Switching non hanno 
un’enorme interattivita, ce un’unica 
azione fisica registrata dello spettatore 
(il semplice click) e un’incapacita di 
controllo dei personaggi. La restrizio- 
ne del campo d’interazione e per non 
allontanarsi troppo dalla forma cine¬ 
ma, per non entrare direttamente nel 
dominio dell’installazione o del video- 
game. Come ottenere in un personag¬ 
gio uno spessore psicologico degno di 
un film quando le scelte sul suo agire 
vengono prese dallo spettatore? Il vi¬ 
deogame risolve superando il tradizio¬ 
nale modello identificativo, proponen- 
do una simbiosi dell’utente con un 
eroe dotato di alcune caratteristiche 
stereotipate. In questo caso la (relativa) 
complessita e data dall’utente stesso, 
che investe emotivamente sul perso¬ 
naggio, proiettando propri valori. Late 
Fragment e Switching preferiscono in¬ 
vece occupare lo spettatore-player in 
una composizione aleatoria della nar- 
razione. L’interattivita non e legata al- 
l’agire dei personaggi, ma a una co- 
struzione della storia sui click dell’u¬ 
tente. 

Se oggi la maggior parte dei film fa ri- 
corso a sistemi di montaggio non-li- 
neare, la stragrande maggioranza di 
questi film e esportata poi su un me¬ 
dium lineare. Questa seconda genera- 
zione di film interattivi non fa altro che 
lasciare totalmente la qualita del non- 
lineare anche all’oggetto finito 23 . Non 
ce una via unidirezionale, una timeline 
monodimensionale, ma una costella- 


zione di scene in una narrazione multi- 
dimensionale, dove uno spazio perfor- 
mativo puo essere attraversato in ma- 
niera multipla e generare diversi possi¬ 
bili film. 

Giacomo Abbruzzese 

Note 

Il presente saggio e stato selezionato alia 28 a edi- 
zione del Premio Adelio Ferrero 2008. 

1. Stefan Panayiotis Agamanolis, Lis, Cabbage, 
and Viper: New tools and strategies for designing re¬ 
sponsive media , PhD Thesis, M.I.T. Media Lab, 
Cambridge, 2001, p. 13. 

2. Per Lewis parliamo di “reale” a proposito del 
mondo a cui apparteniamo, cioe del mondo per 
noi attuale. Per gli abitanti dei mondi “possibili”, 
il loro morido e altrettanto “reale” che il nostro. 
David Lewis, On the Plurality of Worlds , Oxford, 
Basil Blackwell, 1986, pp. 84-91. 

3. “Depending on how the viewer responds to 
characters and plotlines, they will find either re¬ 
demption, revenge or reconciliation”. Dal catalo- 
go del Toronto International Film Festival 2007. 

4. Interessante a proposito l’analisi che Manovich 
fa del loop come motore narrativo e come nuova 
estetica temporale per il cinema digitale. Vedi Lev 
Manovich, The Langage of New Media , Cambrid¬ 
ge, The M.I.T. Press, 2001, pp. 386-395. 

5. Dal press-book del film. 

6. Owero i registi per l’occasione avevano scelto 
un montaggio univoco dei frammenti. 

7. Henry Jenkins, “Game Design as Narrative Ar¬ 
chitecture”, in Noah Wardrip-Fruin, Pat Harrin- 
gan (a cura di), First Person: New Media as Story, 
Performance and Game , Cambridge, The M.I.T. 
Press, 2004, p. 121. 

8. “The gamemaster creates a setting for the ga¬ 
me session, portrays most of its inhabitants and 
acts as the moderator”, http://en.wikipedia.org/ 
wiki/Role-playing_game. 

9. Il corsivo e nostro. 

10. H. Jenkins, op. cit., p. 124. 

11. Non a caso Jenkins parla dei game designer 
come narrative architects. 

12. Kristin Thompson, Freaking the Glass Armor: 
Neoformalist Film Analysis, Princeton, New Jersey, 
Princeton University Press, 1988. 

13. H. Jenkins, op.cit., p. 119. 

14. Ibidem, p. 126. 


15. Ibidem , p. 128. 

16. Janet Murray, Hamlet on the Holodeck: The Fu¬ 
ture of Narrative in Cyberspace , Cambridge, The 
MIT Press, 1997. 

17. Molti durante l’installazione non sanno a co- 
sa serve il telecomando e non sono documentati 
sulTesperimento: preferiscono lasciar scorrere il 
film senza intervenire. Un narrative architect , per 
permettere l’effettiva interattivita del film, do- 
vrebbe elaborare una serie di regole che incorag- 
gino e facilitino la partecipazione. 

18. Dal sito www.latefragment.com. “A rabbit 
hole is the entrance to a rabbit’s burrow or war¬ 
ren (from Lewis Carroll’s Alice's Adventures in 
Wonderland). [...] The term is used in alternate 
reality games to describe the initial page or clue 
that brings the player into the fictional world of 
the game. By extension, the term has also come 
to signify any event which triggers a completely 
unexpected, bizarre situation or paradigm”. 
http://en.wikipedia.org/wiki/Rabbit_hole. 

19. http://www.switching.dk/en. 

20. Nemo festival #6, Forum des Images, Parigi, 
9-14 marzo 2004,60 min.; Canadian Film Cen¬ 
tre, Toronto, novembre 2003, 30 min.; Kiasma 
stage (Future cinema), Museum of Contempo¬ 
rary Art, Helsinki, 29 agosto 2003,70 min. The 
Danish Film Institute, Cinemateket, Copenha¬ 
gen, 30 aprile 2003,60 min. 

21. Flimmer Festival, Norrkoping, 8-17 ottobre 
2004. SPLIT International Festival of New 
Film, Spalato, 26 giugno-2 luglio 2004. Durban 
International Film Festival, Durban, 13-20 giu- 
gno 2004. DIGIFEST, Toronto, 13-16 maggio 
2004. Rotterdam International Film Festival, 
Rotterdam, 21 gennaio-1 febbraio 2004. 

22. FILE-2004 International Electronic Lan¬ 
guage, San Paolo, 22 novembre-12 dicembre 
2004; APPENDIKS VIII “Empty Cinemas - 
Open Narratives”, Copenhagen, 2 maggio- 2 
giugno 2004; European Media Art Festival, 
Osnabriick, 21-25 aprile 2004; RADAR, Artno- 
de Gets Physical, Copenhagen, 1-4 aprile 2004; 
Nemo festival #6, Forum des Images, Parigi, 9- 
14 marzo 2004; Festival Nouveau Cinema, 
Montreal, 9-19 ottobre 2003; "CODE - the 
Language of Our Time”, Ars Electronica, Linz, 
6-11 settembre 2003; Copenhagen International 
Film Festival 2003, Copenhagen, 13-20 agosto 
2003. 

22. Il multi-track del software Viper, usato per 
creare audiovideo interattivi, ricorda tantissimo 
una normale interfaccia Premiere, Final Cut o 
Avid. 



Switching 


29 












True Blood : per favore, mordimi 
sul coSlo... 

Secondo Joss Whedon, il creatore di 
Buffy the Vampire Slayer (1997-2003), 
non ce nulla di piu orrorifico dell’ado- 
lescenza: i mutamenti del corpo e del 
carattere, le pressioni subite dal grup- 
po e dalla famiglia, l’orrore tirannico 
insito nelle costrizioni rappresentate 
dall’istituzione scolastica, le prime 
pulsioni sessuali, rappresentano una 
dimensione ottimale per costruire nar- 
razioni horror di grande efficacia. 
Whedon ci e riuscito alia perfezione 
con le sette stagioni televisive di Buffy, 
mentre ci era riuscito un po’ meno con 
il film omonimo del 1992, piu parodia 
chc awincente intreccio di sangue, 
sesso e adolescenza. La chiave scelta 
da Whedon per rappresentare questa 
stagione della vita cost esaltante e al 
tempo stesso cost complessa e in en- 
trambi i casi quella della metafora, in 
cui ogni frase, anche casualmente but- 
tata li da un adolescente, diviene me¬ 
tafora di qualcosa di profondamente 
reale. 

“La scuola e un inferno!” “U mio 
fidanzato e un mostro” “Mi sento 
invisibile” “Ucciderei per diventare 
una cheerleader” “Dopo che ab- 
biamo fatto 1’amore e diventato 
un’altra persona”. Tutte le piu co¬ 
muni metafore utilizzate dagli 
adolescenti rendono atto delle 
complesse dinamiche affrontatc 
ogni giorno dagli adolescenti nella 
cultura contemporanea. Le rico- 
nosciamo per cio che sono, me¬ 
tafore appunto, ma in certi casi le 
metafore si fanno decisamente 
reali. Nel mondo di Buffy the Vam¬ 
pire Slayer i mostri sotto al letto ci 
sono veramente, e piu spesso che 
mai sono i giovani e gli adolescen¬ 
ti a vedere la realta per cio che e, 
mentre gli adulti sono miopi da- 
vanti ad essa e vivono in un peren- 
ne stato di negazione e di rifiuto 1 . 

Whedon ha dunque dimostrato di su¬ 
per cohere con grande intuito i sug- 
gefche il dnema avevn gia ini- 
ziato a mandare in questa direzionc 
qualche anno prima. In particolare, 
1’assoeiazione vampiro-adolescenza e 
l’ibridazionc tra generc horror-vainpi- 
resco e film da teen-ager era gia strata 
proposta con ottimi risultati nel 1985 
dal fil m Ammazzavampiri {Fright Ni¬ 
ght, Tom Holland) e poi nel 1987 da 
Mpg0gi perduti {The Lost Boys , Joel 
Schumacher). 

Inutile ricordare inoltre il recentissimo 
'.success© di Twilight (Catherine 
Hardwicke, 2008), delicata ed esangue 
storia d’amore tra uriadoleseente e un 
vampiro basata sul romanzo omonimo 


di Stephanie Meyer, che a fronte di un 
budget di produzione di 37 milioni di 
dollari ha incassato, solo sul mercato 
statunitense, piu di 140 milioni di dol¬ 
lari 2 . Insomma, il vampiro, figure at- 
traente e al tempo stesso mostruosa, 
presente nella tradizione folkloristica 
di tutti i continenti, continua ancora 
oggi a mietere vittime, e, sopra ogni 
cosa, a fare strage di cuori, fornendo lo 
spunto per storie d’amore impossibili 
ed esagerate e inevitabilmente corre- 
date dalle lacrime partecipi delle ado¬ 
lescenti piu romantiche. In realta, il 
mix adolescenza-vampiri funziona co¬ 
st bene per diverse ragioni, non ultimo 
il fatto che all’illusione dell’immorta- 
Iita, la figure del vampiro associa anche 
temi legati alle pulsioni sessuali e a 
quelle di morte, tipiche dell’eta dell’a- 
dolescenza. 

Cost anche HBO 3 , lemittente televisi- 
va statunitense via cavo forse piu po- 
polare del momento, ha puntato su 
questo connubio, dimostratosi cost 
riuscito in passato, dando il via alia 
produzione di una serie che ha per 
prOtagonisti i vampiri, ma in cui fanno 
la loro comparsa anche altri mostri 
leggendari e personaggi dai poteri so- 
prannaturali. True Blood ha debuttato 
negli USA il 7 settembre 2008 e si e 
conclusa il 23 novembre, con la pro- 
grammazione deH’ultimo episodio 
della prima stagione, composta di 12 
episodi da 55 minuti l’uno, in scia con 
la nuova tendenza ad abbreviate la du- 
rata delle stagioni dei prodotti seriali, 
dimezzandone di fatto il numero di 
episodi (da 24 a 12, e il caso ad esem- 
pio anche di Damages, creata da Todd 
Kessler per FX). True Blood e basata 
sui romanzi della scrittrice Charlaine 
Harris dedicati alia giovane cameriera 
Sookie Stackhouse, dotata di poteri 
telepatici, che lavora e vive a Bon 
Temps, fittizio paesino del Sud degli 
Stati Uniti. I romanzi della Harris so¬ 
no diventati un vero culto negli USA e 
sono stati tradotti anche in altri paesi, 
conquistando un nutrito gruppo di fan 
e permettendo alia saga letteraria di 
affermarsi fino al nono capitolo (per 
ora), in uscita nella primavera del 
2009. La popolarita del personaggio di 
Sookie ha convinto Alan Ball, ormai 
storico creatore di una delle migliori 
lasSSe degli ultimi anni, Six Feet Under 
(sempre targat'a HBO), a tentare un 
adattamento televisivo, cimentandosi 
anche con la regia del primo e dell’ul- 
tirno episodio della prima stagione, ol- 
■ffSe che con la sceneggiatura dell’intera 
serie. „ gl 7 

La prima stagione di True Blood parte 
da due assunti fondamentali: I vampiri 
; sono tra noi (ma questo l’avevamo gia 
imparato ai tempi di Buffy...) e lotta- 
no per i loro diritti e per la loro ante- 
grazione nella societa. Vampiri e uo- 


mini, infatti, nell’universo di True 
Blood, stanno cercando di vivere pacifi- 
camente dopo che una ditta farmaceu- 
tica giapponese ha inventato uno spe- 
ciale tipo di sangue sintetico che puo 
soddisfare i bisogni dei vampiri. Il Sud 
degli USA si rivela un’ambientazione 
ideale e ricca di reminescenze per le ri- 
vendicazioni dei vampiri, che non do- 
vendosi piu nutrire di sangue umano 
pretendono di vivere alio scoperto e di 
godere degli stessi diritti degli uomini. 
In questo scenario si svolgono le vi- 
cende che vedono protagonista Sookie 
(Anna Paquin), suo fratello Jason 
Stackhouse (Ryan Kwanten) e un 
vampiro centenario di nome Bill 
Compton (Stephen Moyer). Sookie, 
che ha il dono di leggere nel pensiero 
delle persone, vive male il suo dono, 
ma quando si accorge di non poter 
sentire i pensieri di Bill, si innamora di 
lui, con tutti i problemi del caso. I 
vampiri, infatti, sono considerati gran- 
di amatori e sono molte le donne che 
intrecciano con loro relazioni esclusi- 
vamente sessuali, e che, senza venire 
trasformate, rimangono pero marchia- 
te dal loro morso, che come una sorta 
di lettera scarlatta identifica coloro che 
si sono lasciate andare con un vampi¬ 
ro. Il clima nel Sud degli USA, come e 
noto, non e dei piu tolleranti, e le don¬ 
ne che portano questo marchio vengo- 
no discriminate e trattate come prosti¬ 
tute. L’integrazione tra vampiri e uma- 
ni e inoltre minata da una serie di 
omicidi misteriosi, apparentemente 
opera di vampiri, e dal fatto che il san¬ 
gue di vampiro risulta essere una po- 
tente droga per gli umani che, senza . 
scrupoli, arrivano a rapire e ucddere i 
vampiri per estrarne il prezioso “V. i- 
Dunque, uno dei punti di tnaggiore 
interesse della serie sta proprio nella : 
sua ambientazione, un Sud caldo, ap¬ 
parentemente sonnacchioso ma : iriy 
realta crocevia di creature notturne e di 
incontrollabili pulsioni umane, conser 
vatore e tradizionalista, dove ogni no- 
vita viene interpretata come una mi- 
naccia alio status quo. Sookie, forte 
della sua diversita, non ha invece pro- J 
blemi a rapportarsi con l’altro e imme- 
diatamente si innamora del diverse, 
del vampiro (suo malgrado) Bf||| 
Compton, con il quale vivra la sua pri¬ 
ma esperienza sessuale. La vergine 
Sookie, pur essendo gia venticinquen:- 
ne, e infatti particolarmente immature 
dal punto di vista sessuale, e iap[ i >- 
senta dunque quel prototipo di adolc 
scehte (tardiva) attratta ( ito del 
vampiro che tanto piace alia letteratu- 
ra e al cinema. S< ' esita, inlat- 

ti, a concedersi a Bill, nonostanteabbk 
sempre rifiutato la corte di tutti i ra- 
gazzi che si sono fatti avanti con lei. 
La ragazza e evidcntcmente affascina- 
ta Jail ru-n osa:a ' > i < 




































TV FILES 


Bill, creatura owiamente notturna e 
crepuscolare, che non esita a mettere a 
repentaglio la sua eterna esistenza cor- 
rendo alia luce del sole in soccorso di 
Sookie, la cui vita e messa in pericolo 
da un umano e, paradossalmente, sal- 
vata da un vampiro. 

Pur risentendo di qualche ingenuita 
nei dialoghi, non sempre brillantissi- 
mi, e di qualche incoerenza sul piano 
dello svolgimento temporale della vi- 
cenda, True Blood ha il merito di pro- 
porre una iconografia del vampiro ag- 
giornata agli anni Duemila: niente 
mantelli e bare, pochi canini sporgenti 
e corone d’aglio, ma vampiri metropo¬ 
litan!, che guidano l’auto, hanno il cel- 
lulare, vestono alia moda e partecipano 
ai talk show televisivi per proclamare i 
loro diritti. Questa modernizzazione 
non ne mina comunque il fascino ani- 
malesco, accentuando invece alcune 
delle caratteristiche che piu recente- 
mente sono state prese in considera- 
zione dal cinema e dalla televisione, e 
cioe la forza, la velocita e la raffinatez- 
za dei sensi. Il vampiro postmoderno e 
una creatura multitasking, al passo coi 
tempi, e capace di riunire su di s6 i po- 
teri di molti supereroi contemporanei. 
Si pensi ad esempio al personaggio di 
Edward Cullen in Twilight, che oltre 
ad essere dotato di grande forza e ve¬ 
locita, e perfino in grado di volare. In 
True Blood i vampiri non sono piu pal- 
lide creature appostate in cerca di pre- 
de, ma piuttosto animali sociali, con 
una vita notturna fatta anche di locali, 
bevute (della bevanda giapponese 
chiamata Tru Blood 4 , appunto) e di 
tanto sesso. Vampiri edonisti, insom- 
ma, che sembrano godere al meglio 
della loro condizione di non morti, 
non risparmiandosi divertimenti e di- 
strazioni (Bill Compton e persino mo- 
strato mentre gioca a golf con il Nin¬ 
tendo Wii...). 

Inoltre, a differenza di molti prodotti 
seriaH contemporanei che tendono a 
eliminare o limitare la sigla di apertu- 
ra (ad esempio Lost o Heroes ), True 


Blood puo vantare un bellissimo mon- 
taggio per gli opening credits. Ade- 
guandosi alia tendenza recente che 
prevede l’espulsione dei volti degli at- 
tori da questa sequenza di apertura, 
True Blood concentra alcuni dei nodi 
testuali piu salienti della serie proprio 
nella sigla. Sulle note di un particolar- 
mente azzeccato brano country di Jace 
Everett, intitolato Bad Things, viene 
evocato un intero mondo: il Sud intol- 
lerante del Ku Klux Klan, quello su- 
perstizioso che crede a demoni, creatu¬ 
re maligne ed esorcismi, le messe go¬ 
spel dei predicatori neri, le battute di 
caccia (forse anche all’uomo), gli ani¬ 
mali in decomposizione ai bordi delle 
strade, le piante carnivore nelle paludi 
e le lap dancer negli strip club, fanno 
idealmente da sfondo alia vicenda di 
Sookie, impregnata di tradizionalismo 
e te freddo del Sud. A conti fatti, si 
tratta di un esordio interessante e di 
una prima stagione ben riuscita, so- 
prattutto grazie al numero non ecces- 
sivo di episodi, che permette di com- 
pattare al meglio le vicende, di render- 
le piu omogenee e di garantire alio 
spettatore una soddisfazione abba- 
stanza immediata nel vedere risolte le 
vicissitudini dei protagonisti 5 . 

Veronica Innocenti 


Note 

1. Tracy Little, “High School is Hell: Metaphor 
Made Literal in Bujjfy the Vampire Slayer ”, in 
James B. South (a cura di), Buffy the Vampire Slay¬ 
er and Philosophy , Chicago, Open Court, 2003, p. 
282, traduzione mia. 

2. Si e gia in attesa del secondo capitolo dedicate 
alle awenture della giovane Bella Swan e del suo 
amato Edward Cullen. Il film e previsto per il 
2010. Fonte imdb.com. 

3. Di imminente uscita la prima pubblicazione 
italiana dedicata ad HBO, HBO Style, a cura di 
Barbara Maio, Roma, Bulzoni. 

4. http://www.trubeverage.com/ 

5. Anche se, come e owio, l’ultimo episodio della 
prima stagione si conclude con il teaser della se- 
conda, annunciata da HBO per il 2009. 


Una sana colazione sotto il sole di 
Miami 

L’orrore magnetico di Dexter 

Dexter e una serie televisiva ideata da 
James Manos Jr. Il primo episodio e an- 
dato in onda in America nell’ottobre 
del 2006. La terza stagione e in pro- 
grammazione e la Showtime, casa di 
produzione della serie, ha gia annuncia- 
to una quarta ed una quinta stagione 1 . 
Ma iniziamo dai titoli di testa che so¬ 
no, senza dubbio, uno degli elementi 
piu interessanti da osservare, nel con- 
testo di un prodotto che, pur avendo, 
come vedremo, molte caratteristiche 
innovative, trova perfetta collocazione 
all’interno delle nuove forme di seria- 
lita televisiva. 

Nel volume Ai margini del film 2 , Va¬ 
lentina Re indaga il problema dei tito¬ 
li di testa e di coda del film, della loro 
collocazione “marginale” e dei signifi- 
cati di cui si fanno portatori. Il proble¬ 
ma che qui si pone e il livello di “mar- 
gine” dei titoli di testa di una serie te¬ 
levisiva. 

La domanda e semplice: dove comin- 
cia la serie? E la sigla l’incipit, o lo e 
lepisodio pilota? Se i titoli di testa si 
ripetono ad ogni puntata, allora, a sen- 
so, si dovrebbe escludere il ruolo di in- 
cipit, ma non quello di guida per lo 
spettatore, digiuno da sette lunghissir 
mi giorni, dentro il mondo narrativo 
della serie (supponendo che lo spetta¬ 
tore sia diligente e devoto alia moda- 
lita di fruizione eletta dalla produzio¬ 
ne della fiction e non sia un fan fago- 
citante che predilige un’immersione 
totale con la visione di numerosi epi¬ 
sodi in un brevissimo arco di tempo). 
Una zanzara si posa sul braccio di un 
uomo che dorme. La mano schiaccia 
l’insetto e il suo sangue si spalma sul 
braccio. Nero. Titolo: Dexter 
Un uomo si alza, si rade, una goccia di 
sangue cade sul lavandino laccato 
mentre una garza bianca assorbe il li- 
quido ematico rimasto sul collo. Il det- 
taglio del sangue che si allarga con 
lenta grazia nella stoffa accompagna i 
credits che scorrono nella meta sinistra 
dello schermo senza mai venire a con- 
tatto con le macchie color vermiglio. 
L’uomo prepara la colazione: taglia la 
carne awolta nel nylon, frigge le uova, 
le innaffia con salsa ketchup. Il detta- 
glio sulla bocca che mastica e senza 
pudore, quasi imbarazzante; possiamo 
scorgere la saliva che awolge il cibo, i 
denti che affondano la came. L’uomo 
poi accoltella un arancio e il suo succo 
esplode. Il primissimo piano sulla pol- 
pa del frutto lo fa sembrare una carne 
viva e palpitante. Del filo interdentale 
prima e dei lacci per le scarpe subito 
dopo stringono, fino a rendere violacee 
le dita delle mani. Una t-shirt bianca 



True Blood 


soffoca un volto. Finalmente vediamo 
0 primo piano dell’uomo: Dexter, il 
protagonista dell’omonima serie tele¬ 
visiva che guarda consapevolmente in 
macchina rendendo subito lo spettato¬ 
re suo complice. Esce di casa. Tran- 
quillo, sornione. 

La rigorosa routine mattutina di Dex¬ 
ter Morgan compare all’inizio di ogni 
episodio della serie. Se da una parte 
emerge la normalita delle azioni del 
personaggio, dall’altra si percepisce 
un’irritante ambiguita nei gesti, nelle 
inquadrature e nelle musiche. I primi 
piani sui coltelli, sul rasoio per la bar- 
ba, i ralenti sui lacci che strizzano le 
dita, la goccia di sangue che sporca il 
lavabo, disturbano, infliggono un senso 
di profondo disagio aggravate dalla 
musica, il cui tema principale, compo- 
sto da Rolfe Kent, e allegro e inquie- 
tante alio stesso tempo, romantico e 
malinconico. Ma sono le varie grada- 
zioni del colore del sangue e della car¬ 
ne, a imporsi immediatamente sullo 
schermo. 

Il sangue infatti e un elemento prima- 
rio nella vita di Dexter (interpretato da 
Michael C. Hall, gia protagonista di 
Six Feet Under 3 ), un perito della polizia 
scientifica di Miami che, grazie alio 
studio della posizione, della forma, 
dell’estensione delle macchie del san¬ 
gue nelle scene del crimine, e in grado 
di ricostruire la dinamica di un omici- 
dio, gli esatti movimenti di un killer. 
Dexter viene adottato e cresciuto da 
Harry Morgan, un agente della Polizia 
di Miami, che lo raccoglie, a soli tre 
anni, in una raccapricciante scena del 
crimine. Harry intuisce subito la spin- 
ta omicida del bambino e, cosciente 
delTimpossibilita di poter cambiare la 
sua natura, gli insegna a incanalare il 
suo istinto. Il giovane Dexter appren- 
de dal padre un codice (il Codice 
Harry) che gli impone di sfogare il suo 
macabro bisogno solo contra crimina- 
li recidivi sfuggiti alia legge e predi¬ 
spone dei rituali molto rigidi da segui- 
re durante Fesecuzione, per scongiura- 
re ogni probability di essere scoperto 
dalla polizia. Seguendo il codice, inol¬ 
tre, Dexter ha imparato ad apparire 
come una persona (quasi) normale agli 
occhi di coloro che lo circondano. Sa 
fingere gioia e commozione, diverti¬ 
mento e apprensione pur non essendo 
capace di provare alcun sentimento del 
genere. 

La sua ossessione si manifesta in ma- 
niera oggettiva nella collezione di goc- 
ce di sangue custodite in vetrini per le 
analisi che sono la memoria nostalgica 
di ogni preda. 

La serie si basa, solo nel plot della pri¬ 
ma stagione, sul romanzo La mano si¬ 
nistra di Dio 4 di Jeff Lindsay. 

Il romanzo, non a caso dato il succes- 
so di critica e pubblico, viene frequen- 







TV FILES 


temente paragonato al best seller Ame¬ 
rican Psycho di Bret Easton Ellis 5 . I 
personaggi sono tanto simili per quan¬ 
to riguarda l’impulso omicida irrefre- 
nabile, quanto diversi nella maschera 
che scelgono di indossare alia luce del 
sole (e significativo il fatto che Dexter 
usi il nome di Patrick Bateman, il pro- 
tagonista di American Psycho , per com- 
prare i farmaci che usa per immobiliz- 
zare le sue vittime). La vita del prota- 
gonista di American Psycho ha il ritmo, 
gli eccessi e i colori dello yuppismo 
degli anni Ottanta, quella di Dexter, 
invece, eroe malvagio del nuovo mil- 
lennio, e scandita da un rapporto os- 
sessivo con il web alia ricerca delle 
informazioni sulle prossime vittime, 
dalla semplicita di una vita di coppia e 
dalle soleggiate escursioni in barca nel 
porto di Miami. 

Lindsay, che negli anni Novanta ha 
pubblicato alcuni romanzi sotto lo 
pseudonimo di Jeffry P. Freundlich, 
dopo aver collaborate alia sceneggia- 
tura della prima stagione della serie, ha 
scritto altri due romanzi che hanno 
come protagonista il serial killer: Il no¬ 
stro caro Dexter e Dexter in the Dark 6 (e 
l’uscita di un quarto episodio della sa¬ 
ga, Dexter By Design, e previsto per il 
2009), le cui awenture sono completa- 
mente estranee alia fiction televisiva. 
Tuttavia anche La mano sinistra di Dio 
ha delle differenze fondamentali con il 
prodotto televisivo. 

Il romanzo e una lunga soggettiva del 
pensiero di Dexter, ossessionato dalla ri¬ 
cerca dell’“assassino del camion frigo”. 
Solo il padre Harry e la sorellastra De¬ 
bra hanno dignita di personaggi com- 
primari; gli altri sono poco piu che com- 
parse, sia per Dexter che per il lettore. 

Il panorama delle relazioni e dei sub¬ 
plot nella serie tv si presenta invece 
molto articolato. Al tenente La Guer- 
ta, al detective Angel, alia fidanzata 
Rita viene concesso di rendere parteci- 
pe lo spettatore dei loro archi di tra- 
sformazione e delle loro storie perso- 
nali. Inoltre lepilogo e completamente 
diverso. Se nel romanzo il continuo 
gioco con Fattivita onirica del protago¬ 
nista lascia pensare che Dexter ed il 
killer a cui da la caccia siano la stessa 
persona, nella fiction il conflitto fra i 
due e la drammatica rivelazione dell’i- 
dentita dell’antagonista (e il fratello di 
Dexter) sono quantomai espliciti. 
Inoltre, nel libro, Debra scopre la vera 
natura di Dexter, esito impensabile per 
la fiction, che fa del geloso segreto del 
personaggio, uno dei suoi maggiori 
punti di forza e di novita. 

Dexter e il primo vero eroe cattivo di 
una serie televisiva americana. La 
Showtime si e assunta il rischio di ap- 
plicare le teorie di fidelizzazione del 
pubblico ad un personaggio colpevole, 
senza vie di redenzione. Si ricordi, in- 


fatti che Dexter non uccide per fare 
ordine in un mondo ingiusto, lo fa 
esclusivamente per sfogare un suo bi- 
sogno. Il “Codice Harry” e, per lui, so¬ 
lo uno strumento utile a rimanere in- 
visibile e insospettabile. E anche quan- 
do (nei primi episodi della seconda 
stagione) il suo istinto omicida sembra 
essersi assopito, il protagonista si ado- 
pera in ogni modo per superare la cri- 
si poiche l’agonia delle sue vittime e 
l’unico momento in cui riesce a prova- 
re qualche emozione. 

Dato il successo di pubblico e critica 7 
ottenuto, gli autori vincono la scom- 
messa a pieno titolo. Infatti l’eroe mal¬ 
vagio e diventato una vera e propria 
icona moderna 8 . Inoltre, lo sfondo della 
serie, che appartiene a tutti gli effetti al 
genere horror/noir, e quello della lumi- 
nosa Miami, il luogo in apparenza me- 
no adatto in cui collocare un prodotto 
che fa frequente uso dello splatter e 
sconfina nel gore. E proprio il contrasto 
tra la presenza copiosa del rosso emati- 
co e la calda luce di una citta che non 
conosce l’invemo, che permette ai vari 
registi che si alternano dietro la mac- 
china da presa di mantenere costante il 
senso di mistero e ambiguita, caratteri- 
stiche peculiari della serie. 

In conclusione, tornando ai titoli di te¬ 
sta, i fotogrammi raccontano molto di 
piu del risveglio del personaggio. Il ra- 
soio che accidentalmente ferisce il col- 

10 di Dexter rappresenta i tagli inflitti 
sulla guancia delle vittime per preleva- 
re la goccia di sangue che va ad ag- 
giungersi alia sua collezione di vetrini, 
la carne awolta nella pellicola ricorda 
le decine di corpi che, smembrati e ben 
sigillati nei sacchi neri, vanno ad accu- 
mularsi nel fondo del mare, il filo in- 
terdentale stretto fra le mani rimanda 
a uno dei modi preferiti da Dexter 
Morgan per immobilizzare le sue vit¬ 
time, come descrive Lindsay nel ro¬ 
manzo: “Una stretta rapida, precisa e 
fulminea, e la spira di filo da pesca da 
venti chili gli si strinse intorno al col- 
lo. [...] Si porto una mano esitante al 
cappio, incerto su cosa sarebbe accadu- 
to se avesse cercato di allentarlo, la fac- 
cia gli stava diventando viola” 9 . 

11 montaggio serrato, le inquadrature 
brevi che privilegiano i dettagli (il 
braccio, le dita, la barba, la bocca, i 
denti) e lasciano scorgere la figura in- 
tera solo alia fine, sono elementi mu- 
tuati dal cinema per connotare imme- 
diatamente il prodotto nel genere 
noir/horror. Il simbolismo cromatico e 
quello degli oggetti (il coltello, il filo, la 
carne) fanno della sigla una dichiara- 
zione d’intenti lucida e palese, che tro- 
va un modello quasi speculare (pur con 
soluzioni stilistiche diverse) nei titoli 
di testa di un altro prodotto televisivo 
entrato di diritto nell’olimpo della 
New Golden Age della serialita televi¬ 


siva americana: The Sopranos (1999- 
2007). Il protagonista, connotato fino 
all’ultima scena solo da dettagli, per- 
corre il tragitto da New York al New 
Jersey a bordo della sua auto suggeren- 
do alio spettatore le caratteristiche sa- 
lienti della serie, dalla soggettiva che 
anticipa il tema dell’indagine profonda 
del se, alTautomobile: totem dell’Ame¬ 
rican way of life, derivazione del be- 
nessere a cui anche un mafioso si e 
omologato, strumento obbligato con 
cui i personaggi si muovono, luogo si- 
curo che spesso si sostituisce alia casa e 
luogo di morte (spesso e il pretesto per 
portare qualcuno fuori citta ed ucci- 
derlo). 

Col senno di poi dunque, quella bana- 
le routine del risveglio di Dexter, si 
gonfia di simbolismi ed e colta ora, co¬ 
me il macabro rituale di un serial killer 
efferato, preciso, meticoloso e glacial- 
mente irresistibile. 


Note 


Sara Martin 


1. In Italia la prima stagione e stata trasmessa da 
FoxCrime nel 2007 e a dicembre 2008 e iniziata 


la seconda. Solo nel settembre 2008 Dexter e an- 
dato in onda per la prima volta, in seconda serata, 
in chiaro su Italial. 

2. Valentina Re, Ai margini delfilm. Incipit e titoli 
di testa, Pasian di Prato, Campanotto Editore, 
2006. 

3. Serie televisiva statunitense andata in onda sul 
network via cavo HBO dal 2001 al 2005. 

4. Jeff Lindsay, Darkly Dreaming Dexter, New 
York, Random House, 2004; trad. it. La mano si¬ 
nistra di Dio, Milano, Sonzogno, 2004. 

5. Bret Easton Ellis, American Psycho, Torino, 
Einaudi, 1991. 

6. Jeff Lindsay, Darkly Devoted Dexter, New York, 
Random House, 2005; trad. it. Il nostro caro Dex¬ 
ter, Milano, Sonzogno, 2007; Dexter in the Dark, 
New York, Random House, 2007. 

7. Il sito web http://www.metacritic.com ha cal- 
colato un punteggio pari a 77/100 per la prima 
stagione, 85/100 per la seconda, 78/100 per la ter- 
za, facendo di Dexter una delle serie meglio re- 
censite dalla critica statunitense di tutti i tempi. Il 
punteggio si basa sulle recensioni di alcune delle 
testate piu autorevoli. 

8. Sul sito promozionale del DVD della seconda 
stagione, http://www.dextertherapy.com, viene 
proposto ai fan anche un test della personalita di 
Rorschach, con macchie rigorosamente vermiglio, 
per valutare la propria percentuale di istinto omi¬ 
cida. 

9. J. Lindsay, op. cit. p. 12-13. 



Dexter 



Dexter 








SOTTO ANALISi: LAV DIAZ 


Storia/storie 

Evolution of a Filipino Family ( Ebolu- 
syon ng isang pamilyang pilipino, Lav 
Diaz, 2004) 


lavoro Evolution of a Filipino Family 
{Ebolusyon ng isang pamilyang pilipino, 
2004). Certo, i tentativi di raccontare 
la Storia attraverso il cinema, e di fare 
cio “dal basso” sono innumerevoli, ma 
si deve anche riconsiderare in che ma- 
niera questi tentativi sono stati con- 
dotti e come l’opera di Diaz differisca 
da essi. Se, ad esempio, si prendono in 
considerazione alcuni film che condi- 
vidono con Evoluzione tanto l’ispira- 
zione storica quanto la durata fuor 
della norma, come i tre Heimat (1984; 
1993; 2004) di Edgar Reitz, Novecento 
(1976) di Bernardo Bertolucci, La me- 
glio gioventu (2003) di Marco Tullio 
Giordana e La Porte du soleil (2004) di 
Yousry Nasrallah, si puo, infatti, nota- 
re come in tutti questi film si ritrova- 
no percorsi narrativi che conducono i 
protagonisti al coinvolgimento, diretto 
o indiretto, volontario o meno, in epi- 
sodi di rilievo nella Storia dei propri 
paesi. I protagonisti di questi film 
prendono parte, attiva o passiva, a 
event! che creano una diretta connes- 
sione tra il livcllo macro della Storia e 
la dimensione micro dclle loro storie 
di finzionc. La codifica di questo pro- 
totipo della resa in finzione del discor- 
so sulla Storia risale al Romanticismo 
europeo, quando il tema della costru • 
zione deU’identita nazionale assume 
preminenza assoluta e veniva percept- 
to come irrinunciabile dagli intellet- 
tuali e letterati delle classi media e al- 
ta che andavano in quei tempi defi- 
nendo le forme deiromanzo modemo. 
Si tratta certo di una ricostruzione 
semplificata, ma quel che conta in 
questa sede e rilevare quanto i prota¬ 
gonisti ordinari di questi film, non sia- 
no poi cost ordinari. La loro implica- 
zione nella Storia del proprio paese 
rende legittimo difatti deseriverli co- 
: me “eroi”, o ancor meglio “eroi roman - 
; tici”, awidnabfii in tutto e per tutto a 
queili dei romanzi dell'Ortocento. La 
nozione di ordinarieta dei personaggi 
e compromessa, invalidando 1 .usimi- 
labilita di questi racconti a presenta- 
zioni di “Storia<i„l L' --o' Latradizio- 

dentita individuate nelprocesso collet- 
tiw dt treazione ddk naztom.. 

tificano la risposta emotjva. (del lettore 
■> oJlo spettatote) aUe sorti dei loro 
“eroi ordinari” con paradigmi domi- 
nanti di agenzia o risposta emotrva agli- 
eventi storici in questione. Al fine di 
fornire facili appigli d’identificazione 
attraverso personaggi presentati come 
“eroi” e d’offrire spalla (spesso in ma- 
niera involontaria e inconsapevole) al- 
le letture dominanti della Storia, que- 
(staipafifin^iiSsfiffidbrna, romantica e 
borghese e stata pienamente adottata 
dal cinema narrativo allorche si con- 
froata con la Storia. 


Nel saggio Pasyon and Revolution}-, de¬ 
dicate ai movimenti popolari fihppini 
tra il 1840 e il 1910, lo storico Reynal¬ 
do Clemena Ileto invoca un nuovo ap- 
proccio per la scrittura della Storia. 
Ileto rifiuta le consuete interpretazioni 
storiografiche che negano alle rivolte 
contadine importanza nel processo 
che conduce all’indipendenza delle Fi- 
lippine. Ileto imputa ai consolidati 
metodi di ricerca storica l’incapacita di 
riconoscere la specificita e il contesto 
di queste rivolte, bollandoli come 
inappropriati allorche si conducono ri- 
cerche sulla Storia dei imivimenti po¬ 
polari. Il problema per Ileto risiede nel 
fatto che questi modelli di teoria e 
■pratica della Storia sono codificati da 
una tradizione occidentale di storio- 
grafia borghese. Come in molti lavori 
di storici post coloniali, Ileto critica le 
letture teleologiche della Storia, che 
servono solo gl’intercssi delle classi 
dominanti e consolidano i sistemi so- 
cio-economici esistenti. In un rentati- 
vo di scrivere una “Storia dal basso”, 
Ileto mettc da parte le fonti della Sto¬ 
ria ufficiale, e ricerca invece le tracce 
della Storia e le riflessioni sulla Storia 
nella cultuu popolare, per svelare l’e- 
sperienza che di essa ha avuto e ha k 
ueiite comune. 

Ileto s’interessa in particolare dell’in- 
troduzione del cattolicesimo nelle R- 
lippine. Inteso in origine come un 
mezzo di controllo sociale da parte del 
colonizzatore spagnolo, il cattolicesi¬ 
mo fu appropriate selettivamente e ri- 
definito dai filippini nella stessa ma- 
niera in cui le genti del sud est asiatico 
avevano per secoli assorbito e adattato 
ai propri bisogni gl’inllussi d’indui- 
srno, buddismo e Islam, presert'ando 
un sostrato di tradizioni pagane locali. 
Applicato alia religione del colonizza¬ 
tore, questo processo selettivo permise 
ai filippini di enfatizzarne gU aspetti 
eiie potevano veicolare significati con- 
divisi sulla propria condizione. Ileto 
punta l’attenzione sull'uppiopriu/.ione 
mirata delle storie e rituali connessi al- 
: la Passione di Cristo, mostrando come 
i filippini abbiano sfrutrato e piegato 
le risorse d’immaginario e significato 
tbrniti dalla “Pasyon" per vedere la loro 
“passione” quofidianadip&lplossifi^ 
messo e tolomzzato nilessa nell ascesi 
di Cristo al Calvario. 

La cornice teorica e l’analisi di Pasyon 
and Revolution forniscono spunti di 
grande interesse allorche si voglia 
prendere in esame Tapproccio cinema- 
tografico alia presentazione della Sto¬ 
ria adottato da Lav Diaz nel suo capo- 











SOTTO ANALISI' LAV DIAZ 


34 Un vero esempio di “Storia dal basso” 
nel cinema e stato per contro reso di- 
sponibile in anni recenti dai film che 
compongono la cosiddetta “Trilogia di 
Taiwan” di Hou Hsiao-hsien. Citta do- 
lente (Beiqing chengshi, 1989), 11 mae¬ 
stro di marionette (Ximeng rensheng, 
1993) e Good Men Good Women (Hao 
nan hao nu, 1995) non solo sono rico- 
nosciuti capolavori del cinema mon¬ 
diale degli ultimi vent’anni in virtu 
delle loro qualita estetiche, ma adotta- 
no un approccio alia presentazione nel 
cinema della Storia e del tema della 
costruzione dell’identita nazionale di 
grande complessita. Sia in Citta dolen- 
te che ne II maestro di marionette l’im- 
plicazione dei personaggi di Hou nel- 
la Storia e rimarchevolmente tangen- 
ziale: anziche prendere parte nella 
Storia o essere toccati dalle sue conse- 
guenze dirette, essi esperiscono di soli- 
to sviluppi o cambiamenti nella loro 
vita quotidiana ingenerati da eventi o 
decisioni che hanno avuto luogo in un 
altrove mai visualizzato. La macchina 
da presa di Hou rimane sempre nei 
luoghi dei suoi personaggi, lasciando 
che la Storia s’intrometta attraverso 
rendiconti orali, la lettura di lettere o 
attraverso gli annunci della radio. II ri- 
fiuto di visualizzare la Storia e il suo 
racconto attraverso rendiconti indiret- 
ti, talora polifonici, rivela lo scettici- 
smo di Hou e del popolo taiwanese 
verso la Storia ufficiale; uno scettici- 
smo maturato dall’esperienza delle 
manipolazioni e dell’oblio program- 
mato messi in pratica dal regime del 
Kuomintang. L’approccio di Hou alia 
Storia nel cinema di fmzione puo 
quindi rappresentare un parallelo per- 
tinente al lavoro storiografico di Ileto, 
giacche problematizza le fonti della 
Storia ufficiale e presta ascolto alia 
memoria soggettiva, popolare e non 
normativa contro i compromessi del 
discorso dominante. 

La trilogia di Hou ha esercitato una 
profonda influenza su molti cineasti 
asiatici, sia in termini di estetica che di 
concettualizzazione della Storia. Che 
si tratti di vaga ispirazione o semplice 
convergenza, Evolution of a Filipino 
Family di Lav Diaz non fa eccezione. 
L’approccio di Diaz alia Storia (gli an¬ 
ni della dittatura di Marcos) replica 
per molti aspetti quello di Hou, pur 
presentando almeno un paio di speci- 
ficita o differenze. Ancor piu che nei 
film di Hou, i personaggi di Evolution 
sono distanti dal proscenio della Storia 
e il loro diretto intervento nel corso di 
quest’ultima e nullo: quando Kadyo 
uccide un gruppo di sentinelle per ru- 
bare le loro armi e venderle ai militan- 
ti della guerriglia, non agisce per ra- 
gioni ideologiche, ma unicamente per 
la mera necessita di garantire sussi- 
stenza alia sua famiglia. La totale alie- 



Evolution of a Filipino Family 


nazione delle storie dei personaggi ri- 
spetto alia Storia rivela anche una va- 
lenza metaforica, come esplicitato dal- 
la cecita avanzante di Maria o dagli in- 
contri onirici di Reynaldo con la statua 
di Jose Rizal che prende vita. Questa 
frattura, irreparabile, ma pregna di si- 
gnificato, da ragione della strategia che 
Diaz segue per inserire le coordinate 
storiche. In Evoluzione, per esempio, la 
radio gioca un ruolo piu esteso che nei 
film di Hou, eppure diversissimo: seb- 
bene i personaggi di Diaz la ascoltino 
sovente, infatti, le loro emissioni prefe- 
rite sono le soap opera, non i notiziari; 
a Diaz interessa porre cosi l’accento sul 
potere che i media hanno nel costruire 
o nel non costruire una coscienza col- 
lettiva sociale, politica e storica. Diaz 
presenta quindi i media come efficien- 
ti mezzi al servizio del potere costitui- 
to, volti alia distrazione collettiva at¬ 
traverso l’intrattenimento di massa. 
Per documentare gli episodi salienti 
nella Storia delle Filippine che awen- 
gono in parallelo alle storie dei suoi 
personaggi, Diaz fa ricorso quindi alia 
pratica comune dell’inserzione di fil- 
mati d’archivio. Lo fa pero in maniera 
anticonvenzionale. Sebbene i filmati 
d’archivio siano disposti cronologica- 
mente attraverso l’arco del film, la loro 
comparsa non segue le norme di una 
punteggiatura precisamente distanzia- 
ta: eventi anche piuttosto separati nel 
tempo vengono accostati e riepilogati 
in grumi informativi che rompono il 
flusso principale della narrazione sen- 
za esplicitare un solido e puntuale ag- 
gancio tra intreccio e contesto storico- 
politico. Le sequenze d’archivio sem- 
brano dunque svolgere la funzione di 
un “nel frattempo”, riferito ad un’ulte- 
riore trama che il film persegue. Diaz 
cosi sminuisce implicitamente il peso 
intrinseco della Storia, equiparandola 
alle storie dei personaggi. Inoltre, la 
stessa apparentemente non ponderata 
disposizione dei materiali d’archivio 
puo essere letta - come l’intera strut- 
tura ricorsiva, ellittica e non lineare del 
film -, come un tentativo di contrasta- 
re, come gia in Ileto, i modelli teleolo- 
gici ed evoluzionistici di Storia (e sto¬ 
rie) di derivazione occidentale con un 
paradigma specificamente filippino, 
basato su una concezione piu ciclica 
del tempo. 

In termini di estetica, Diaz, come 
Hou, costruisce il suo film principal- 
mente in piani sequenza, sovente a ca¬ 
mera fissa. Sebbene questa scelta sem- 
bri riflettere una medesima preoccu- 
pazione, ossia il dare piu tempo e spa- 
zio alle dinamiche dell’interazione 
umana, vale la pena notare come stili 
convergenti rimandino anche a speci- 
ficita culturali. Mentre i tableaux vi- 
vants composti minuziosamente da 
Hou Hsiao-hsien sono in gran parte 


interni che presentano una costruzio¬ 
ne dello spazio che include ostacoli vi- 
sivi e articola la profondita di campo, 
rispecchiando quindi la configurazio- 
ne degli spazi all’interno delle abita- 
zioni di stile cinese o giapponese a 
Taiwan, le composizioni di Diaz sono 
in gran parte en plein air, esterni che 
ritraggono la comunione tra i perso¬ 
naggi contadini o minatori e il paesag- 
gio in cui vivono, sottolineando la rela- 
zione con una natura da cui traggono 
sussistenza e in cui la loro cultura 
prende forma. 

Tramite tali scelte narrative e di mon- 
taggio, Diaz s’awicina dunque il piu 
possibile ad un cinema di finzione che 
scrive una “Storia dal basso”. Cio natu- 
ralmente rappresenta un rifiuto e sov- 
versione dei modi cinematografici do- 
minanti, e delle pratiche di narrazione 
della Storia in genere. Sebbene si pos- 
sa pensare legittimamente ad una so- 
miglianza tra il progetto concettuale e 
formale di Evolution of a Filipino Fa¬ 
mily e della Trilogia di Taiwan di Hou 
Hsiao-hsien, bisogna anche riconosce- 
re che il film di Diaz presenta nume- 
rosi elementi di singolarita, che spesso 
trasfigurano nel linguaggio del cinema 
lo specifico culturale e storico delle Fi¬ 
lippine. 

C e una sequenza di Evolution of a Fi¬ 
lipino Family dove sembrano conver- 
gere e fondersi proprio tutte le que- 
stioni sollevate dal film rispetto alia 
presentazione della Storia nel cinema, 
dando vita ad un’impressionante verti- 
gine di sublime estetico e complessita 
concettuale: la morte di Kadyo, che si 
articola in una serie di lunghi piani se¬ 
quenza, successivi al momento in cui 
viene pugnalato e che assommano al- 
Fimpressionante durata di circa trenta 
minuti. 

L’uccisione di Kadyo segue la sua deci- 
sione di abbandonare il complotto che 
mirava all’assassinio del regista Lino 


Brocka; una risoluzione maturata do- 
po aver ascoltato i discorsi di Brocka 
registrati in una videocassetta fornita- 
gli dai mandanti delTomicidio. Si trat- 
ta di un momento d’innegabile impor- 
tanza all’interno del film: a questo 
punto, infatti, Kadyo acquisisce una 
coscienza del sistema politico e sociale 
in cui vive che nessun altro personag- 
gio del film ha mai esperito prima. Il 
fatto che sia Lino Brocka, a lungo ina- 
scoltata coscienza critica del paese e 
delatore internazionale dei crimini del 
regime di Marcos, a provocare in 
Kadyo questo risveglio rappresenta 
chiaramente un tributo rispettoso e 
sincere da parte di Diaz verso un ci- 
neasta il cui stile cinematografico non 
rappresenta certo per lui un modello, 
ma la cui devozione verso il suo paese 
e la sua gente impartisce una lezione 
ammirevole e un’alta ispirazione. 

Paolo Bertolin 


Note 

Il presente saggio e la versione rivista e 
tradotta di un testo gia pubblicato sul- 
la rivista slovena Ekran. 

1. Quezon City, Metro Manila, Ateneo de Mani¬ 
la University Press, 1979. 











SOTTO ANALISI: LAV DIAZ 


Le ceneri del mito 

Heremias (Lav Diaz, 2006) 

Lav Diaz non ha mai letto la Bibbia. 
O almeno cosi dice. Si, qualche ridu- 
zione a fumetti intitolata Gesu, San 
Paolo, La Genesi etc., o qualcosa su ri- 
viste cattobche, o da qualche altra fon- 
te, di cui certo le cattolicissime Filippi- 
ne non sono avare 1 . Sa del profeta Ge- 
remia, ma il nome l’ha scelto per una 
semplice assonanza, perche ci stava be¬ 
ne, tutto qui. 

Certo non mancano i richiami biblici 
in Heremias - valga per tutti il voto fi¬ 
nale del protagonista (omonimo) di 
digiunare per quaranta giorni per sal- 
vare una ragazza in pericolo. Oppure il 
fatto stesso che queste quasi nove ore 
di film siano denominate “primo li- 
bro" , a cui seguira fra non molto un 
Heremias - Book Two. Eppure, e piut- 
tosto al Mito 2 che bisogna guardare 
per awicinarci a una grandissima ope¬ 
ra che sa addensare su di se quella 
complessita massiccia che solo le storie 
meritoriamente e miracolosamente 
semplici sanno trovare. 

Che il Mito, al di la del groviglio im- 
mane che ne si e detto e scritto a pro- 
posito, sia racconto sull’origine, e in 
modi variabili un’elaborazione del di- 
stacco da essa, non ci piove. E in Here¬ 
mias, senza dubbio, questo distacco ha 
un posto molto importante. Per la pri- 
ma ora e mezza di film, la macchina da 
presa non si muove mai. Illustra con 
un susseguirsi di piani fissi, meravi- 
gliosamente scolpiti nel bianco-e-ne- 
ro, la vita di una carovana di venditori 
ambulanti lungo le strade delle Filip- 
pine rurali, con i loro carri trainati len- 
tamente da mucche. Momenti di sosta 
(in genere davanti ai falo) e momenti 
di viaggio, stasi e movimento compre- 
si grazie alia loro alternanza in un 
equilibrio omeostatico perfetto (certo 
non idilliaco: si tratta naturalmente di 
una vita molto dura). Per questo, mai 
viene mostrato il carro che si ferma, o 
che riparte. Mai, tranne appunto una 
volta sola, che e, assai significativa- 
mente, quando un fuoristrada si ferma 
e acquista qualcosa dalla carovana. Co¬ 
me in ogni sistema propriamente det¬ 
to 3 , lo squilibrio c’e solo per essere rias- 
sorbito in un equilibrio superiore; qui, 
il momento che fuoriesce dalla “car- 
reggiata”e il momento che spiega e so- 
stiene tutto l’insieme, owero il mo¬ 
mento decisivo dell’acquisto (l’unico 
che vediamo in questa prima parte), 
cardine dell’intera attivita ed esistenza 
della comitiva. A conferma di questo, e 
qui che notiamo anche l’unico raccor- 
do di movimento di tutta la sezione. 
Fatto sta che, in questo equilibrio 
omeostatico, un soggetto viene lenta- 
mente individuato. E Heremias. Uno 


degli uomini della carovana, quando 
tutti hanno finito di lavare le bestie, ri- 
mane li ancora un po’. In un’inquadra- 
tura successiva, lo vediamo camminare 
da solo. Poi seduto, pensieroso, in un 
angolo di un altro quadro piu avanti. 
Sulle prime, non riconosciamo chiara- 
mente che e lui quel Heremias di cui 
ogni tanto gli ambulanti parlano riuni- 
ti intorno ai falo. Il trauma pero si pro¬ 
duce quando la macchina da presa si 
muove per la prima volta. Una breve e 
lenta panoramica verso sinistra intro¬ 
duce il colloquio fatale in cui Here¬ 
mias informa il vecchio della comitiva 
che ha intenzione di andarsene, lungo 
la strada anchessa scoperta dalla breve 
panoramica, per mettersi in proprio. 
Un soggetto viene dunque individua¬ 
to. Non a caso, dopo questo pianose- 
quenza decisivo, e dopo alcuni minuti 
sulla disorientata e “orfana” comitiva in 
campo lunghissimo dall’alto, subito ce 
una soggettiva di Heremias dal pro¬ 
prio carro. Muove la testa a destra, a 
sinistra: e una delle lunghe soggettive 
in movimento presenti qua e la in tut¬ 
ti gli ultimi film di Lav Diaz, cruciale 
deviazione strutturale di essi, anche se 
con usi e funzioni diversi, in ognuna 
delle sue occorrenze. Ora il punto di 
vista, e il suo, laddove con ogni eviden- 
za la prima ora e mezza era stata gira- 
ta dal punto di vista della strada stessa. 
Un soggetto viene dunque individua¬ 
to. E infatti da qui in poi ci saranno al- 
tre soggettive, brevi accenni di movi¬ 
mento di macchina o di panoramica, 
sparuti raccordi qua e la a interrompe- 
re la sequela di lunghi piani fissi. Ora 
il carro di Heremias si vede spesso, a 
differenza di quanto accadeva per la 
comitiva, fermarsi e/o ripartire - una 
volta in un angosciante campo lungo 
in cui Heremias si ferma nel mezzo di 
una bufera per rimuovere dei rami ac- 
catastati lungo il cammino e riparte. 
Eden o meno, da la si e caduti. Per 
Heremias comincia una lunga serie di 
disawenture. Si ripara in una casa ab- 
bandonata per la notte durante la tem- 
pesta, e la mucca gli viene uccisa e il 
carro bruciato. Le indagini si arenano 
per la corruzione dei pohziotti, cosi lui 
torna dalla carovana, ma solo per poco, 
perche piu forte e il desiderio di ven- 
dicarsi. Toma sul luogo del fattaccio e 
vi si nasconde, in attesa che il colpevo- 
le ritorni sul luogo del crimine come si 
dice in genere accada. Li, una notte 
scopre quattro giovani balordi drogar- 
si, ubriacarsi e sfasciare tutto, proget- 
tando l’omicidio dell’innocente Hele¬ 
na, rea di aver rifiutato uno di loro. 
Heremias provera, senza successo, a 
farsi ascoltare in tempo dalle autorita 
locali per impedire la tragedia prevista. 
Come in tutti gli ultimi film di Lav 
Diaz, dalla diaspora melodrammatica 
dei singoli membri familiari di Evou- 


tion of a Filipino Family (2004) alle di¬ 
verse resistenze (brutalmente sintetiz- 
zabili come “armata”, “quotidiana” e “di 
transfert esorcistico”) in Melancholia 
(2008) passando per l’ibrido di fiction, 
reportage e flashback lirici di Heath in 
the Land of Encantos (2007), i molte- 
plici blocchi che costituiscono il film si 
aggrumano grazie a una sorta di lega- 
me negativo. Qui, il racconto e fatto 
(dopo la “caduta”iniziale) di anelli che, 
non potendosi chiudere, passano dal- 
l’uno all’altro, in caduta libera. Here¬ 
mias, impotente davanti a un misfatto, 
tenta di “aggiustarne” un altro - ma 
anche questo rimane incompiuto, e co¬ 
si via. 

La sequela di tragedie cui va incontro 
Heremias non lascia dubbi: l’indivi- 
duazione soggettiva in questione e sta¬ 
ta funesta. Per questo il punto piu bas¬ 
so della degradazione incontrata da 
Heremias, owero il mini-rave improv- 
visato dai quattro giovani vandali, vie¬ 
ne osservato, per piu di un’ora ininter- 
rottamente, con una soggettiva di He¬ 
remias, acquattato in mezzo all’erba 
appena fuori dalla casa. Ma, piu in ge- 
nerale, do che e piu importante a pro- 
posito di questa individuazione e che 
essa richiama con ogni evidenza la na- 
scita del capitalismo. L’individuo viene 
circoscritto come soggetto economico 
d’elezione. Abbandona l’equilibrio (re¬ 
lative) delle forme di produzione pre¬ 
cedent, e si mette in proprio. 

E qui che diventa decisivo il mito. E 
quasi un’owieta ricordare la portata di 
“sradicamento”connaturata al capitali¬ 
smo, diretta conseguenza delle sue vel- 
leita di trasparenza economica, rispet- 
to al quale tutti gli altri settori entrano 
in subordine. In questo senso, il capi¬ 
talismo e, come noto, inevitabilmente 
anche un tentativo di Uquidazione del 
mito. Il solito e arcinoto problema, e 
che anche questa stessa liquidazione e 
un mito; la recente crisi finanziaria, e 


la reazione degli stati ad essa, non ne e 
che la piu spettacolare delle riprove. 
Heremias, che restituisce al capitalismo 
precisamente la sua forma mitica, ne 
risente, eccome: tant’e che spinge il 
cortocircuito fino a insistere con abba- 
cinante chiarezza che il mito-capitali- 
smo, lungi dallo stabilizzare in qualche 
maniera (come fanno i miti) l’interdi- 
pendenza natura-cultura, getta l’uomo 
inerme e nudo in preda alia natura. 

Di giustizia, nel microcosmo attraver- 
sato dal protagonista, non ce traccia; 
solo furti, corruzione e menefreghi- 
smo. Tutti contro tutti, e quel poco di 
comunitario che rimane assomiglia ir- 
rimediabilmente alia mafia. Quanto 
alia natura, la catastrofe vociferata nel- 
la prima ora e mezza (“dicono che 
verra un tifone...”) si abbatte, con la 
sua pioggia e il suo vento quanto mai 
tremendi e impietosi, su di Heremias. 
Oltre all’insistenza sull’asprezza delle 
intemperie, Heremias e spesso inqua- 
drato come sommerso in una natura 
tanto rigogliosa quanto di gran lunga 
eccedente le forze dell’uomo, non fos- 
s’altro che per dimensioni. Non solo le 
lunghe, e di grande ampiezza spaziale, 
inquadrature che lui (come la carovana 
prima di lui) attraversa in continuita 
da parte a parte, ma anche le molte in¬ 
quadrature nella foresta - soprattutto 
il pestaggio da parte del poliziotto, e la 
sua preghiera disperata poco dopo, in 
cui la maggior parte dell’enorme carica 
di pathos che la scena sprigiona e do- 
vuta proprio all’isolamento indifferen- 
te in cui l’episodio e confmato nel qua¬ 
dro, molto dietro a un fitto fogliame. 
Per questo, non e solo il mito ad esse¬ 
re stritolato nella contraddizione che 
lo vuole, a un tempo, ancora attivo e 
gia dissolto - ma le coordinate stesse 
della pura e semplice narrazione, asso- 
lutamente indispensabili, cedono vi- 
stosamente il passo alia contemplazio- 
ne pur senza mai dissolversi dawero. 



Heremias 


35 





















































































SOTTO ANALISI. LAV DIAZ 


36 Si racconta sempre qualcosa, solo che 
l’accento non sta li ma e sul tragitto, su 
come da A si arriva a B. Una forma 
contemplativa ma tutt’altro che pacifi- 
cata: e lo spazio come lotta perpetua, 
l’urlo sordo che riecheggia dal rumore 
di fondo, il “bordone” inarrestabile del 
quotidiano. E la scissione primigenia, 
quella che ci oppone alia pura e sem- 
plice estensione delle cose in cui siamo 
presi. Quella si, invincibile; e condivi- 
dere la prospettiva su di essa che e di 
Heremias, condividerne il passo e il re- 
spiro, riacciuffa l’identificazione e il 
senso di umanita infinitamente di piu 
che mille trucchetti di sceneggiatura. 
E questo “tempo reale”, o cosi almeno 
se ne ha tutta l’impressione, il segreto 
miracoloso di una prossimita cosi fisi- 
ca con un universo che pure ci viene 
dato da guardare con una distanza co¬ 
si olimpica, nello splendore quieto dei 
campi lunghi (in ogni senso) in bianco 
e nero.Tra i pochi a toccare ancora l’u- 
niversale prendendo spunto da situa- 
zioni ultraspecifiche (un episodio par- 
ticolare della storia filippina, un uomo 
ordinario dallo spessore archetipico 
come Heremias...), Lav Diaz ci riesce 
perche sente bene che l’unico vero uni¬ 
versale e il Tempo e la lotta impari, e 
destinata alia sconfitta, contro di esso, 
come contro la decadenza “cosmica” 
contro cui invano si batte Heremias 
con la sua caparbia disperazione. La 
dimensione epica viene cosi raggiunta 
dalla semplice estensione spaziale e 
temporale, lasciata dipanare nella sua 
interezza, di qualunque ordinaria azio- 
ne o movimento, senza bisogno di 
gonfiare alcunche (e in questo merita 
menzione la contenutissima- recitazio- 
ne di Ronnie Lazaro, prima dell’esplo- 
sione lirica finale), senza accelerare o 
rallentare, ma solo aderendo alFesau- 
stivita del percorso. O semmai in virtu 
del semplice incorniciarsi in una com- 
posizione visiva spesso mozzafiato, at- 
tentissima a come l’uomo e inserito 
nell’ambiente, segnale immediato e 
struggente del tragico. Una cornice 
che non e estetizzante, ma piuttosto 
congelamento estetico di una scissio¬ 
ne, quella tra l’uomo e il mondo, che 
neppure l’estetica pud redimere, tutt’al 
piu esporre in forma disattivata, oriz- 
zontale, come momentaneo sollievo e 
speranza. Perche, alia fine, fallito an- 
che il tentativo di mobilitarsi in favore 
di Helena, Heremias torna a cammi- 
nare, da solo, dentro altri paesaggi in- 
contaminati, verso altri tentativi di re- 
sistere all’irreparabile. 


Marco Grosoli 


Note 

1. Queste dichiarazioni vengono tutte dalTinter- 
vista in http://www.e-kino.si/2007/no-l/pre- 
boji/dialogue-in-progress. 

2. Anche perche la religione non ci fa una gran 
figura in questo film: l’unico prete che c’e e di 
inossidabile ignavia. 

3. Cfr. Raymond Bellour, L'analisi delfilm, Tori¬ 
no, Kaplan, 2005. 


I morti non risorgono. Malinco- 
nia del cinema 

Death in the Land of Encantos ( Ka- 
gadanan sa banwaan ning mga En- 
gkanto, Lav Diaz, 2007) 

In November 30, 2006, super 
typhoon Reming (international 
name: Durian), struck the Philip¬ 
pines killing hundreds of people 
and burying villages around the 
Mayon volcano area in the Bicol 
region. Nine hours of relentless 
heavy rain and wind caused har¬ 
rowing deaths and destruction. 
Volcanic debris, boulders, sand 
and mudflows covered the once 
verdant and serene place. The si¬ 
ght of the aftermath was apo¬ 
calyptic. The typhoon was the 
strongest to hit the Philippines in 
living memory 1 . 

After reading a Philippine Daily 
Inquirer story about the aftermath 
of Reming (Durian is the interna¬ 
tional name), the strongest 
typhoon that ever hit the country 
in living memory, I decided to 
shoot some footage, not intently a 
full blown documentary; just re¬ 
cord images of the tragedy, inter¬ 
view people, survivors, and give it 
to an NGO, the UN mission here, 
or any agency, foundation or insti¬ 
tution that needed some footage 2 . 

Un paesaggio scuro, senza colori, in cui 
si scorge, nelTimpossibile dissecca- 
mento della terra, il grondante peso 
degli inutili giorni passati dalla furia 
delle acque. Migliaia di corpi sono se- 
polti sotto la terra. Enorme e la loro 
presenza. Piove. Alberi secchi, alte pal- 
me defogliate, sassi che sorgono dalla 
terra smossa. Sono le rovine di una fo- 
resta, forse di un villaggio. Sfacelo, 
scempio, impeto, violenza, furia, stra- 
ge, morte hanno preso il posto di tut- 
to. L’acqua ha spazzato via ogni cosa. 
Due lunghe inquadrature, fisse. Poi la 
soggettiva di un uomo, che si incam- 
mina nel terreno devastate, timoroso. 
Stacco. Interno di una baracca. Una 
giovane donna e sdraiata nuda su di un 
canape, il corpo ha la postura del dis- 
seppellimento. Armonia lacerata: una 
gamba e stesa, mentre l’altra disegna 
un angolo di poco superiore ai novan- 
ta gradi, ed ha il piede puntato, rigido. 

II corpo sembra uscito dalla terra, poi 
ripulito e sdraiato per l’identificazione, 
a fianco una tenda in plastica. La vi¬ 
deocamera si muove per scivolare sul 
suo corpo, silenziosa, ad inquadrarne il 
viso, e sembra mossa da un operatore 
arrivato per stabilire l’identita del ca- 
davere. Ma questo movimento, in po¬ 
chi secondi, ci trascina da un obitorio 


ad una camera da letto. La ragazza 
dorme, la sua pelle respira, ma una 
gamba e innaturalmente sollevata, il 
braccio destro con la mano vanno a 
coprire lo stomaco, il viso e girato co¬ 
me in un bambino dormiente, e la po¬ 
stura rivela come il corpo sia netta- 
mente diviso in due. Una parte e anco¬ 
ra dentro la catastrofe, la rovina, l’altro 
la sta sognando. Perche l’ombra inna- 
turale della gamba semialzata traccia il 
segno ed il solco della postura natura- 
le, come se il corpo fosse vivo. Appun- 
to. Persuasione della vita. Poi l’inqua- 
dratura taglia il corpo in una terza par¬ 
te, trasversalmente. Rimane il viso, il 
braccio, un seno. La mano e aperta sul 
cuscino, il dorso arricciato. Una voce: 
“Sei bellissima”. Qualcuno e tomato 
dopo tanto tempo per riavere quel cor¬ 
po, possederlo ancora, ma l’evidenza 
della postura parla alTuomo della tra- 
gedia del fuori, del territorio devastate, 
della catastrofe. Il fatto e che quel cor¬ 
po diventa anche specchio: l’uomo ca- 
pisce in cosa la lontananza e l’abban- 
dono hanno trasformato la carica del 
suo eras, ora tutt’uno col demone ma- 
linconico. La donna sdraiata, muta, 
sembra dire: posso essere posseduta a 
patto di essere perduta per sempre. La 
camera si sposta ancora, cercando 
un’inquadratura all’opposto del Cristo 
morto del Mantegna, o della foto del 
deposto Che Guevara ai giornalisti, 
quindi dalla testa ai piedi, e il corpo ri¬ 
vela nella posa ora piu schiacciata tut- 
to il suo classicismo: bianco, perfetto, 
pulito, plastico, impenetrabile, bachti- 
nianamente un’individualita chiusa 
immescolabile con gli altri corpi e col 
mondo. “Da dove proviene la tua bel- 
lezza? Qual e 1’origine della tua arren- 
devolezza mentre ti ritraevo?”. Un gal- 
lo canta. Un uomo, forse lo stesso, si 
aggira per le terre devastate, ora la ca¬ 
mera e sul cavalletto e lo riprende da 
lontano. Dopo una lunga inquadratu- 
ra, l’uomo finisce per sedersi di fronte 
ad una baracca ancora in piedi. Qui 
abbassa la testa, pesantemente, quasi la 
fa cadere, poi piange, per minuti, in fi¬ 
gura intera, di tre quarti. Prima tiene le 
mani strette fra le gambe, poi appog- 
gia la testa alia mano, richiamando la 
famosa posa dureriana. Disperato, sci- 
vola a terra. Una donna, in un territo¬ 
rio che sembra incontaminato, avanza 
faccia a faccia con Fobiettivo, ci guarda. 
Stacco. C’e un uomo di fronte ad un 
grande albero che racconta la strage, 
l’onda, i famigliari dispersi, l’impossi- 
bilita di ritrovare il corpo del fratello 
che potrebbe essere ovunque. Davanti 
a lui una piccola troupe lo sta intervi- 
stando, un uomo ed una donna fanno 
diverse domande, fuori campo. 

When I got there, it was hell. The 

smell of death was everywhere. All 


SOTTO ANALISI: LAV DIAZ 


you could see was utter disarray, 
devastation, destruction, insanity, 
pain, sadness, unbearable suffe¬ 
ring. Village's were gone, hundreds 
of people were buried alive, hun¬ 
dreds were missing. Pompeidom, 
worse than Mayon’s 1814 onslau¬ 
ght. It became a point and shoot 
exercise because everything was a 
part of the tragedy; it was just 
everywhere. You shoot in silence, 
trying to make sense out of the de¬ 
vastation. By then, a documentary 
was taking shape and initially, the¬ 
re was a subconscious thread that I 
was following, visiting the places 
where I shot the two films, and vi¬ 
siting friends. I was like... this was 
where we shot this scene, and we 
put the camera here. Now, the 
trees are gone, the road is now a ri¬ 
ver. The lead actor walked here, we 
followed him. The road is gone, it 
is now covered with sand and hu¬ 
ge rocks, unbelievably huge rocks, 
some are bigger than nipa-huts 
[small homes constructed out of 
bamboo], and you wonder how the 
typhoon was able to carry them 
down. Many dramatic scenes hap¬ 
pened in this house, now half of 
the house is gone; the owner says 
they almost drowned. I am reenac¬ 
ting the camera movement, imagi¬ 
ning the characters are still there, 
and I am doing a take two or three 
of a certain scene. It was a very de¬ 
pressing exercise. I was thinking of 
doing juxtapositions - scenes from 
the two films and the remnant of 
the calamity in the locations whe¬ 
re we shot them and of course, the 
whole tragedy as expressed by 
people we interviewed and those 
who got involved in the two pro¬ 
ductions. This became the initial 
mise en scene of the work, a 
shoot-edit exercise that’s taking 
place in my head. [...] Back to 
Manila after a week of shoot, I 
watched the footage. It was har¬ 
rowing. I couldn’t sleep. 

La descrizione minuziosa dei primi 
venti minuti di Death in the Land of 
Encantos, confrontata con i ricordi, 
drammatici, delle lavorazione del film, 
riescono appena a rendere l’idea del 
magnifico incedere delle inquadrature, 
della straordinaria complessita e net- 
tezza di un cinema in cui gli elementi 
politici ed estetici (percettivi), lavora- 
no all’unisono per una regia che, gia 
dalle poche inquadrature dell’incipit, 
riesce a scavare negli elementi piu pro¬ 
blematic! e densi: le rovine (il paesag- 
gio, la terra), l’eros (la pelle e la donna), 
l’attesa (della rivoluzione, di un cam- 
biamento che non arriva), il ritorno. 
Lav Diaz affronta la tragedia filippina 


mettendosi lui stesso in una condizio- 
ne di soprawissuto, e costruendo il 
film come un awicinamento continuo 
ai suoi personaggi, fino a potersi 
confondere con Hamin, uno dei prota- 
gonisti. Finzione e realta si congiungo- 
no in un paesaggio devastato, dove al- 
le spalle delle rovine stanno altre rovi¬ 
ne (le case, le foreste, gli animi), diven- 
tando l’elemento portante del film, in- 
sieme alle ossessioni di Diaz: il genio 
(quindi l’artista, il poeta, il corpo ma- 
linconico dello studioso, del letterato), 
il furore (delle acque, della natura, del 
suono), la nostalgia (del ritorno e del- 
l’impossibile ricongiungimento, og- 
getto del desiderio celato). Tutti questi 
elementi formano una costellazione di 
esperienze distinte di privazione e la- 
cerazione con, sullo sfondo, la tragedia 
della separazione fra uomo e natura. 
Diaz sceglie di rendersi, insieme ai 
suoi personaggi, portatore di tutto il 
dramma del popolo filippino. Ognuno 
e testimone, ad ognuno tocca l’essere 
portatore del demone malinconico ed 
eseguire, uno dopo l’altro, una serie di 
azioni per accedere ad un rito di puri- 
ficazione, di liberazione, di supera- 
mento del dolore attraverso il dolore, 
tema poi centrale e portante di tutto 
Melancholia. 

A due settimane dalla devastazione 
che ha colpito le Rlippine, quando 
Diaz inzia a girare le prime inquadra¬ 
ture di quello che non diventera un 
documentario sul maremoto, ha l’in- 
tuizione di lavorare per stratificazioni 
emotive piu che sulla registrazione dei 
dati. Immette cosi un’altra tragedia in- 
cancellabile per il popolo filippino, uti- 
lizzando prima sullo sfondo, poi sem- 
pre piu vicino ai protagonist!, la pre- 
senza del vulcano Mayon (che nel 
1814, durante l’era di dominazione 
spagnola, erutto distruggendo tutto 
per chilomentri). E proprio quell’even- 
to di quasi 200 anni prima a fungere 
da anello di congiunzione fra diverse 
generazioni, che si sono passate, attra¬ 
verso i racconti, le poesie, la letteratu- 
ra, le sculture, moltissime storie sull’e- 
norme vulcano, la cui presenza turba 
ed affascina anche il gruppo di giovani 
artisti ed amici a cui Diaz da vita in 
Encantos (quasi come la Saint-Victoire 
di Cezanne). Il vulcano, infatti, rap- 
presenta la presenza incombente e mi- 
nacciosa della natura, che trascende 
l’antica tragedia fino ad elevarlo a mo- 
numento estatico-malinconico di pro- 
porzioni enormi. 

Adding fiction became an impera¬ 
tive as I wanted greater discourse; 
the enigma of the majestic and 
imposing Mayon volcano, which 
was one of the major actors in En¬ 
cantos by the way, offers a great 


metaphor for beauty, nostalgia, lo¬ 
ve of country, corruption, power, 
humility, death, destruction, re¬ 
demption, truth, the thesis of suf¬ 
fering and pain as the greater 
truths of existence. The decision to 
include fiction is an aesthetic deci¬ 
sion. And [it is] very personal, too. 
Even though I believe that a strai¬ 
ght documentary would be very, 
very strong, my dread of doing it 
goes back to the documentary on 
street children and the still unfini¬ 
shed Sarungbanggi ni Alice (Ni¬ 
ght of Alice). Again, I felt like I 
was an intruder, a trespasser - an 
opportunist capitalizing on other 
peoples’ miseries. I didn’t want to 
go through that guilt trip again. 
Also, I wanted to experiment on 
form and have better control in 
the direction of its content. I wan¬ 
ted to balance it. Doing fiction 
puts you on so many levels - an 
observer, a critic, a philosopher, an 
empathic creator, a participant, the 
suffering poet, the man who loses 
everything. You are creating cha¬ 
racters and their stories. Adding 
fiction somehow pushed my ca¬ 
mera’s perspective in a different 
position. Shooting the documen¬ 
tary parts was like going to the 
battle zone. This was reality. No ifs 
and buts. You could be selective 
with your shots, with people 
whom you will speak with, but this 
was reality. You see things but then 
you wouldn’t know what’s going to 
hit you. The experience of immer¬ 
sion, or the pain of immersion, has 
the characteristic of the unknown. 
You have no control over it. At ti¬ 
mes it was so immediate and we 
could not control it. We’d be wee¬ 


ping in an instant. With fiction, 
there was some control. You write 
the treatment, the dialogue, have 
discourse with the actors, do 
rehearsals, chose the angles. You 
prepare. But during dramatiza¬ 
tions, especially when the actors 
are truly immersed, then it would 
be a totally different dynamic. Just 
the same, you’d be weeping in an 
instant if a scene hits you. Also, 
with fiction you destroy all the cu¬ 
shions of the man with an irre¬ 
sponsible camera that records, 
turns his back, goes home, edits 
the scoop and waits for the next 
calamity, for the next scoop, who 
treats recording miseries as just a 
job, because you are actively enga¬ 
ging with it 3 . 

L’altro elemento fondamentale del la- 
voro di Diaz ci sembra quello sul bian¬ 
co e nero. La scelta e stata di togliere il 
colore alia sua terra. Dar colore in lati¬ 
no significa anche mascherare, “to co¬ 
lour” e nell’inglese, abbellire, ornare, 
ma anche travisare. Diaz si allontana 
dalla seduzione del colore, dal suo es- 
sere supplemento alia verita, appunto 
per non negare la morte pur non mo- 
strandola mai, correndo il rischio di 
fornire un’impressione di reportage fo- 
tografico di guerra. In questo senso ri- 
cordiamo un’osservazione di Barthes 
da La camera chiara in cui il grande cri- 
tico riporta l’idea che il colore sia 
“un’intonacatura apposta successiva- 
mente alia verita originaria del Bianco 
e Nero. Il Colore e per me un belletto, 
un make-up come quello fatto ai cada- 
veri” 4 . 

Dove la televisione, in quei giorni, ci 
ha mostrato i colori dei corpi nelle fos¬ 
se comuni, l’onda che spazza le case, 



37 









SOTTO ANALISI. LAV DIAZ 


38 


poi insistentemente i cadaveri gonfi e 
riversi in strane posizioni, uscenti dal 
fango come manichini poi gettati, rac- 
colti da uomini in bianco su camion, 
bruciati in falo, coperti di calce bianca, 
Diaz sceglie la strada esattamente op- 
posta. Come in un aforisma di von 
Hofmannsthal (di cui non ricordo la 
provenienza, ma che importa): di 
fronte alia catastrofe la profondita va 
nascosta. Dove? Alla superficie. Na- 
scosta “alia” superficie, non “nella” su¬ 
perficie. Come i corpi, i cadaveri spor- 
genti che non sono stati mostrati da 
Diaz pur essendo ben presenti, nel lo¬ 
ro orrore, nelle 30 ore di girato per il 
film . 

Insieme a Jacques Rivette, Lav Diaz e, 
oggi, il grande cineasta della malinco- 
nia. Ma non e solo l’ultimo Melancho¬ 
lia (2008,450 minuti, miglior film del¬ 
la sezione Orizzonti a Venezia 2008), 
a dimostrarcelo. I due film sono legati 
in maniera impressionante, ed & neces- 
sario ricorrere all’ultimo capitolo di 
quella che potremmo defmire una 
grande saga sulla vita sociale e politica 
filippina degli ultimi cinquant’anni, 
perche, a distanza di un anno dalla vi- 
sione di Death in the Land of Encantos 
(540 minuti, presentato a Venezia 
Orizzonti nel 2007, dove ottiene la 
menzione speciale), ci rendiamo conto 
come sia proprio Melancholia a diven- 
tare il film rivelatore, la chiave di volta 
di tutto il cinema di Diaz, dopo gli 
enormi Evolution of a Filipino Family 
(2004,11 anni in 643 minuti), e Here- 
mias (2006,540 minuti). 

Per il panorama cinematografico 
odierno, dobbiamo considerare il cine¬ 
ma di Lav Diaz come un autentico 
miracolo. I suoi film sono riusciti, gra- 
zie ad un fortissimo passaparola e a di- 
versi premi (ma soprattutto attraverso 
internet ed i festival), ad essere visti, 


discussi, amati. Sono film poveri, gira- 
ti con supporti e macchine amatoriali, 
praticamente senza troupe e supporti 
logistici. Le sue interviste, le sue di- 
chiarazioni, la sua storia (Diaz e musi- 
cista, scrittore, poeta), stanno contri- 
buendo notevolmente alia conoscenza 
dell’intricato mondo filippino del post 
dittatura di Marcos, del ruolo degli in- 
tellettuali, degli studenti, dei gruppi di 
opposizione al regime e dei soprawis- 
suti alia contestazione. Ma la cosa che 
piu sorprende e che, in barba a qual- 
siasi pratica mercantile del cinema, e 
nella durata che Diaz trova la sua ra- 
gione, la quadratura del cerchio, e lo fa 
in maniera naturale, semplice, diretta. 
La caparbieta e la forza con cui conti- 
nua a proporre progetti all’apparenza 
cosi titanici, ha dell’incredibile. 

E il cinema, ancora una volta, a chie- 
derci coraggio, pazienza, a porsi come 
uno degli ultimi appigli per chi, anco¬ 
ra, ha “fame di sconosciuto”. Encantos , 
come tutte le opere lunghe di Diaz, e 
un film decisivo per il nostro tempo. 
Un film che, attaccando e rilanciando 
insieme l’importanza della visione in 
sala, apre un nuovo capitolo della per- 
cezione visiva diventando, per lo spet- 
tatore, puro spazio. 

Giulio Bursi 

Note 

1. Lav Diaz, Our Death, In Memoriam , 
http://www.e-kino.si/2008/no-2-/blazinice/ 
our-death. 

2. The Agony and the Ecstasy: Fragments of discus¬ 
sions with Lav Diaz on Death in the Land of En¬ 
cantos, July 2007, 

http://alexistioseco.wordpress.eom/2008/03/10/c 

inema-du-reel-3-interview-with-lav-diaz. 

3. Ibidem . 

4. Roland Barthes, La camera chiara. Nota sullafo- 
tografia , Torino, Einaudi, 1998, p. 82. 



Death in the Land of Encantos 


Dopo la Rivoluzione 

Melancholia (Lav Diaz, 2008) 

Nel mio paese c'e una vera epropria cul- 
tura del negate. 
E nata quando migliaia difilippini so¬ 
no morti per dire la loro. 
Ma i miei connazionali devono capire 
che il paese e fermo 
e che solo una rivoluzione 
pub mettere a posto le cose a questo punto 
Lav Diaz 1 


La vera gioia 

Melancholia e un film gioioso, capace di 
esprimere il piu profondo amore per la 
vita, gli esseri umani e la Natura. Che 
questa affermazione incondizionata 
del mondo e del suo legame con l’uo- 
mo sia condotta attraverso una dispe- 
rata rappresentazione del dolore dell’e- 
sistenza e della perdita interminabile 
in cui essa consis'te, non puo stupire: 
“molti cercarono invano di dire gioio- 
samente il piu gioioso; qui, finalmente, 
nel lutto esso si esprime” (Holderlin) 2 . 
Proprio grazie alTatteggiamento ma- 
linconico prende forma il carattere fi- 
losofico-poetico del film di Diaz: co¬ 
me scrisse Giorgio Agamben, esso fu 
gia il modello di conoscenza che la cri- 
tica e l’ironia romantica opposero “al- 
l’appropriazione senza coscienza e alia 
coscienza senza godimento”, causa di 
infelicita, offrendo in cambio “il godi¬ 
mento di cio che non puo essere pos- 
seduto e il possesso di cio di cui non si 
puo godere” 3 . Se “ogni vero filosofare e 
sempre rivolto alia gioia” 4 , il modo piu 
saggio per condurlo verso quella meta 
e prendere atto che loggetto del nostro 
desiderio si pone al di la della possibi¬ 
lity di afferrarlo. 

Sinossi 

Julian, Alberta e Rina sono tre ex-atti- 
visti alle prese con il dramma della 
sconfitta della rivoluzione, con la mor- 
te dei propri compagni e cari, con il 
vuoto di un presente in cui non riesco- 
no piu a trovare il loro posto. Nono- 
stante condizioni economiche e socia- 
li invidiabili - Julian e un editore, Al¬ 
berta e direttrice didattica -, non sono 
in grado di superare il lutto della fine 
della speranza che li guidava. Julian 
escogita allora una “terapia” con la 
quale curare le ferite e rieducare se 
stesso e le proprie compagne alia sop- 
portazione della vita quotidiana: co- 
stringe ognuno di loro ad assumere le 
identita di qualcun altro, di individui 
ai limiti della societa (una suora, una 
prostituta, un magnaccia), per adde- 
strarsi ad accettare la dissoluzione del¬ 
la propria identita precedente e rein- 
ventarsi come soggetti “fluid!” in una 


societa non piu segnata dagli orizzon¬ 
ti forti del conflitto e dell’utopia. 
L’esperimento, pero, non funziona. Ri¬ 
na non riesce a sottrarsi al proprio do¬ 
lore, aggiungendovi invece anche quel- 
lo dei “personaggi” nei quali cerca di 
immedesimarsi: finira per uccidersi, 
suscitando una nuova consapevolezza 
in Alberta. Mentre Julian, scrittore e 
musicista, proseguira nel suo percorso 
di progressiva perdita di ogni identita 
e collegamento con la societa, fino a 
credere lui stesso ai suoi seguaci che lo 
adorano come un “dio”, Alberta riu- 
scira forse a superare la disperazione, 
accentandola come parte della vita e 
dedicandosi alia cura della giovane 
Hannah, orfana di uno dei suoi com¬ 
pagni rimasti uccisi durante la guerri- 
glia. Se il tentativo di Alberta di calar- 
si nei panni di una prostituta risulta 
velleitario e inefficace, Hannah giunge 
realmente a vendere il suo corpo come 
reazione alia sofferenza: solo la com- 
passione verso di lei spingera Alberta 
ad abbandonare, almeno in parte, il 
proprio isolamento. 

Questioni di stile 

Pur proponendo una narrazione forte 
- come abbiamo visto una storia c’e ed 
e ben riconoscibile (approfondiremo 
questo aspetto successivamente) - l’e- 
sperienza spettatoriale che Melancholia 
propone e tuttavia decisamente meno 
lineare di quanto la mia sinossi possa 
far sospettare. Coerentemente con il 
proprio stile ormai consolidato, Diaz 
realizza il film attraverso un uso im- 
placabile del piano sequenza e della 
camera fissa, un digitale povero, in 
bianco e nero, un rigoroso sonoro in 
presa diretta, e assembla questi lun- 
ghissimi frammenti semi-narrativi in 
un’opera dalla durata smisurata (sette 
ore e mezza). Laddove gli eventi po- 
trebbero essere presentati direttamen- 
te attraverso scene dialogate e vivaci in 
un tempo decisamente piu limitato, 
Diaz lascia che il filo del racconto si 
muova in modo ellittico, tra una in- 
quadratura e l’altra, e concentra la 
macchina da presa su scene di attesa, 
solitudine o silenzio. Il film impone 
cosi alio spettatore un ritmo e una per- 
cezione radicalmente altrv. non solo, e 
non tanto, rispetto al cinema tradizio- 
nale, quanto piuttosto nei confronti 
della stessa vita quotidiana contempo- 
ranea. La lentezza, il silenzio e l’im- 
mobilita delle sequenze di Melancholia 
mettono alia prova la capacita del pub- 
blico di vedere il mondo e di parteci- 
pare alle vicende dei personaggi senza 
potersi appoggiare ad un’identificazio- 
ne (apparentemente) immediata. 

Ma la particolarita e la forza del film e 
ancora un’altra: non assistiamo ad un 
lavoro cerebrale di dedrammatizzazio- 




§|iiie o di decostruzione narrativa; non 
\ sianto di fronte ad una volonta di con- 
■cettualizzazione o di sofisticazione di 
qilanto viene rappresentato; Melancho¬ 
lia ci mostra un mondo, dei personag- 
gi.una storia, e la durata cui ci espone 
ci permette di familiarizzare, e com- 
pafire, con le figure chc presenta senza 
rnai chiederci di leggere in essi dei 
simboli o l’attualizzazione di problemi 
ttlosofici. II tempo che Diaz ci conce¬ 
de per sottrarci al caos e all’accumula- 
zione di informazioni con cui ci aggre- 
discono Xaltro cinema e la nostra stes- 
sa esperienza quotidiana non viene oc- 
cupata da pensieri, ne da uno sfbrzo di 
interpretazione: le immagini ci procu- 
rano invece una sensazione di riposo, 
che e in prima istanza una sospirata 
pausa dai segni sovra-significanti di 
cui siamo oggetto in continuazione. 
Le inquadrature di Diaz non sono mai 
composizioni artificiose, intellettuali- 
stiche, quanto manifestazioni cristalli- 
ne dell’atto stesso del vedere. Se le co¬ 
se significano e rimandano a domande 
sull’esistenza e allora perche appaiono 
innanzitutto presenti, e alio stesso 
tempo assenti, davanti ai nostri occhi. 
II pensiero e la riflessione arrivano 
sempre dopo l’atto di percepire attra- 
verso la vista, non perche il mondo si 
dia naturalmente o ingenuamente nel- 
la sua “verita”, ma, al contrario, proprio 
perche lo sguardo del regista e talmen- 
te evidente ed insistito da sostituirsi al 
nostro, da permetterci di sospendere 
per la tutta durata del film il giudizio 
su cio che vediamo. In questo modo 
Fesperienza della melanconia si tra- 
sforma in una gioiosa, per quanto 
amara, esperienza cinematografica. 

Melancolia 

Diaz e molto diretto nell’enunciare lo 
stato emotivo (e metafisico) da cui ha 
tratto origine la sua “pellicola”: arriva- 
to a Sagada, l’isola dove si svolge tutta 
la prima parte del film, 

ho compreso che non c’era una vera 
cura per la malinconia. Questa e la 
verita, Sai, ho letto Freud e, nel bra- 
no che dedica al lutto, dice che la li¬ 
bido e la cura per la malinconia. 
Uno studio offre l’uso clinico del 
suono e del movimento come stru- 
menti psicologici per curarla. E, si, 
io ho provato tutto questo. La mia 
pratica del suonare la chitarra e fon- 
data proprio sulla creazione di pat¬ 
tern sonori e di semplice rumore, 
mentre immagino movimenti, e lo 
faccio per curare me stesso da que¬ 
sta tristezza che mi sta uccidendo. 
Certo, la medicina moderna ha in- 
ventato il prozac, il litio e tutti que- 
sti prodotti chimici, e gli psichiatri, 
per bilanciare il triste mistero pieno 


di sofferenza che e la nostra esisten- 
za, ma ci si risveglia sempre per sco- 
prire che non ce dawero cura. Alla 
fine, si deve affrontarla a modo pro¬ 
prio. Quindi si, Freud ha fallito.. . 5 . 

Se la musica non sembra funzionare 
come terapia 6 , il cinema riesce invece a 
mio awiso ad arginare la disperazione. 
Non e solo una questione di scrittura 
visiva, ma anche di un lavoro raffina- 
tissimo sul racconto e sull’atto stesso 
di raccontare. 

Un film resistente 

Melancholia e infatti “uno straziante, 
monumentale manuale di resistenza” 7 . 
Una resistenza contro il disincanto, la 
rassegnazione, il cinismo, ma soprat- 
tutto contro l’idea che il mondo abbia 
perso il suo significato e sia divenuto 
soltanto l’addizione infinita di oggetti 
e atti senza senso. La proliferazione 
delle identity che i personaggi si ritro- 
vano a sperimentare, cosi come il crol- 
lo delle loro certezze, sono infatti cau¬ 
sa di sofferenza piuttosto che euforica 
liberazione. Il delirio finale nel quale 
precipita Julian ne e il punto estremo, 
al quale Alberta oppone la volonta di 
rimanere aggrappata al mondo cosi 
com’e, ma anche all’idea di come potreb- 
be essere. 

L’operazione di Diaz appare quindi in 
totale sintonia con quella compiuta da 
Alain Badiou nella sua lettura della fi- 
losofia deleuziana. L’obiettivo di en- 
trambi e sottrarsi alia seducente, ma 
facile, tentazione di vedere nell’affer- 
mazione della “differenza” e del “dive¬ 
nire” quaLi tratti salienti della cultura 
contemporanea una semplice liquida- 
zione del soggetto e defl’identita, un 
isterico oblio della Storia e della possi¬ 
bility della rivoluzione. L’appartenenza 
del cinema di Diaz all’orizzonte del- 
l’immagine-tempo ci ricorda che essa 
puo e deve essere compresa come una 
forma di resistenza di fronte al venir 
meno della nostra credenza del mondo 8 , 
e non come un’altra forma della scom- 
parsa della realta nellorizzonte spetta- 
colare della comunicazione. 

Se Deleuze pone l’idea di simulacro al 
centro della sua riflessione sulla verita, 
scrive Badiou, “resta intatto il problema 
di sapere se lo ‘scarso gusto’, ben com- 
prensibile, che Deleuze prova per la 
concezione analogica della verita (il ve- 
ro come parte dell’essente analoga al suo 
essere, o copia fedele della sua Idea), 
non sia l’indice di un gusto piu profon- 
do, e piu segreto, per udaltra verita”. 
Quest’idea della verita e definita da De¬ 
leuze come “potenza del falso” 

dato che il metro di questa verita 
non sarebbe piu il giudizio, ma 
[...], una sorta di narrazione. [...] 


“La narrazione cessa di essere veri- 
dica, doe di pretendere al vero, per 
farsi sostanzialmente falsificante. 
[...] La narrazione falsificante po¬ 
ne al presente differenze inesplica- 
bili, al passato alternative indecidi- 
bili tra il vero e falso”. [...] Si ha 
Fimpressione che, per Deleuze, ve¬ 
rita (potenza del falso) e tempo 
appartengano alia stessa sfera di 
pensiero. Ed e cosi in effetti: la “via 
maestra” per accedere all’idea de¬ 
leuziana della verita e la sua teoria 
del tempo 9 . 

Nel rapporto fra verita, tempo e narra¬ 
zione sembra trovarsi percio la chiave 
per la resistenza alia melancolia dell’e- 
poca contemporanea. La soluzione 
non puo essere lasciarsi trascinare nel- 
l’indifferenza del molteplice e nella 
scomparsa delle Grandi Narrazioni, 
ma, al contrario, lo sforzo di trovare un 
modo di vivere nel (proprio) tempo 
sulla base di nuove “verita” e nuove 
“narrazioni”. Anche per Diaz, quindi, 
“il problema fondamentale non e certo 
quello di liberare il molteplice, ma 
quello di piegarne il pensiero a un con¬ 
cetto rinnovato dell’Uno” 10 . Il punto 
non e rinunciare ad una narrazione (o 
meglio alia Narrazione per eccellenza: 
la rivoluzione), bensi ripensare le sue 
forme. 

Una nuova narratwita 

L’atto di raccontare rimane infatti cen- 
trale in Melancholia, sebbene ad un 
primo sguardo sembri il contrario. I 
tempi dilatati e lo stile assolutamente 
estraneo alia drammaturgia hollywoo- 
diana possono trarre in inganno: 

0 sottoscritto [...] ha resistito una 
mezz’oretta. Per darvi l’idea. Sotto la 
pioggia, per strada, una suora chiede l’e- 
lemosina per i poveri, ma non passa nes- 
suno. E cosi se ne vanno cinque minuti. 
Una bella ragazza in minigonna, stivalo- 
ni e maxi cappotto, forse una prostituta, 
cammina e cammina, chissa dove va. 
Sette minuti. Magari nella seconda par¬ 
te succedono cose strabilianti 11 . 

Se questo spettatore irrequieto avesse 
avuto la pazienza richiesta, avrebbe 
dawero assistito a numerose sorprese: 
la prostituta si scoprira essere Alberta 
e con un “colpo di scena” inaspettato 
cominceremo a scoprire la vera iden¬ 
tita dei protagonisti solo dopo un paio 
d’ore dall’inizio del film. Dialoghi ap- 
passionanti, nuovi personaggi ed even- 
ti drammatici si susseguono, fino al 
flashback in cui vedremo coi nostri oc¬ 
chi la morte dei rivoluzionari in mez¬ 
zo alia jungla. La tecnica di Diaz di 
certo non cambia, ma se ci adeguere- 
mo ai tempi e ai modi da lui scelti 


avremo la possibility di emozionarci 
per “cose strabilianti”. Ed e owiamen- 
te grazie all’inconsueto utilizzo del 
tempo che il regista tesse una narra¬ 
zione per nulla banale, e soprattutto 
riesce a farci vedere con gli occhi e sen- 
tire la profondita della disperazione 
dei personaggi attraverso la tempora¬ 
lity della nostra lunga esposizione alio 
schermo. 

Un (altro) cinema digitale 

Facendo a meno del supporto fotogra- 
fico e della necessity della fruizione in 
sala (e il film stesso ad imporre 
un’“esperienza cinematografica” anche 
se visto sullo schermo di un compu¬ 
ter), Melancholia sembra forse rispon- 
dere almeno in parte alle preoccupa- 
zioni di chi, come David Rodowick 12 , 
vincola ad un particolare supporto e a 
specifici dispositivi di proiezione il si¬ 
gnificato ontologico del “cinema” - il 
legame fra l’immagine, la durata e il 
tempo - e la sfida radicale che esso po¬ 
ne alio scetticismo. Gli elementi es- 
senziali dell’esperienza cinematografi¬ 
ca secondo Rodowick (la stimolazione 
dello spettatore al pensiero, la sua col- 
locazione in una posizione di osserva- 
tore “passivo” e la melancolia provoca- 
ta da questa situazione) sembrano resi- 
stere nell’opera di Diaz e mostrarci una 
delle possibili vie al cinema nel Ventu- 
nesimo secolo. 

Federico Pagello 


Note 

1. http:// news.dnecitta.com/dossier/articolo.asp 
?id=6920&idd=6829. 

2. Cit. in Giorgio Agamben, Stanze , Torino, Ei- 
naudi, 1977, p. 3. 

3. Ibidem, p. XIV. 

4. Ibidem. 

5. www.indie-eye.it/cinema/recensioni/venezia- 
65-melancholia-di-lav-diaz-orizzonti. 

6. La musica di Diaz sembra effettivamente al- 
quanto deprimente... http://www.youtube.com/ 
watch?v=is404j_8 H6Q. 

7. Marco Grosoli, “Melancolia”, http://www.ki- 
nematrix.net/venezia2008/recensioni/orizzonti- 
melanc.htm. 

8. Giiles Deleuze, “Il cinema e il pensiero”, in 
L'immagine-tempo , Milano, Ubulibri, 1989. 

9. Alain Badiou, Deleuze. Ilclamore dellEssere , To¬ 
rino, Einaudi, 2004, p. 68. 

10. Ibidem , p. 12. 

11. “‘Melancholia’, una mattonata ma al fresco”, 
http://www.ilgiornaie.it/a.picl?ID=288689. 

12. David N. Rodowick, Il cinema nell'era del vir- 
tuale, Milano, Olivares, 2008. 


39 


LXV Mostra Intemazionale 
d’Arte Cinematografica 

Venezia, 27 agosto-6 settembre 2008 

Animazione d’autore: Hayao 
Miyazaki e Mamoru Oshii a con- 
fronto 

Ponyo on the Cliff by the Sea (Gake no ue 
no Ponyo, Miyazaki Hayao, 2008) 

The Sky Crawlers (Mamoru Oshii, 
2008) 

Nell’edizione della Mostra di que- 
st’anno il cinema nipponico e stato 
rappresentato, in concorso, da tre film: 
il surreale Achilles and the Tortoise (Aki¬ 
ns to kame) di Takeshi Kitano, Ponyo 
on the Cliff by the Sea (Gake no ue no 
Ponyo) di Hayao Miyazaki, gia Leone 
d Oro alia camera nel 2005, e The Sky 
Crawlers di Mamoru Oshii, Di quest! 
ben. due'**■^1 alfimt dtati - sono film 
di animazione. Che Yanime fosse : uno 
deipunti forti della cinematografia del 
Sd| Lermte non c un.i novita per nes- 
SStJOj Sta ia 5tt& predom i nantc presen- 
£a&$Jsentanza dell’industria del 
dne,ma deU’intcro Paese in una mani- 
t'estazione importante quanto quella 
i Verfcziana, aveva lasciato non pochr 
critici, giornalisti, appassionati, per- 
plessi rispetto alia selezione. Per tutta 
risposta, entrambi i film in concorso - 
e vincitori, benche di premi collaterali 
- si sono rivelati essere tra i prodotti 
pill apprezzati della Mostra, a riprova 
non solo del fatto che il cinema d’ani- 
mazione tout court goda di ottima salu¬ 
te, ma anche di come il Giappone ri- 
manga in testa alia produzione del ci¬ 
nema animato d’autore. Le due opere, 
dal canto loro, si possono accostare 
presSoche esclusivamente in forza del¬ 
la loro comune provenienza e per il 
fatto di non essere state interpretate da 
attori in carne ed ossa, ma in sostanza, 
esclusivamente per quello, differen- 
ziandosi invece radicalmente per eon- 
tenuto, atmosfera, stile e tecniche di 
realizzazione. 

Ponyo on the Cliff by the Sea di jMiya-“ 
zaki e una favola d’altri tempi che ar- 
; riVaa di stanza di ben quattro anni dal- 
i’ultimo lungometraggio del regista, 
pefiodo che lo ha portato a concepire 
non pocbe novita nella tecnica di ani¬ 
mazione e a reinventare in modo radi- 
eale lo stile dello studio Ghibb, spetta- 
colare e riconoscibile, ma oramai un 
po' ripetitivo. Con questo film, Miya¬ 
zaki, sospende 1’uso della computer 
graphic per riconquistare una certa 
a nplicita, per ritrovare l’essenziale nel 
tisegno olutt nente “grezzo”, non ri- 
finito, neil uso d a colori, che ricorda 
molto-da vfcino quello delle immagini 
ds Ebri per 1'infanzia Persino per re- 
fituire la tomplessita i Men x 


zione acqitatica (l’80% del film si svol- 
ge in marc in un continuo brulicarc di 
pesci, onde, e altri esseri marini che si 
avvinghiano e trasfbrmano incessante- 
mente) il regista ricorre, infatti, alia 
semplice matita e a settanta artisti, che 
hanno realizzato tutti i centosettanta- 
mila disegni del lungometraggio. Il 
film si distingue dai precedenti del ci- 
neasta anche per il diverso approccio 
nell’affrontare tematiche tradizional- 
mente a lui care, una su tutte il rispet¬ 
to dell’ambiente. La storia e quella di 
un’estrosa pesciolina, Ponyo, che fugge 
dal mondo sottomarino in cui vive as- 
sieme a suo padre e incontra Sosuke, 
un bambino di cinque anni con cui in- 
staura una delicata e profonda amici- 
zia. Nella sua fuga, Ponyo libera inav- 
vertitamente le potenze del mare, met- 
tendo in pericolo l’intero villaggio. 
Persino la minaccia di uno tsunami, 
reale e fortemente sentita nelle geolo- 
gicamente instabili terre giapponesi, e 
trattata qui eon delicata leggerezza. 
Alla semplicita del tratto e dei disegni 
non corrisponde, pero, una semplifica- 
zione del tema: Ponyo e a modo suo un 
film duro dove emerge la forza degli 
clcmeriti namrali, e dove i bambini de- 
vono vivere l’esperienza di cadere, bru- 
ciarsi, farsi male per poter crescere. La 
bravura del regista, che ricorre a un 
inaspettato registro narrativo naif, sta 
nell’immediatezza e nella grazia con 
cui rende questi messaggi: piuttosto 
che essere portati a riflettervi, ci si la- 
scia conquistare dalla tenerezza delle 
immagini. Lo stesso regista dichiara di 
avere realizzato questo film con l’in- 
tenzione di destinarlo a un bambino di 
cinque anni, per regalargli un ricordo 
speciale. Il fatto che la narrazione di 
Ponyo sia quasi del tutto subordinata. 
alle emozioni che riesce a suscitare va,. 
pero, a discapito della continuita nar- 
rativa che non segue, dunque, una lo- 
gica di causa-efFetto ma sembra piut¬ 
tosto “incollare” semplicemente una 
scefia all’altra. Su questo si basanb le, 
di fatto fondate, critiche ayaijzate ver¬ 
so il film da chi non lo ha particolar- 
mente amato, primo fra tutti fialtro re¬ 
gista di animazione in concorso, Ma¬ 
moru Oshii. Ben diversa dall’opera di 
Miyazaki, quasi agli antipodi si po- 
trebbe dire, e infatti The Sky Crawlers, 
film complesso e cerebrale per conte- 
nuti c form-.i, con cui Oshii riempie il 
cielo dell’animazione di adolescenti 
metafisici - sopperendo curiosamente 
in tal modo all’assenza, in Ponyo, delle; 
altrimenti immancabill scene di volo, 
grande passione e “marchio di fabbri- 
ca” di Miyazaki. Tratto dalla graphic 
novel di,Hiroshi Moro, il film narra di 
un mondo parallelo, cyberpunk, sospe- 
so tra una realta foturistica tecnologi- 
catnenfe avarr/.ata ed iln’altra retro, no- 
stalgica e intimista, che si rifa agli an¬ 


ni Quaranta e Cinquanta. Qui compa- 
gnie militari private arruolano piloti 
da caccia per combattere in cielo una 
guerra che, in un mondo pacificato ma 
che necessita di violenza, si fa spetta- 
colo per i media. Gli aviatori, chiama- 
ti Ki/dren , killer-bambini, sono modi- 
ficati gencticamente: programmati per 
volare e per non raggiungerc mai l’eta 
adulta, vivono uneterna adolescenza, 
virtualmentc immortali, fino al giorno 
in cui moriranno in un combattimen- 
to aereo per reincarnarsi in un altro 
Kildrcn e non perdere, in tai modo, l’e- 
sperienza acquisita in battaglia. Come 
detto, a differenza di Ponyo, The Sky 
Crawlers si distingue per complessita 
narrativa: e un film stratificato, con di¬ 
verse chiavi di lettura, intriso di sim- 
bplismo e allegoria.; Proseguendo la 
sua personalissima riflessione sui temi 
del corpo, dell’identita e dell’anima - 
gia, ad esempio, in Ghost in the Shell- 
il regista nipponico denuncia 1c infan- 
zic rubate c l’incremento dell’impiego 
dei minori m COfttesti bellici, sfruttatt?- 
do magnificamente le possibility del- 
l’animazione dtpg^e,,.e-del 3D nelle 
sequenze dei combattimentimvolo. A 
queste scene aeree, adrenaliniche e 
concitate quasi fino al parossismo, si 
contrappone la vita a terra, dove il 
quotidiano si fa piatto e monocorde. 
Ce una netta distinzione fra i due pia- 
ni, fatta di ritmi, di tempi, di colori e 
persino di lingua: l’inglese durante gli 
scontri, il giapponese (nell’originale) a 
terra. Secondo le dichiarazioni ufficia- 
li di Oshii, il suo intento era quello di 
fare un film che potesse dare qualcosa 
alle nuove generazioni di giovani giap¬ 
ponesi che come i Kildren sembra vi- 
vano in uno stallo esistenziale domi- 
nato dalla monotonia. Proprio qui ri- 
troviamo, forse, ulmcno un punto in 
comune tra i due cineasti tanto lonta- 
ni fra loro, owero nell’ispirazione, det- 
tata dalla volonta di realizzare il film 
come un “regalo”per le.gidvanl genera¬ 
zioni. 

LauraSangalli 



CITTA DEL CINEMA 


Quest! fantasmi: Cinema italia- 
no ritrovato (1946-1975) 

“Questi fantasmi” e la quarta retro- 
spettiva della gestione Muller a punta- 
re sulla riproposizione di pellicole mi- 
sconosciute al grande pubblico, ma ca- 
paci di catalizzare l’attenzione dei fre- 
quentatori del festival. Tuttavia, dopo 
le storie segrete del cinema italiano 
(2004), del cinema asiatico (2005) e 
del western all’italiana (2007), la rasse- 
gna presentata in quest’ultima edizio- 
ne ha un tono assai piu sobrio: sparita 
qualsiasi suggestione pop, l’impressio- 
nante selezione di restauri presentata 
da Sergio Toffetti e Tatti Sanguined 
sembra piuttosto fuoriuscire da una 
sezione del Cinema Ritrovato, come 
suggerisce il sottotitolo della rassegna. 
II criterio guida dei curatori e stato 
quello di proporre recenti restauri di 
film poco visibili e spesso dimenticati, 
lungo un arco di tempo che va dal 
1946 al 1975, ma con una particolare 
attenzione all’anno 1968, cui e stata 
dedicata una giornata intera di proie- 
zioni in occasione del quarantennale. 
Si tratta di un discrimine un po’ vago, 
cosi che la selezione ha sofferto a vol¬ 
te di una certa eterogeneita: un disor¬ 
dine cui non hanno posto rimedio 
nemmeno le presentazioni effettuate 
alia presenza di autori e/o interpreti, 
basate, come e costume delle rassegne 
della gestione Muller, sull’aneddoto e 
sulla rievocazione nostalgica dell’epo- 
ca, percio insufficienti a individuare un 
percorso tra le opere. Tuttavia, il senso 
dell’operazione puo essere ricondotto 
alia volonta dei curatori di mettere in- 
sieme un corpus che costituisse un pa¬ 
norama delle possibili direzioni che 
avrebbe potuto prendere la cinemato- 
grafia italiana negU anni chiave del suo 
sviluppo, un magma che non sempre e 
rispecchiato dalla storiografia. Inevita- 
bile, in questo senso, che la porzione 
piu interessante fosse quella dedicata 
alia seconda meta del decennio Qua- 
ranta e alia prima meta del successivo: 
opere spesso dimenticate, o perche i 
film in questione presentano alternati¬ 
ve estetiche o ideologiche alia tempe- 
rie neorealista e sono percio stati igno- 
rati dalla critica coeva, o perche opera- 
zioni inedite che non hanno avuto se- 
guito nel prosieguo della storia del no¬ 
stro cinema, o semplicemente perche 
opera di registi cui per tradizione criti¬ 
ca non viene tributata la patente di au¬ 
tori. 

Il film di apertura in questo senso e as¬ 
sai significativo. Un uomo ritorna, di- 
retto nel 1946 da Max Neufeld e in- 
terpretato da Gino Cervi e Anna Ma- 
gnani, e un’oscura produzione Zeus 
film restaurata di recente e pubblicata 
in Dvd da Ripley Home Video. Il pro- 


tagonista (Cervi) torna a casa dopo 
anni di prigionia, ma trova una realta 
completamente cambiata, sia sul piano 
familiare che su quello sociale: la sua 
giovane sorella passa le serate nei night 
club frequentati dai G.I., il fratello 
preadolescente si arricchisce con la 
borsa nera e le attivita produttive sono 
bloccate sia dalla burocrazia degli oc- 
cupanti americani che dai continui 
scioperi dei sindacati. Il materiale di 
partenza e lo stesso del cinema neorea¬ 
lista: le macerie della citta, gli sconvol- 
gimenti post bellici, le difficolta quoti- 
diane dei protagonisti; tuttavia nel film 
dell’austriaco Neufeld (che prima del¬ 
la guerra era attivo soprattutto nelle 
commedie dei telefoni bianchi) tutto si 
gioca sulla contrapposizione tra un 
mondo prebellico vissuto come idillia- 
co e un presente privo delle bussole 
morali che caratterizzavano il decen¬ 
nio precedente. 

Citta dolente (1948) di Mario Bonnard 
e invece un film anticomunista sull’esi- 
lio degli abitanti dell’Istria in seguito 
alia cessione alia Jugoslavia. Prodotto 
dalla Scalera e interpretato da Luigi 
Tosi e Constance Dowling, il film in¬ 
dulge a tutti i cliche del cinema di pro¬ 
paganda, ma ha un incipit eccezionale, 
che prende spunto dalla retorica del 
film neorealista: una voice over intro¬ 
duce la vicenda, mentre sullo schermo 
le immagini girate in studio si mesco- 
lano ad autentiche riprese documenta- 
rie degli abitanti di Pola che impac- 
chettano i propri averi e si preparano 
ad abbandonare le loro case; la voce si 
rivela poi essere quella di un giornali- 
sta, che entra in campo (come il radio- 
cronista del contemporaneo Riso ama- 
ro di De Santis) e incontra i protago¬ 
nisti del film. 

Un altro esodo viene raccontato in II 
grido della terra, anch’esso del 1948 e 
diretto da Duilio Coletti. Si tratta di 
un film sionista prodotto dalla Lux 
(sembra che Gualino avesse stretti le- 
gami con la comunita ebraica torinese, 
tanto piu che il film e cosceneggiato da 
Carlo Levi 1 ), che racconta dello scon- 
tro tra le posizioni riformiste e quelle 
estremiste dei coloni israeliani nella 
Palestina allora controllata dalle trup- 
pe britanniche. Nonostante la pesan- 
tezza didattica di fondo, si tratta di un 
film che sfrutta elementi altamente 
spettacolari (come nella sequenza del- 
l’attentato), e che per il tema trattato 
rimane un unicum nel panorama ita¬ 
liano. 

Lo sfruttamento della spettacolarita e 
dei meccanismi di genere sono all’ope- 
ra anche in uno dei due titoli di Zam- 
pa presenti nella rassegna (l’altro e il 
capolavoro Anni difficili del 1948): 
Processo alia citta (1952), scritto da Et- 
tore Giannini e Suso Cecchi D’Amico 
su un soggetto cui ha collaborate an- 


41 




Processo alia citta 





















CITTA DEL CINEMA 


42 


che Francesco Rosi, e un noir prodot- 
to dalla Film Costellazione di Turi Va- 
sile, che fa affidamento sulla struttura 
dell’inchiesta e su personaggi confor- 
mi alia tradizione hollywoodiana (co¬ 
me il giudice protagonista, interpreta- 
to da Amedeo Nazzari, e il capo della 
polizia, interpretato da Paolo Stoppa) 
per affrontare il problema dell’infiltra- 
zione camorristica nelle istituzioni. 
Tuttavia, per motivi di opportunity 
politica, il film e stato ambientato in 
una Napoli ottocentesca anziche in 
quella contemporanea. 

In altri casi, la rassegna si e concentra- 
ta sulle opere di registi marginali, co¬ 
me i due attori e registi Vittorio Ca- 
prioli (presente con Ileoni alsole, 1961, 
e Parigi o cara, 1962) e Claudio Gora, 
di cui e stato presentato l’esordio II cie- 
lo e rosso (1950). Tratto dal romanzo 
omonimo di Giuseppe Berto e scritto 
da Leopoldo Trieste, il film si inserisce 
nel filone sul disagio giovanile diffuso- 
si tra gli anni Quaranta e Cinquanta di 
cui fu capostipite Gioventu perduta 
(1947) di Germi, anch’esso interpreta¬ 
to da Jacques Sernas. Le rovine urbane 
proprie del cinema neorealista della 
seconda meta degli anni Quaranta, 
nelle quali i giovani protagonisti del 
film vanno a vivere creando una sorta 
di micro-societa, divengono nel film di 
Gora uno scenario astratto e metafisi- 
co nel quale le speranze sono destina- 
te a cedere il passo alle reciproche cru- 
delta, alia malattia e alia morte. 
Sebbene il contingente proveniente 
dagli anni ’60 fosse nel complesso me- 
no interessante, anche perche puntava 
su titoli di maggiore appeal ma co- 
munque facilmente reperibili come I 
mostri (Dino Risi, 1963) e Nostra si¬ 
gnora dei turchi (Carmelo Bene, 1968, 
presentato nella versione piu lunga 
della Biennale Cinema 1968), la rasse¬ 
gna curata daToffetti e Sanguined si e 
dimostrata un’occasione rara per rico- 
struire un’immagine piu complessa di 
un periodo chiave del nostro cinema. 

Francesco Di Chiara 


Note 

1. La vicenda e ricostruita in Alberto Farassino (a 
cura di), Lux Film , Milano, Il Castoro, 2000. 


Il Giardino delie Deiizie (Inferno) 

Vegas: Based on a True Story (Amir Na- 
deri, 2008) 

The garden like a lady fair was cut, 

That lay as if she slumbered in de¬ 
light, 

And to the open skies her eyes did 

shut. 

Giles Fletcher 1 

I know that my grandpapa he buried 
the gold 

in them ther’ field, I just gotta finds 
my self the gold 
and I is gonna be full of riches I tells 

ya! 

Robert Ryan (nel ruolo di Ty-Ty 
Walden in II piccolo campo, God’s Little 

Acre, 

Anthony Mann, 1958) 

Per la cultura occidentale, e seppure in 
maniera differente, per quella giappo- 
nese, il giardino e un elemento dalla 
valenza simbolica cruciale, carico di 
sfumature. Esso e, se vogliamo, in mo- 
do ancora piu ancestrale dell’animale 
addomesticato, la metafora della civi- 
lizzazione. E “il giardino dell’Eden”, 
che con una brutale ellissi temporale, 
diviene il giardino, omologato, di una 
villetta a schiera. Esso marca il limite 
ed e display della propriety privata, de¬ 
cor del possesso, dell’insediamento 
stanziale. 

Negfi Stati Uniti e il simbolo di una 
wilderness primigenica piegata alia vita 
civilizzata, e l’emblema della natura 
sterminata di un continente “vergine”, 
mutata (e mutilata) lentamente in re- 
cinto, dehmitato da claustrofobiche, 
stracolme aiuole. 

Nel secondo Novecento invade l’Ame- 
rica quello che per molti versi e il ten¬ 
tative distorto, grottesco, di ricreare 
questa “vita selvaggia” nel contesto ur- 
bano: il “parco tematico”. 

Nel 1946 Bugsy Siegel, un mafioso, 
avrebbe invece posto la “pietra angola- 
re” per il piu grande parco divertimen- 
ti della storia statunitense, in un citta- 
dina di fondazione ispanica eretta nel 
deserto, l’ambiente piu estraneo ad 
ogni natura “viva”. 

Il nome di questa citta si traduce dallo 
spagnolo, significativamente, con “I 
Prati”, o Las Vegas. 

E proprio nel Nevada, uno stato natu- 
ralisticamente vicino al suo paese d’o- 
rigine (l’lran), che Amir Naderi realiz- 
za il suo film americano piu potente, 
piu ambizioso. 

“Amo (Las) Vegas, perche e un infer¬ 
no” 2 . 

Per chi abbia avuto la sfortuna di 
perderlo a Venezia, Vegas: Based on a 
True Story, tratta le vicende di una 
famiglia e del proprio giardino. Un 


truffatore, nei panni di un veterano, 
convince gradualmente i protagonisti 
del film che il loro curatissimo giardi¬ 
no nasconda una fortuna sepolta. Buca 
dopo buca, compulsivamente, incapace 
di fermarsi, il padre si isolera da tutto, 
distruggendo la famiglia. Scavando, 
penetrando la superficie e l’apparenza 
di un bel prato fiorito, non rimarra che 
un vuoto di valori: la convenzione, la 
“struttura” si rivelera l’unico collante 
per il vivere sociale: “The garden is the 
last moral life-preserver left. I pity 
those who haven’t it” 3 . 

Tale processo di ricerca forsennata 
della fortuna, che si tramutera in con- 
sunzione, decadenza, porta alia mente 
immagini legate ad un capitalismo ori- 
ginario, laddove la produzione della 
ricchezza e legata al prodigio, a qual- 
cosa di magico, se non mistico o visio- 
nario (si pensi ai tanti Howard Hu¬ 
ghes della storia americana), come per 
il cercatore d’oro o di petrolio. L’arric- 
chimento non e affatto legato al lavo- 
ro, inteso come qualcosa di edificante 
(letteralmente) o culturale (letteral- 
mente), ma alia distruzione: “perche 
coltivare i pomodori quando puoi 
comprarli al supermercato?” chiede il 
protagonista alia moglie. 

L’immagine del tesoro sepolto sotto 
casa, insieme all’ambizione delirante, 
agli scavi, non pud che richiamare uno 
dei film piu anomali e geniali di 
Anthony Mann: God's Little Acre 
(1958) con cui Vegas sembra indiretta- 
mente dialogare. Come non pensare al 
futile tentativo di un sistema patriar- 
cale quale modello sociale ed econo- 
mico da parte delle tante figure ma- 
schili di Mann? 

E analogo il fallimento di ogni con- 
trollo sulla propriety, la famiglia, e su 
se stessi. 

Naderi afferma di aver realizzato il 
film con i proventi delle proprie gioca- 
te nei casino, e con l’aiuto di altri 
scommettitori incontrati a Vegas. Tut¬ 
to il film e infatti compenetrato in 
questa citta: 0 gioco perverso, la com- 
pulsione, la deflagrazione delle piu 
profonde contraddizioni americane: 

Las Vegas non offre ricchezza (an¬ 
che se cosi sostiene) o eccitazione 
(a meno che uno non trovi ecci- 
tante la degradazione). Offre l’op- 
portunita di esercitare la propria 
compulsione. [...] Ma non riusci- 
remo mai a giocare d’azzardo fino 
a trovare l’armonia, a mangiare fi¬ 
no a essere magri, ad armarci e a 
marciare impettiti fino a sentirci 
sicuri 4 . 

Tale citazione di David Mamet, in cui 
Vegas funge da correlativo per l’indu- 
stria del cinema hollywoodiana, si lega 
curiosamente al titolo della mostra fo- 


tografica sulla citta del Nevada, pre- 
sentata al Museo del Cinema di Tori¬ 
no dallo stesso Naderi. Si tratta di una 
grossolana eppure significativa espres- 
sione americana, gia utilizzata da Ma¬ 
met nella sceneggiatura di American 
Buffalo (Michael Corrente, 1996): 
Bullshit Walks, Money Talks. 

Maurizio Buquicchio 


Note 

1. Giles Fletcher, cit. in Andrea Mariani, Riscrit- 
ture dell’Eden: il giardino nell’immaginazione lette- 
raria angloamericana , Napoli, Liguori, 2004, p. 6. 

2. Naderi alia presentazione del film al festival di 
Venezia 2008. 

3. Edith Wharton, Italian Villas and Their Gar¬ 
dens (1904), in A. Mariani, op. cit. y p. 14. 

4. David Mamet, I tre usi del coltello, Saggi e lezio- 
ni sul cinema , Roma, minimum fax, 2002, p. 76. 



CITTA DEL CINEMA 


Agnes V. par Agnes Varda 

Les Plages d’Agnes (Agnes Varda, 2008) 

Si on ouvrait les gens, on trouverait des 
paysages. 

Moi, si on m’ouvrait, on trouverait des 
plages. 

Agnes Varda 

Una vita trapuntata di spiagge quella 
della cineasta belga naturalizzata fran- 
cese, Agnes Varda. E le sue spiagge, 
belghe, francesi e americane, compon- 
gono la “cine-ecriture” del film presen- 
tato fuori concorso a Venezia, ventitre 
anni dopo il Leone d’oro per Senza tet- 
to ne legge (Sans toit, ni loi , 1985). Les 
Plages dAgne's punteggiano frammenti 
della vita e della camera della regista, 
in un gioco di continue sovrapposizio- 
ni privo, pero, delle presunzioni este- 
tizzanti di vita come arte. II film ci mo- 
stra, piuttosto, una voglia di raccontar- 
si e raccontare senza pudori, come so¬ 
lo un anziano puo permettersi; a coro- 
namento di una generosa e rigorosa vi¬ 
ta intellettuale, artistica e privata, che 
l’ha sempre vista protagonista anche 
come presenza, corpo o voce off a 
commento di molti suoi film. A di- 
spetto delle proposte spesso pervenute 
di diventare oggetto di un documenta- 
rio, la regista ha deciso di affidarsi alia 
piu insidiosa delle forme narrative, 
l’autobiografia, quella che si scontra 
piu direttamente con il paradosso di 
Baudelaire del “Je est un autre”. Ma 
l’autoironia, il gusto per le soluzioni 
pop, riescono a glissare le derive agio- 
grafiche o autocelebrative che l’auto- 
biografia spesso cela. Per raccontarsi, la 
Varda si affida al dispositivo dell’auto- 
ritratto fin dalla sequenza iniziale. 
Troviamo la regista intenta ad “appa- 
recchiare la scena” con una serie di 
specchi sulla spiaggia, di diverse gran- 
dezze e posti in posizioni differenti, a 
rimandarci metaforicamente fram¬ 
menti della sua figura. La superficie li- 
scia dello specchio si contrappone a 
quella increspata delle onde che si in- 
frangono nelle spiagge della sua vita. 
Una serie di superfici riflettenti. Quel¬ 
la immobile ma veritiera dello spec¬ 
chio (del cinema, della fotografia) e 
quella in continuo movimento, insta¬ 
bile, vivente, della superficie dell’acqua 
che bagna le spiagge. Ma lo specchio e 
anche metafora della sua vita, del suo 
partire dal piccolo, dal privato, dal sog- 
gettivo, per riflettere, appunto, temati- 
che piu universali, come la condizione 
femminile, la guerra, la politica, la po- 
verta, l’amore. 

Il film snocciola, con leggerezza e mo- 
mend di viva commozione, episodi sa- 
lienti della sua camera. Gli incontri, 
quelli che cambiano la vita, come quel- 
lo con Jean Vilar che gli offre il primo 


lavoro in campo artistico come foto- 
grafa di scena del Festival di Avigno- 
ne. O il lungo amore per Jacques 
Demy, morto nel 1991 di Aids, una 
settimana dopo la fine delle riprese di 
Jacquot de Nantes , omaggio (cinemato- 
grafico) che la regista gli ha dedicato. 
E poi gli amici della Nouvelle Vague, 
di cui lei e stata sempre un polo eccen- 
trico, oltre che unico esponente fem¬ 
minile, e con cui girera il film colletti- 
vo Loin du Vietnam (C. Leolouch,W. 
Klein, J.L.Godard, J. Ivens, C.Marker, 
A. Resnais, A. Varda, 1967). Chris 
Marker, suo primo mentore con Re¬ 
snais, si palesa, invece, sotto forma del 
suo avatar felino, Guillame-en-figypt. 
Tutti presenti, per volere della regista, 
vivi e morti, grazie alia magia dell’im- 
maginazione e del cinema. 

L’universo delle immagini che ha crea¬ 
te nella sua camera svolgono il ruolo 
di un’immensa “banca dati” a cui acce- 
dere liberamente. Un ruolo rivestito 
tanto dall’immagine fotografica quan¬ 
to da quella cinematografica. Foto, 
spezzoni dei film o delle ultime video 
istallazioni, vengono cost decontestua- 
lizzati, rimessi in scena e riusati con 
una pratica quasi di (auto) foundfoota¬ 
ge. Il film non ci restituisce solo spiag¬ 
ge del passato, ma anche i luoghi in cui 
vive a lavora ancora come rue Daguer¬ 
re. Nella via parigina e sita la casa-ni- 
do-corte interna in cui abita dal 1951 
e la sua casa di produzione, la Cine- 
Tamaris, “che resiste” dal 1954, produ- 
cendo tutti i suoi film e distribuendo 
quelli di Demy. Cosi una tranquilla via 
del 14 arrondissement si trasforma (a 
forza di badili di sabbia) in una spiag¬ 
gia all’aperto, con tutto lo staff della 
produzione in costume da bagno. 

E nel finale, troviamo, su una spiaggia, 
tutta la sua famiglia vestita di bianco a 
danzare, con solo la Varda vestita di 
nero, isolata sullo sfondo, quasi a la- 
sciar spazio a chi verra dopo di lei e al- 
le persone a lei piu vicine per le quali il 
film e state visto come dono. E lo 
spettatore commosso, si sente onorato 
di far parte (un po’) di quella famiglia 
allargata. 

Stefania Giovenco 


Note 

1. Come quando, vestita da patata, accoglie gli 
spettatori delTistallazione Patautopia alia Bienna¬ 
le di Venezia nel 2003. 

2. Basti pensare che uno dei suoi primi corti, 
L'Opera-Mouffe (1958), presentato all’Esposizio- 
ne universale di Bruxelles e ispirato e vissuto in 
parallelo con la gravidanza della sua prima figlia 
Rosalie. Cosi la regista: “Cest un documentaire 
subjectif: le carnet de notes dune femme encein¬ 
te dans le contexte social de la rue Mouffetard”, 
cit. in Michel Esteve (a cura di), Agnes Varda, Pa¬ 
ris, Lettres Modernes, 1991, p.180. 

3. Ruolo che ricoprira anche quando la guida pas- 
sera a Gerard Philippe, dal 1948 al 1960. 

4. Per il rapporto tra immagine fissa e immagine 
fotografica come un unicum nell’opera della Var¬ 
da si veda Bernard Bastide, “Agnes Varda photo- 
graphe ou 1’apprentissage du regard”, in M. Este¬ 
ve, op. cit., pp. 5-11. Il rapporto tra fotografia e 
memoria e fondamentale nella poetica della regi¬ 
sta. Per la televisione francese realizzera nel 1983, 
Une minute pour un image , 170 puntate di un mi- 
nuto, in cui una personality commenta una foto¬ 
grafia, lasciandosi andare a suggestioni e ricordi. 

5. Agli abitanti della via e dedicato Daguerreoty¬ 
pes (1975-1978). 




43 




















C1TTA DEL CINEMA 


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XXIIII Cinema Ritrovato 2008 

Bologna, 28 giugno-S luglio 2008 

Kulesov dissepolto 

Fino alia XXII edizione del Festival 
del Cinema Ritrovato, l’opera di Lev 
Kulesov, in massima parte, non era mai 
apparsa in proiezione italiana. Con 
questa retrospettiva, la piu completa 
delTultima decade - dopo i precedenti 
di Locarno e Losanna nel 1990, e del¬ 
la Cinematheque Francaise nel 1991 
-, sulla scia della mostra tributo tenu- 
tasi all’estinto Museo del cinema di 
Mosca nel 1999 1 , e riemerso nella sua 
complessita un intero repertorio legato 
alle mitiche maestranze Kulesov, dalle 
fucine sperimentali alia fase piu con- 
venzionale del sonoro. Attingendo alia 
collezione russa deb’Osterreichisches 
Filmmuseum, con il contributo dell’ar- 
chivio della Cineteca di Mosca Go- 
sfil’mofond, si rivela qui una produzio- 
ne eterogenea che attraversa i codici 
per scardinarb dall’interno, al netto di 
lavori dawero insoHti sul tipo di Qua- 
ranta cuori (Sorok serdec, 1930), appar- 
tenente al filone effimero del film po- 
btico-educativo, a mezza via tra ani- 
mazione e compilation documentaria. 
Esistono tuttora almeno solo due edi- 
zioni complete in DVD, non critica- 
mente condotte, delle opere mute di 
Kulesov - Le straordinarie avventure di 
Mr. West nel paese dei bolscevichi 
{Neobylajnie prikljucenija Mistera Vesta 
v strane bolsevikov, 1924) e Dura lex 
(Po zakonu, 1925) - e gia queste resta- 
no in se difficilmente reperibili, anche 
sottoforma di bootleg piu o meno di 
nicchia, circolanti in un mercato russo 
pur vasto e sfrenatamente liberistico. 
Alla luce dei lavori qui proposti, se ne 
intuisce almeno una ragione di ordine 
storico. A fronte di un’episodica ade- 
sione alia propaganda di regime, Ku¬ 
lesov si mantiene tendenzialmente un 
cineasta atipico, non certo da cinema 
per le masse, tanto meno da avanguar- 
dia in senso stretto. Assimilando la le- 
zione europea ed americana, schivando 
abilmente la norma staliniana, Kulesov 
rovescia i generi (in specie quelli d’im- 
portazione: la spy story , lo psicodram- 
ma espressionista, il musical), per rea- 
lizzare, in ultima analisi, un cinema 
degenere, sempre sul filo della scomu- 
nica censoria. Percio, a fronte di una 
cospicua bibliografia su e del cineasta 
stesso, del corpus filmico, fino agli anni 
Novanta, si conosceva poco o niente. 
Attualmente, viceversa, si segnala per- 
sino che una ricostruzione de Ilproget- 
to delVingegner Prajt (Proekt inienera 
Prajta, 1918) e gia in corso di pubbli- 
cazione, sotto gli auspici del NIIK di 
Mosca e del British Film Institute. 

In esclusiva per la rassegna bolognese, 
si e svolta 1’anteprima di questo e di al- 


tri inediti lavori, attinti persino dall’ar- 
chivio domestico della nipote acquisi- 
ta di Kulesov, Ekaterina Chochlova. 
Senza dubbio, quella che potrebbe de- 
finirsi, benevolmente, una mistica del 
frammento (sempre piu in auge nel- 
l’ambito cinetecario) ha favorito il re- 
cupero di footage con esperimenti ine¬ 
diti, sul tipo de II movimento uniforme 
degli occhi del modello (Ravnomemoe 
dv&enieglaz naturslika, 1921), sorta di 
reazione esplosiva a catena arrangiata 
mediante una sfilza serrata di dettagli 
su sguardo, culminante con lo sparo di 
una colt. Svolgendosi nel breve arco di 
sob 90 metri, la sequenza costituisce 
una debe primissime prove di montag- 
gio assemblate nel corso del 1921, 
presso 1 'atelier Kulesov al lavoro sul co- 
siddetto cinema senza pehicola. Dietro 
a questo esercizio apparentemente 
scolastico, si cela invero una fase essen- 
ziale di transizione dal teatro zarista 
per l’affermarsi di una teoria del “mon- 
taggio sovrano” in Unione sovietica. 
Kulesov riprende qui certi studi sulla 
posa cobaudati al teatro Bolsoj a inizio 
Novecento, sulla scorta deba lezione di 
Gardin che, nel 1918-19, reabzza 1245 
composizioni debo sguardo arrangian- 
do 81 espressioni del volto di Volkon- 
skij. Copiando in parte gk schemi del- 
l’euritmica di Dalcroze, Xequipe lavora 
suba base di notazioni musicak (3/4, 
4/4,3/8) per la mise en kadr del volto. 
La fortuna critica di Kulesov si ampba 
qui considerevolmente e segnatamente 
per merito del team di ricerca Hy¬ 
perkino (NIIK, Mosca), che ne pro- 
muove l’innovazione, servendosi di un 
prototipo di DVD ad hoc. Esso e abe- 
stito abbinando aba visione in minia- 
tura commenti archeografici, nel lessi- 
co indicato dai curatori, che si rifanno 
appunto aba disciphna ausiharia del- 
l’ecdotica 2 . In questa forma e stato re- 
cuperato quasi integralmente Ilproget- 
to delVingegner Prajt. In minima parte, 
invece, si e restiuito Sul fronte rosso (Na 
krasnom fronte, 1920), miscela di fin- 
zione e documentario a scopo agitato- 
rio, reahzzato in condizioni straordi¬ 
narie durante la guerra civbe in Polo- 
nia, impressionando direttamente un 
positivo da stampare in copia unica sul 
supporto di un vecchio film zarista ri- 
generato. Sebbene questo agitka, al pa¬ 
ri in fondo dei 4/5 deb’intera produ- 
zione rossa datata 1918-22, possa an- 
noverarsi tra i lost film, di esso si e re- 
gistrata almeno la rehquia. Giuntando 
alcuni frammenti e raccordandoh tra 
loro a mezzo di didascahe ripristinate 
suba scorta di una hsta nota gia dal 
1979 3 , si registra dunque una traccia, 
pur lacunosa, dei due rubi che compo- 
nevano originariamente b film per un 
totale di 331 inquadrature. In maniera 
piu compiuta, si restituisce II progetto 
delVingegner Prajt, che, nel DVD, si 


propone in tre versioni: in frammenti, 
in frammenti innervati dahe didascahe 
(tratte dal relativo hbretto) e fram¬ 
menti scomposti neba rete di un iper- 
testo, su cui s’abestisce b commento 
che, simulando la nota a pie di pagina, 
puo infine essere citato 4 . 

Organizzato in forma interattiva, b 
commentario statico esterno anahzza 
il film in senso diacronico, con icone 
sensibih atte ad evidenziare visual- 
mente i debiti e i crediti stibstici che 
Kulesov matura sin dal suo esordio. Al 
minimahsmo scenografico di un film 
pressoche a costo zero, con un uso ar- 
dito del montaggio parahelo, s’abbina- 
no, infatti, particolari scelte luministi- 
che, desunte dab’apprendistato con 
Evgenij Bauer, e reiterate nel medesi- 
mo studio Chan^onkov deba gavetta 
zarista. L’apparato d’immagine e testo 
a prospetto rende a Kulesov un prima- 
to neb’uso di velocita, durata e ritmo 
deb’azione per un film di spionaggio 
di struttura insobta, con lunghi flash¬ 
back, inserti da cinegiornah, effetti 
stranianti dei fumi, inseguimenti e sal- 
ti su treni in corsa, ricalcati dai film 
d’awenture americani. Per un verso, si 
awalora l’ipotesi di Noel Burch, che 
ritiene Kulesov, a sob 17 anni, il pro- 
mulgatore russo deba continuita hol- 
lywoodiana. Da un altro verso, se ne 
nota lo scarto verso una direzione piu 
radicalmente avanguardista. Il film 
doveva essere uno dei sohti “drammi 
antiamericani”, stando al settimanale 
Kino gazetcP. Ma, negh esiti, imitando 
gb americani, b film supera in rapidita 
anche la cifra record dei 100 stacchi, 
caratteristica del campionario dei cor- 
ti Biograph e Mutoscope (1916), rag- 
giungendo un totale di ben 176 tagli 
corredati di 210 intertitoh, per una 
media di 6 secondi a inquadratura. 
S’intensifica cosi la complessita di 
qualsiasi altro film americano coevo, al 
punto d’essere bobati come “fobi futu- 
risti” 6 , pur operando classicamente con 
i raccordi sul movimento. 


Sul prototipo del Progetto, anche se in 
forma ipertestuale diversamente ahe- 
stita, si presenta Dochunda (1935), con 
schizzi sovrimpressi al fermo immagi- 
ne, gia che si tratta pur sempre di una 
sintesi dei frammenti superstiti. D’al- 
tronde, questo difetto vessa la gran 
parte del repertorio muto di Kulesov. 
La stessa retrospettiva si e articolata in 
copie mutbe, alcune perfino monche 
di rubi interni come L’allegra canarina 
(Veselaja kanarejka, 1929) in misura ta¬ 
le che, involontariamente, s’aggiunge 
una certa suspense sul doppio gioco del 
nobile principe Brianskij convertitosi 
aba causa dei bolscevichi. Neba se¬ 
quenza conclusiva del cineromanzo 
spionistico II raggio della morte (Lul 
smerti, 1925), tutto porta a pensare che 
il lumpenproletariat in rivolta stia per 
risobevarsi, annientando il capo indu- 
stria e i suoi accohti grazie al mitico 
raggio deba morte appena sottratto; 
ma, colpo di scena, cio non accade e 
Fintrigo di classe cade neb’obho dei 
700 metri del finale mancante. Lo 
stesso dicasi riguardo la sorte deba 
sfortunata contadinella Aleksandra 
(da cui Fomonimo film, Sasa, 1930), 
che, brutalmente sedotta e abbando- 
nata, ha innescato una torbida spirale 
di crimini che dovrebbe scioghersi ad 
un processo che, inizia si, ma di cui 
non si conoscera mai la sentenza. 

Dunja Dogo 


Note 

1. Ekaterina Chochlova, in http://www.artmar- 
gins.com/content/cineview/olenina.htm, p. 1. 

2. Natascha Drubek-Meyer, Nikolai Izvolov, 
“Critical Editions of Films on Digital Formats”, 
Cinema & Cie , n. 8,2006, p. 203 e ss. 

3. Catalogo della XXII edizione de II Cinema Ri¬ 
trovato, Bologna 28 giugno-5 luglio 2008, p. 75. 

4. N. Drubek-Meyer, N. Izvolov, op. tit ,, p. 207. 

5. Commento alfilm Proekt inienera Prajta , DVD, 
ed. Hyperkino, NIIK, 2006. 

6. Lev Kulesov, Iskusstvo Kino (L’arte del cinema), 
Mosca, 1928, p. 30; cfr. commento al DVD cit. 



Ekaterina Chochlova , con Vsevolod Pudovkin 


cittA del cinema 


LXI Film Festival Locarno 

Locarno, 6-16 agosto 2008 

Ai margini del cinema: arte, vi¬ 
deo, immagine 

E al bianco e nero tagliente e agghiac- 
ciante di un film quasi mai visto, per- 
che estremo, che si aggancia il ricordo 
piu netto del 61° Festival del Film di 
Locarno. Thierry Zeno ha girato Vaso 
de Noces nel 1974, in un cascinale 
affondato nel nulla di una campagna 
senza altro orizzonte che se stessa. II 
film e duro, radicale, oltre ogni riferi- 
mento della piu cruda performativita 
corporale Viennese, oltre tutte le tra- 
sgressioni possibili dada e tardo-sur- 
realiste. Stranamente non rientra ne II 
cinema come arte sovversiva di Amos 
Vogel 1 e trova qualche affinita carsica 
posteriore, solo nell’abiezione eretica 
evocata da Cipri e Maresco. Vase de 
Noces e la storia d’amore di un fattore 
per una scrofa. I tre neonati porcellini 
pero si ribellano all’ordine. E il fattore, 
prima di metterli sotto vaso, H impic- 
ca. La scrofa non pud fare a meno di 
vederli. E grugnendo impazzita, si sui- 
cida. Scivolando lentamente nell’orro- 
re, il giovane fattore la trascina e la 
seppellisce, si seppellisce, attraversa 
una fase di elaborata cucina coprofagi- 
ca, fino all’autoimpiccagione finale. Il 
silenzio ha affogato il pubblico in 
un’apnea lunga ottanta minuti. Il festi¬ 
val era ormai quasi finito ed e ancora 
flagrante il ricordo dell’essersi alzati 
dalle sedie guardandosi intorno come 
per un disarmato confronto fisiogno- 
mico reciproco. Non e stata del resto la 
prima volta, Il giorno precedente, stes- 
so luogo, stessa sezione {let etAilleurs - 
Tribute to the Royal Belgian Film Archi¬ 
ves), e ancora l’omaggio al festival di 
Knokke Le Zoute - evento cinemato- 
grafico seminale, che, in sole cinque 
edizioni fra ’49 e 74, ha disegnato per 
sempre i confini dello sperimentali- 
smo cinematografico - a scuotere le 
certezze della visione, con festetica 
camp di Jack Smith (Flaming Creatu¬ 
res , 1963), con il trionfo del colore a 
strati di Len Lye {Free Radicals, 1958) 
e quello piu delicato di Norman 
McLaren {Hen Hop, 1949), con l’ele- 
ganza del tributo al corpo femminile 
di Steve Dvoskin {Soliloquy, 1967) e 
con Martin Scorsese infine (e il suo 
Big Shave, 1967, a tagliare in profon- 
dita la pelle del protagonista renden- 
dola un bagno di sangue in cui si ina- 
bissa la visione dello spettatore). In¬ 
somnia, in una Locarno inebriata dal 
gusto appiccicoso del cioccolato fon- 
dente miscelato alia confettura d’aran- 
ce del fin troppo generoso 
omaggio/carta bianca a Nanni Moret- 
ti, fuori dalle sezioni del concorso e dei 


Cineasti del presente, le forme della vi¬ 
sione anomala tradizionalmente affi- 
date a Id etAilleurs e a Play Forward, 
sono venute meno. A dire il vero, per 
quanto eclettica, Id etAilleurs ha ospi- 
tato, oltre al Tributo al Royal Belgian 
Film Archives, un’ottima selezione Vi¬ 
sions of Latin America, in cui spiccava- 
no peraltro l’inquietante e profondo 
documentario di Massimo Coppola e 
Giovanni Giommi Parafemalia, e l’an- 
tologica Confini d’Europa di Corso Sa- 
lani, di evidente grande attualita e per- 
tinenza. E proprio l’ormai classica sac- 
ca indisciplinata ed extra-disciplinare 
(nei formati, nei mondi di appartenen- 
za, nelle ossessioni), che dovrebbe tro- 
vare destinazione naturale nella sezio¬ 
ne Play Forward, a lasciare in fondo 
piu perplessi. Raccolte in bizzarri pro- 
grammi, le opere per lo piu in video di 
cineasti sperimentali e di/su artisti vi- 
sivi (fra cui Teresa Serrano, Ursula 
Mayer, Stephen Dean, Migue Angel 
Rios, Erwin Wurm, uno stucchevole 
Doug Aitken...), a parte il curioso Jar- 
dini Invisivel del brasiliano Roberto 
Bellini (per quanto purtroppo perico- 
losamente messo in crisi da una retori- 
ca citazione dalle Cittb Invisibili di 
Calvino), non ha regalato altra impres- 
sione se non quella del florilegio piut- 
tosto senza perni e, soprattutto, senza 
orizzonte di fondo. E cosi che, a sor- 
presa, l’arte visiva e il cinema si sono 
trovate a deflgrare insieme fuori dal 
programma ufficiale del festival, al 
centra d’arte de La rada, per l’intensa 
mostra di Marco Poloni, Il mare mi ha 
rifiutato. Con tre installazioni video e 
una serie di foto, l’artista svizzero - 
Poloni e basato fra Chicago e Ginevra, 
ha partecipato alia 51. Biennale Inter- 
nazionale d’Arte di Venezia ed e una 
delle figure piu rilevanti, per quanto 
meno appariscenti, degli affollati terri- 
tori fra arte visiva e cinema - affronta 
Fenigmatica vicenda delle fine contro- 
versa (o della scomparsa, a seconda dei 
punti di vista) deEo scienziato italiano 
Ettore Maiorana. E, nella rappresenta- 
zione di un mistero, spingendo ai limi- 
ti la disponibilita ermeneutica del 
pubblico con un dispositivo semplice 
quanto ambiguo, ricercato quanto vir¬ 
tuoso nella messa in crisi di spazio e 
tempo, Poloni regala - come Zeno per 
altri versi - la certezza di un orizzonte 
non solo possibile ma anche fertile, per 
bordi, margini e mondi fra cinema, ar- 
ti visive e loro immaginari. 

Andrea Lissoni 


Note 

1. Amos Vogel, Il cinema come arte sovversiva , To¬ 
rino, Studio Forma, 1980. 


XXVII Giomate del Cinema 
Muto 

Pordenone, 4-11 ottobre 2008 

Copie fiammanti 


Come tradizione, le Giomate del cine¬ 
ma muto hanno contribuito anche que¬ 
st’anno a reintegrate urlhistoire des co¬ 
pies continuamente rivista. A lato dei 
diversi revival, con un gusto per la ri- 
cerca di frontiera, dai film minori di 
Feyder a rari cinegiornali austriaci e 
danesi della Grande Guerra (nel no- 
vantesimo anniversario), in linea con 
una nuova filosofia del restauro, si e re- 
stituita ai poster! una frazione di muti 
in nuove fiammanti copie a colori. 
Non solo il cinema muto non e mai 
veramente stato affetto da mutismo, 
ma paradossalmente, e sempre stato a 
colori: il colore era, infatti, un suo ca- 
rattere intrinseco. Fin dal principio, 
anzi, il colore costituiva un’attrazione 
in piu che poteva ampliare l’atmosfera 
larger than life degli spettacoli. Le pri¬ 
me sequenze a colori si trovano nei 
“dal vero”, nelle cineserie, nei famosi 
cicli delle rappresentazioni sulla vita di 
Gesii, con il pochoir abilmente steso 
dalle sottili mani delle operaie Pathe. 
Nella fe'erie, per esempio, il colore era 
connaturato al meraviglioso, quanto il 
b/n al realismo 1 . Di piu, qualsiasi in¬ 
ferno doveva incendiarsi di rosso (es- 
sendo invisibile un’azione al buio) per 
soccombere al bianco trasfigurante del 
paradiso! Tuttavia, senza le imbibizio- 
ni in azzurro (elementare effetto not- 
te), i notturni dei muti finiscono per 
tramutarsi erroneamente in diurni, e in 
ultima istanza, il film finisce per essere 
retrocesso ad un fantomatico stadio 
del “cinema primitivo”. Dopo il grido 
di Luciano Berriatua per l’eresia di No- 
sferatu {Nosferatu, eine Symphonie des 
Grauens, Friedrich Wilhelm Murnau, 
1922) nel 1977 - come poteva il palli- 
do e famelico vampiro aggirarsi tran- 
quillamente in una radiosa giornata di 
sole? -, dopo che per decenni si sono 
editate copie “manipolate”, in fondo 
piene di lacune (intese come “interru- 
zioni nel tessuto figurativo” 2 ), le politi- 
che sono mutate, le tecniche di restau¬ 
ro anche. Percio si predilige oggi la co- 
pia ripristinata a colori, contrastando 
la dannosa abitudine in voga fino agli 
anni Ottanta di liquidare i nitrati di 
partenza, dopo aver ottenuto una co~ 
pia in b/n, pensando di “salvare” in tal 
modo il film. Senza dover scegliere tra 
un aut aut, conservare, restaurare, mo- 
strare, oggi e possibile soprattutto mo- 
strare e Pordenone lo ha dimostrato 
anche quest’anno. 

Cosi da un dissepellimento della Ci- 
neteca Nazionale, per un restauro con- 


giunto tra la Cineteca del Friuli e 
quella romana, e risorto un esemplare 
di travel film, genere tipicamente a co¬ 
lori nei primi anni del cinema muto. 
Si tratta di Gloria. Apoteosi del soldato 
ignoto (1921), film documentario che 
celebra un episodio di storia patria: il 
mitico viaggio del feretro del milite 
ignoto da Trieste fino all’altare della 
patria di Roma, cosi come fu ripreso 
dagli operatori della Federazione Ci- 
nematografica Italiana e dell’Unione 
Fototecnici cinematografici tra il 21 
ottobre eil4 novembre 1921. La ba- 
ra, caricata su un treno speciale, fu 
condotta a Roma nel giubilo costante 
di folle reverenti: la manifestazione 
culminava alia presenza del re Vitto¬ 
rio Emanuele III, con il corteo e la 
salma del Milite tumulata al Vittoria- 
no, mausoleo reale che diventava qui 
Altare della Patria. A partire dai ma- 
teriali del ritrovamento - tre copie e 
due frammenti positivi su supporto 
nitrato, estremamente eterogenei tra 
di loro per lunghezza e montaggio, 
con didascalie in italiano, spagnolo e 
portoghese - il restauro si e svolto in 
due tempi, prima nel 2000, poi nel 
2006-7, alia luce di 400 metri riappar- 
si. Completate le inquadrature man- 
canti, il film ha ripreso colore, tingen- 
dosi delle imbibizioni e dei viraggi 
originari, o quanto meno delle tinte 
piu simili alle originali. Senza colore, 
che ne sarebbe stato dell’Apoteosi del 
soldato? Per dar prova di benedizione 
pentecostale, il soldato deve, infatti, 
irradiarsi simbolicamente del giallo- 
adamantino divampante nella notte 
della sua assunzione ad emblema di 
200.000 altri anonimi massacrati in 
guerra. Il milite ignoto, infatti, a di- 
spetto del nome, non fu un soldato 
qualsiasi. Undici salme di caduti, mai 
identificati, provenienti dai vari campi 
di battaglia del fronte italiano furono 
riunite nella Basilica di Santa Maria 
degli Angeli ad Aquileia. Qui, attra- 
verso un complesso rituale, la madre 
di un volontario triestino disperso, 
Maria Bergamas, scelse il caduto sen¬ 
za nome che doveva simboleggiare il 
sacrificio della nazione intera. Coe- 
rentemente, il feretro lasciava la vettu- 
ra, dopo un turbinio mistico di tunnel 
viola e blu, interrotti solo dall’azzuro- 
gnolo celestiale di una benedizione in 
interno Chiesa, per entrare infine nel 
radioso mattino romano ed essere ca- 
lato a notte fonda nel luogo della sua 
sepoltura. Senza colore, nel finale si 
sarebbe perso il senso sacra dell’epitaf- 
fio conclusivo “alia sua luce s’irradia 
per sempre lo spirito della storia”. 
Senza quell’esplosione in un crescen¬ 
do di luce colorata, il milite sarebbe 
rimasto ignoto a tutti gli effetti, man- 
cando la luce della sua redenzione, 
mancando la mistica dei notturni 


45 


























































CITTA DEL CINEMA 


46 


equivalenti ai diurni, insomma man- 
cando di tutta una simbologia. 
Similmente, ristabilendo i pigmenti 
originari, si sdipana insieme la trama 
di un film complesso e bizzarro come 
Umanita (Elvira Giallanella, 1919). 
Cosi si rivela essenziale il ripristino 
dell’ocra caldo che contrassegna il not- 
turno iniziale, appartenente ad un or- 
dine di reale altro rispetto al fantastico 
del prosieguo in giallo, viola, arancio, 
commisti a indicare un tempo sospeso, 
appena scaturito dal sogno di Tran- 
quillino. Mentre “la rivoluzione sta in- 
cendiando il mondo”, il bambino in- 
traprende, infatti, un viaggio apocalit- 
tico-fantastico sullo sfondo di rovine 
post belliche. Nel finale, la sua awen- 
tura si risolve immancabilmente con 
l’apparizione speranzosa di un Cristo 
sul punto di levitare dalla roccia, attor- 
niato da una cordata di bambini. Pari- 
menti, il colore accentua il senso ma- 
cabro del dramma storico-didattico di 
Marie-Antoinette (Pathe, 1903). Il pe- 
culiare giallo Pathe e restituito qui, con 
dovizia di tintura, nella piu ampia va- 
rieta deEe sue nuances arancio al punto 
da trascolorare infine verso il rosso 
sangue della rivoluzione giacobina. 
Con il ripristino del bagno di anilina, 
appunto in una nuova variante anima- 
ta di rabbia e vendetta, si rivela la pre- 
sa della Bastiglia (infuocata) su fonda- 
le a maquette dipinta. 

Mitigando la letterarieta della dida- 
scalia, il colore serviva ad intensificare 
i segni, sommandosi alia gamma dei 
grigi. Era, infatti, tratto distintivo del- 
l’industria Pathe la capacita d’uso di 
vasti effetti cromatici 3 . Il colore non 
fungeva solo da correlativo oggettivo 
di uno stato d’animo interiore, ma era 
in grado di combinare un’atmosfera ad 
un evento e al leitmotiv del film stesso, 
tessendo in un continuum emotivo lun- 
gometraggi di durata epica, come, caso 
esemplare, La rosa sulle rotaie {La roue, 
Abel Gance, 1923). Per il lancio del 
DVD, a Pordenone si e proiettato il 
film, restaurato a colori nel pieno della 
sua durata originale di 270 minuti, con 
inserti a la flaneur di Blaise Cendrars, 
accompagnamento dello score sinfoni- 
co di Robert Israel, al netto di tutte le 
gamme di rosso che s’idearono apposi- 
tamente per la prima. All’epoca, dopo 
quattro mesi di riprese nella fuliggine 
delle ferrovie di Nizza, anche a costo 
di risultare distressing , Gance immagi- 
nava infatti tutta una serie di tints and 
tones violentissimi in plurime gamme 
di viola e di rosso ad animare, trasfigu- 
randola, la leggendaria locomotiva che 
doveva innescare un dramma da bestia 
umana. 

Gance postpone diverse volte la 
prima al Gaumont Palace, perche 
intanto i laboratori avevano trova- 


to nuovi metodi di tinting and to¬ 
ning, che, al posto di un seppia in¬ 
finite, di un rosa o di un blu, per- 
mettevano di avere rossi, viola, 
porpora e verdi. [...] Gance con Ie 
sue manie da megalomane voleva 
servirsi delle ultime innovazioni e 
s’era imbarcato in un’orgia di ba- 
gni: viola tinti di rosa, verdi sfuma- 
ti di giallo... tutto nel peggiore dei 
gusti! 4 

Con il colore s’accende in tutta la sua 
violenza la passione che divora il ferro- 
viere Sisifo, il quale si scopre fatalmen- 
te invaghito della figlioccia, che, inve- 
ro, ha rapito quindici anni prima; nel- 
Fabisso verde di cui si tinge la luna nel 
pozzo di casa, si proietta la gelosia 
prodotta dall’assenzio che intossica il 
vecchio. Non a caso il rosso e il verde 
dominano, e gia di per se complemen- 
tari, servono qui da trasposizione sim- 
bolica della malattia morale dei prota- 
gonisti, tutte vittime di quell’atto di 
creazione che, come recita l’epigrafe 
iniziale da Hugo, “e una grande ruota 
che nessuno puo rimuovere senza 
schiacciare qualcuno!”. Dal montaggio 
staccato di binari intersecantesi e di 
cingoli rotanti, si passa al totale del- 
l’interscambio che, fallando, provoca la 
strage. Al b/n del footage di repertorio 
con la folle corsa della locomotiva, nel- 
l’istante del testa coda tra i due treni, 
in un flash, si sostituisce il rosso fiam- 
mante della tragedia. E all’imbibizione 
impressionistica del deragliamento, se¬ 
gue il rosso anche piu sanguinolento di 
un vagone riverso, nel controluce di un 
orizzonte porpora, con il sole che, co¬ 
me un occhio di Satana, sfonda il cie- 
lo da dietro densi banchi di nubi an- 
ch’esse rossastre. Grazie al restauro, il 
colore riappare qui nella fosforescenza 
del viraggio originario, sorta di brace 
demoniaca che collide con le silhouttes 
nere degli operai nell’atto di rimuove¬ 
re i corpi dei martoriati. Segue il b/n e, 
in ultima battuta, ancora lo scarlatto. 
Da quest’inferno, in una nicchia rosso 
sbiadito, quasi rosa, emerge la bimba 
che provochera la dannazione di Si¬ 
sifo: lei, la rosa sulle rotaie. 

Dunja Dogo 

Note 

1. Michele Canosa, “Per una teoria del restauro 
cinematografico”, in Gian Piero Brunetta (a cura 
di), Storia del cinema mondiale , Torino, Einaudi, 
2001,voLV,p. 1076. 

2. Cesare Brandi, Teoria del restauro , Torino, Ei¬ 
naudi, 1977, p. 18. 

3. Richard Abel, “Le pubblicita celesti della 
Pathe”, in Fotogenia , n. 1,1994, p. 41. 

4. William M. Dr ew y Abel Gance’s “ Tragedy of Mo¬ 
dern Times ”, in libretto annesso al film La Roue , 
DVD ed. Flicker Alley, 2008, p. 9. 




La Roue 




CITTA DEL CINEMA 


III Cinema - Festa Internaziona- 
ie di Roma 

Roma, 22-31 ottobre 2008 

Inalovina chi viene a cena 

Twilight (Twilight , Catherine Hard- 
wicke, 2008) 

Qualcuno e ancora convinto che un 
festival di cinema si possa e si debba 
giudicare in base alia qualita comples- 
siva dei film selezionati. E un giudizio 
questo che scaturisce dalla malattia 
della cinefilia, talmente assediata dalle 
proprie ossessioni da cercare nel pro- 
gramma festivaliero la possibilita di 
appagare i propri piaceri privati. In 
realta, tutti lo sanno benissimo, la qua¬ 
lita dei film selezionati non dipende 
(quasi) mai dal direttore o dai suoi 
consulenti. La scelta puo essere deter- 
minata dalle imposizioni del mercato, 
dai capricci o dagli interessi di questo 
o quel produttore, dai giochi diploma¬ 
tic! e geopolitici o addirittura da quel 
che passa il convento, vale a dire quei 
film pronti in tempo utile per essere 
presentati nelle date del festival. L’edi- 
zione numero tre della Festa Interna- 
zionale del Cinema di Roma, mutata 
in Festival Internazionale del Film di 
Roma e diretta da Gian Luigi Rondi, 
e arrivata in porto con piu serenita di 
quello che le accese polemiche preven¬ 
tive facevano prevedere. Risultato? 
Medio e lo spessore “medio” del cine¬ 
ma presentato in e out: senza punte, 
senza scoperte, onestamente autoriale, 
(in)decentemente consumistico, con 
rarissimi picchi di urgenza o di scardi- 
namento. La giuria ha fatto il suo la- 
voro con intelligenza, senza escludere 
nessuno e senza includere premi “ne- 
cessari”. Sorvolando sul cinema italia- 
no in Concorso e non, antologia 
istruttiva e letale, afasica e inconclu- 
dente di cosa non bisogna (piu) fare al 
cinema, accade anche a Roma di vede- 
re nelle sezioni collaterali, in particola- 
re nell ’altro cinema di Mario Sesti (ex 
Extra), film che non avrebbero sfigu- 
rato al posto di quelli inseriti in con¬ 
corso. Ma da sempre la spartizione e la 
logica delle attribuzioni alle varie se¬ 
zioni resta la questione piu opinabile e 
misteriosa dell’intero apparato Festa 
e/o Mostra. 

Questa la cronaca delTordinarieta. Lo 
straordinario risiede invece altrove, in 
quella tempesta ininterrotta che ha an- 
negato gli schermi sotterranei dell’Au¬ 
ditorium e ha (quasi) spazzato via le 
due tensostrutture costruite per poten- 
ziare gli spazi di proiezione festivalie- 
ra. Il temporale ha aperto crepe nel 
muro della realta e la “Demetrio” e ap- 
prodata e ha “sbarcato” sul red carpet le 
creature redivive e perturbanti di 
Stephenie Meyer e sullo schermo 


quindici minuti delle loro versioni ci- 
nematografiche. Gli spettatori, tutti 
adolescenti, hanno varcato la soglia e 
raggiunto Forks, la citta senza sole nel- 
lo stato di Washington, dove una mor- 
tale innamora un immortale che so- 
prawive all’intollerabile luce del gior- 
no. Cost, insieme alle star, al glamour, 
alia mondanita e alle contestazioni 
studentesche a Roma hanno sfilato i 
vampiri vegetariani di Twilight , alle- 
stendo un teatro di autosuggestione 
collettiva. Due le sequenze scelte dai 
produttori: un invito a cena (la presen- 
tazione di Bella ai genitori di Edward) 
e un primo bacio in volo a perpendico- 

10 sopra il mondo. Nell’America che 
ha invitato a cena il John Prentice di 
Sidney Poitier, che ha “abolito” il con¬ 
cetto di razza, che ha integrato gli 
americani col trattino e ha eletto un 
presidente nero (figlio di un padre 
africano e di una madre americana), 
un vampiro puo ben amare e ricevere a 
casa un’adolescente mortale. Twilight e 

11 romanzo di formazione sentimenta- 
le di Edward e Bella, che appartengo- 
no a differenti comunita di origine e 
sono alia ricerca della loro identita e di 
un luogo (mentale) in cui vivere la lo¬ 
ro ingombrante eccezionalita (l’adole- 
scenza). Sono l’incarnazione dell’A- 
merica del XXI secolo, un paese nel 
quale i bianchi mortali sono destinati a 
non essere piu maggioranza, una co¬ 
munita impegnata nel piu ricco e com- 
plesso esperimento multiculturale che 
si possa immaginare. Twilight e un 
film che scivola su un piano inclinato e 
separa in due la sfera del creato: da una 
parte la realta dei vivi e dall’altra quel¬ 
la dei non-morti. Le due immagini si 
riflettono e sembrano una il negativo 
dell’altra, specchiando due adolescenti 
che capiscono l’amore e la morte, cele- 
brando il connubio tra la norma e l’a- 
nomalia, tra I’ordinario e l’incredibile. 
Come se 1’ultima irriducibile alterita 
fosse quella tra un cuore che batte e 
uno che non batte piu. Tra la presenza 
o l’assenza di calore di un corpo. La 
“bella” teenager innamorata di Twili¬ 
ght non e la prima a entrare nel Regno 
dei Morti, accettando che li sia la vera 
vita, che li stia l’abisso di emozioni e 
desideri, che di li bisogna passare. Co¬ 
me la Mina di Coppola, Bella scopre 
una creatura fuori dal comune, con cui 
instaura un rapporto privilegiato, ac¬ 
cettando la sfida d’amore e afffontan- 
do le proprie paure indotte da segnali 
terrificanti. Con Twilight risorge Ro¬ 
bert Pattinson, fulminate a morte dal¬ 
la maledizione di Voldemort, e ritorna 
al cinema il risurgente impudicamente 
sentimentale, che ha abbandonato ca- 
stelli ottocenteschi e brughiere desola¬ 
te per insediarsi in centri urbani e nei 
problemi della societa contemporanea. 
Nel 1992 Francis Ford Coppola af- 


fronto il mito centrale e storico del- 
l’horror: Dracula, introducendo nuove 
possibilita per il vampiro cinematogra- 
fico. Prima di allora il cinema aveva 
prodotto i Dracula di Cristopher Lee e 
Bela Lugosi e i Nosferatu di Murnau 
ed Herzog, archetipi di enorme fasci- 
no, esseri metafisici o maschere ipnoti- 
che fissate nella loro arcana capacita di 
seduzione. Coppola fu il primo a do- 
nare al personaggio letterario di Bram 
Stoker una complessita interiore, co- 
struendogli un passato ma soprattutto 
esibendo la sua anima mostruosa e (fi- 
nalmente) umana. Il Dracula di Gary 
Oldman mostrava un corpo sofferen- 
te, tormentato e desiderante. Partendo 
dalle pagine del celebre romanzo di 
Stoker, Coppola finiva per usarle in 
funzione della sua idea di cinema tota- 
le: il suo Dracula ripercorreva e vampi- 
rizzava le piu celebri versioni cinema- 
tografiche, rifiutando l’impiego di ef- 
fetti speciali per reinventare i trucchi 
ottici tradizionali, lavorare sulle tra- 
sparenze, le sovrimpressioni, i mon- 
taggi paralleli. Il cinema e vampiresco 
ma Dracula non e il cinema. Il Dracu¬ 
la di Oldman e soprattutto un corpo 
dolorante per desiderio d’amore. Dra¬ 
cula ama. Dracula ama Mina, sposa fe- 
difraga di Jonathan Harker, nell’unica 
scena dichiaratamente erotica del ci¬ 
nema di Coppola. Nel talamo il san- 
gue e il surrogate del sesso. E l’amore, 
struggente e profondo, a muovere il 
Conte di Oldman e l’eterno diciasset- 
tenne Edward Cullen. E l’amore anco¬ 
ra a fondare e rivelare la loro umanita, 
che nasce e si definisce a partire dall’i- 
stante in cui hanno percepito la neces¬ 
sity, l’unicita e l’irripetibilita di un sen- 
timento. Sono vampiri che non ci vo- 
gliono spaventare. Sono vampiri che ci 
vogliono sedurre attraversando gli 
oceani del tempo o volando oltre le 
nuvole. L’emozione di questi non mor¬ 


ti e plateale: piangono d’amore nei se- 
coli, mutano aspetto e scatenano tem- 
peste. Sono sovreccitati e spasimano di 
lei, della fanciulla a cui mostrano i se- 
gni della loro secolare sofferenza nel- 
l’attesa della consegna consapevole 
della sua anima, del suo cuore. La dia- 
lettica cristallina tra bene e male, 
conforme e difforme, si dissolve nell’e- 
terna tensione tra luce e ombra, senso 
del peccato e amoralita, potere della 
ragione e suggestione dell’irrazionale 
amore, che vuole spezzare l’interdetto 
triste per cui i vampiri “non devono” 
poter vivere alia luce del sole ma devo¬ 
no continuare ad appartenere alle te- 
nebre. Nella luce lunare di notti che 
non sono notti e giorni resi incerti dal¬ 
la luce, in quel risvegliarsi di vampiri al 
tramonto o in quel mai dormire di 
vampiri al “crepuscolo”, il mito e satu- 
ro di eccitazione sessuale ma non c’e 
rappresentazione di sessualita. L’inte- 
resse erotico dei vampiri in amore e 
ossessivamente orale. Il bacio subentra 
al morso e lascia intravedere la com- 
pleta intimity di un desiderio che non 
puo morire. £ la sindrome dei “fiori 
(buoni) del male”. Dal peccato nasce 
Femozione di un cuore che batte, un 
corpo dalle infinite forme, giovane, 
vecchio, seducente e ripugnante, vita e 
non vita. Il mondo sconvolto si dibat- 
te, ormai mutante dopo l’amore con 
Dracula ed Edward. 

Marzia Gandolfi 



Twilight 


47 





























































CITTA DEL CINEMA 


48 



Frontiere(s) 


Science + Fiction 08 - Festival In- 
temazionale della Fantasdenza 

Trieste, 11-16 novembre 2008 

A volte ritomano: la fantasdenza 
“sodale” 

Tres Dias (Before the Fall, F. Javier 
Gutierrez, 2008) 

Martyrs (Pascal Lugier, 2008) 

Sleep Dealer (Alex Rivera, 2008) 
Frontiere(s) (Xavier Gens, 2008) 

The Objective (Daniel Myric, 2008) 

Si e tenuta quest’anno l’ottava edizio- 
ne del festival triestino dedicate all’e- 
splorazione dei mondi del fantastico, 
organizzato dal centro ricerche e spe- 
rimentazioni cinematografiche La 
Cappella Underground e caratterizza- 
to da numerose anteprime, retrospetti- 
ve, eventi speciali ed incontri, succedu- 
tisi in una densa settimana. Anche 
questa edizione si e caratterizzata per 
ricchezza e una certa eterogeneita di 
temi e contenuti che se da un lato ha 
deviate in parte dal “topic” dichiarato 
del Festival, d’altro canto ha permesso 
di visionare all’interno della manife- 
stazione, accanto a nuove tendenze e 
film di culto del cinema sci-fi - 2001: 
Odissea nello Spazio {2001: a Space 
Odyssey, S. Kubrick, 1968), Barbarella 
(R. Vadim, 1968), Ultimatum alia Ter¬ 
ra {The Day the Earth Stood Still, R. 
Wise, 1952) -, anche produzioni di 
genere fantasy, horror e persino docu- 
mentario, con la presentazione, ad 
esempio, di Encounters at the End of the 
World (2007), il divertente e divertito 
documentario realizzato da Werner 
Herzog durante il suo soggiorno pres- 
so la base americana di McMurdoc in 
Antartide, in un paesaggio spesso 
“alieno” e lunare, del tutto in tono con 
la kermesse. Vincitore del Premio 
Asteroide di quest’anno, Tres Dias di 
FJ. Gutierrez, a conferma di una ten- 
denza in atto gia dalla scorsa edizione 
che vede il cinema ispanico tra i prota- 
gonisti del festival per numero e qua- 
lita di pellicole. Restano solo tre gior- 
ni alia fine del mondo a causa dell’ine- 
vitabile impatto con un meteorite e 
l’intero pianeta si trova improwisa- 
mente alio sbando. Ale e sua madre 
decidono allora di raggiungere i nipoti 
rimasti soli e isolati in campagna, na- 
scondendo loro la verita sul destino del 
pianeta affinche trascorrano serena- 
mente le ultime ore della loro esisten- 
za; questo fino al momento in cui ven- 
gono raggiunti da un misterioso e in- 
quietante personaggio che si proclama 
vecchio amico del loro padre. A ben 
vedere nel film il tema fantascientifico, 
l’impatto col meteorite, rimane di fat- 
to sullo sfondo: causa scatenante gli 
eventi, letteralmente alfa e omega del- 
l’intera vicenda. La pellicola passa in- 


vece, in modo riuscito, attraverso il 
giallo, la suspense e l’azione, con un 
breve accenno anche al romanticismo, 
unica nota forse stonata perche ap- 
prossimativa e non indagata a suffi- 
cienza in una narrazione altrimenti 
durissima ma ben congeniata, come ha 
polemicamente evidenziato la brava 
interprete Mariana Cordero, presente 
in sala. Altra produzione in gara e me- 
ritevole di uno sguardo piu approfon- 
dito, se non altro per le numerose po- 
lemiche che l’hanno accompagnata al- 
l’estero'con tanto di millantati sveni- 
menti in sala, e Martyrs, coproduzione 
franco-canadese diretta da Pascal Lu¬ 
gier, gia regista di Sant'Ange (2004). Il 
film, sottoposto in Francia a censura, 
cosa che non accadeva da died anni al- 
meno e che ha causato per questo vive 
proteste e coalizioni pro-liberta d’e- 
spressione, esordisce con il ritrova- 
mento di una ragazzina denutrita e 
martoriata, in fuga per le strade di una 
non meglio precisata citta francese. 
Quindici anni piu tardi, la stessa ir- 
rompe in cerca di vendetta in casa di 
una “normale” famiglia nei cui membri 
b convinta di aver riconosciuto i suoi 
aguzzini di un tempo. La pellicola si 
sviluppa, poi, come un vero e proprio 
inno alia sofferenza, tra fiumi di san- 
gue, allucinazioni e atti di autolesioni- 
smo, in un crescendo di violenza gra- 
tuita che vorrebbe invece essere moti- 
vata da pretese di mistitismo, di fatto 
assolutamente “mancate”. Tra i mille 
difetti di una pellicola che punta trop- 
po in alto, mentre il suo plot ha ben 
poco da aggiungere rispetto alia tradi- 
zione orrorifica, bisogna pero ricono- 
scere Foriginalita con cui il film affron- 
ta la vicenda narrata secondo un regi- 
stro sostanzialmente inverso rispetto a 
quello tipico del genere: siamo infatti 
da subito immersi, ex abrupto, in un 
clima violento e sanguinario, mentre 
con l’avanzare della narrazione l’ele- 
mento piu brutale viene affrontato in 
modo sempre meno diretto, seppur la 
violenza si faccia anche piu terribile fi¬ 
no a conseguenze estreme in occasione 
del martirio a cui viene sottoposta la 
protagonista. A differenza di quanto 
awiene nei film splatter, dunque, la 
macchina da presa non indugia sui 
dettagli piu cruenti, ma tende ad usa- 
re, in crescendo col procedere della 
narrazione, il meccanismo della reti- 
cenza facendosi allusiva attraverso l’al- 
lontanamento fisico dai soggetti in- 
quadrati e 1’uso del fuoricampo. Anche 
1’ambientazione e in linea con questo 
approccio atipico rispetto al genere cui 
la pellicola appartiene, e si modifica 
con l’evolversi della vicenda, che anzi- 
che svolgersi in locali progressivamen- 
te sempre piu sordidi e fatiscenti, come 
da manuale, diviene invece via via piu 
rarefatta e asettica. 


Nel variegate parterre della manifesta- 
zione merita, poi, almeno una citazio- 
ne Chemical Wedding, diretto da Julian 
Doyle e sceneggiato da Bruce Dickin¬ 
son, ex-frontman del gruppo heavy 
metal Iron Maiden. Il film, curioso ne- 
gli intend ma decisamente poco riu¬ 
scito, si ispira ad Aleister Crowley, 
poeta, occultista e mito di molti 
rockers del calibro di Mick Jagger e 
Jimmy Page. Inoltre, e bene ricordare 
anche Akumu tantei 2 {Nightmare De¬ 
tective 2) sequel del celebre film di 
Shinya Tsukamoto. Il film, rispetto al 
precedente, risulta un po’ piu scontato 
nella trama che lo awicina ad altri 
classici dell’horror nipponico. La pelli¬ 
cola e comunque ricca di momenti ca- 
richi di tensione e in grado di far scor- 
rere piu di un brivido lungo la schiena. 
La regia di Tsukamoto si conferma 
suggestiva e spettacolare, alternando 
movimenti di macchina frenetici ad 
attimi di pausa, nello stile personale e 
caratteristico del regista. 

Volendo, pero, identificare nel vasto 
programma proposto un carattere di- 
stintivo di particolare rilevanza, pos- 
siamo individuarlo nel ritorno di inte- 
resse, dopo anni di pressoche totale 
oblio, per la cosiddetta “fantascienza 
sociale”. Tra le pellicole presentate 
possiamo, infatti, ricondurre a questo 
filone un film come il messicano Sleep 
Dealer di Alex Rivera, che narra di un 
angosciosamente possibile future dove 
Facqua e un bene prezioso controllato 
da compagnie private che vi specula- 
no, obbligando i campesinos messicani 
a procacciarsi lavoro Olegalmente pres- 
so la frontiera con gli Stati Uniti, nel¬ 
la speranza di poter emigrare. Gli Usa 
xenofobi hanno, pero, risolto il proble- 
ma immigrazione utilizzando i messi¬ 
cani da oltre confine: questi sono co- 
stretti a passare interminabili, insalubri 
ore connessi alia rete per comandare a 
distanza robot lavoratori. Altro film 
della manifestazione inscrivibile in 
questa corrente dal risvolto sociale e il 
decisamente cruento Frontiere(s) del 
francese Xavier Gens: in una Francia 
segnata da banlieus in fiamme e prossi- 


ma a elezioni presidenziali che vedono 
contrapporsi un candidate conservato- 
re ed uno di estrema destra, un gruppo 
di giovani delinquenti, per sfuggire al¬ 
ia polizia, trova rifugio in una locanda 
isolata che nasconde in realta un grup¬ 
po di neo-nazisti cannibali. Nonostan- 
te il film sia piu prossimo all’horror- 
splatter che alia fantascienza, ritrovia- 
mo, anche qui, la presenza di temi so- 
ciali oggigiorno sentiti, quali la xe- 
nofobia e l’odio razziale, unitamente 
all’abbozzo di un mondo possibile - 
per dirla “alia Eco” - inquietantemen- 
te plausibile seppur portato alfieccesso 
per owie ragioni narrative. L’attualita 
si ripresenta, almeno in parte, anche in 
The Objective di Daniel Myric, gia no¬ 
te al grande pubblico per il fenomeno 
The Blair Witch Project (1999). Due 
mesi dopo l’attacco al World Trade 
Center una squadra speciale viene 
mandata in missione nel deserto afga- 
no, luogo che nessun popolo e mai riu¬ 
scito a conquistare o controllare: ne gli 
Inglesi, ne i Russi, ne gli Americani. 
Questo perche nelle aree desertiche 
del Paese si cela un misterioso, e fanta¬ 
scientifico appunto, segreto. Nel film 
elementi estremamente reali, quali il 
fronte mediorientale cosi come puo 
essere vissuto dall’esercito statunitense 
ed il problematico confronto con la 
popolazione locale, si uniscono ad al- 
cuni dei topoi tra i piu tipici della fan¬ 
tascienza: un gruppo isolate, eventi 
misteriosi, leggende e superstizioni, 
apparizioni aliene e oggetti volanti 
non identificati. Cio che traspare da 
queste pellicole affacciate sul sociale e, 
dunque, una lettura sconfortante per 
quanto suggestiva - e forse figlia di 
tempi non facili - del presente, sia es- 
so proiettato nel futuro piuttosto che 
in una realta alternativa: non ci resta, 
dunque, che confidare o nella funzione 
catartica di queste rappresentazioni, o 
in tempi migliori. 

Laura Sangalli 








XXVI Torino Filin Festival 

Torino, 21-29 novembre 2008 

II chiaro percorso del cinema di 
Oguri Kohei 

Muddy River (Doro no kawa , 1981) 

For Kayako (Kayako no tameni , 1984) 
The Sting of Heath (Shi no Toge, 1990) 
Sleeping Man (Nemuru Otoko, 1996) 

The Buried Forest (Umoregi , 2005) 

II secondo ed ultimo anno del Torino 
Film Festival sotto la direzione di 
Nanni Moretti (passata ora a Gianni 
Amelio), si e distinto per un program- 
ma particolarmente ricco... forse trop- 
po, tra film in concorso, retrospettive, 
sezioni collateral!, omaggi, cortome- 
traggi, mediometraggi e chi piii ne ha 
piu ne metta. La kermesse ha visto 
uscire vincitore il duro Tony Manero di 
Pablo Larrain, bel film ambientato nel 
Cile del 1978, in cui la brutalita che 
scandisce la vita del protagonista si fa 
riflesso della violenza di Stato negli 
anni della dittatura di Pinochet, cosi 
come la sua perdita e ricerca di identita 
riflettono quella dell’intero Paese. Co¬ 
me gia accaduto per le precedenti edi- 
zioni, il festival si e, pero, fatto partico¬ 
larmente apprezzare per le ampie e cu¬ 
rate retrospettive: la prima, copiosissi- 
ma, dedicata a Roman Polanski; la se- 
conda, particolarmente pregevole, inti- 
tolata al “piu americano dei registi 
francesi”, Jean-Pierre Melville; la ter- 
za, coraggiosa ma un po’ piu sconclu- 
sionata, rivolta alia British Reinassan- 
ce, che ha riunito una caleidoscopica 
varieta di produzioni in forza del sem- 
plice fatto di essere britanniche e post 
anni Ottanta, senza convincere fino in 
fondo. A queste tre retrospettive uffi- 
ciali si pud poi, “ufficiosamente”, ag- 
giungerne una “mezza” in piu, nata co¬ 
me omaggio al regista Oguri Kohei e 
sviluppatasi, di fatto, come una retro- 
spettiva vera e propria, avendo riper- 
corso l’intera opera del cineasta nippo- 
nico, composta del resto di sole cinque 
pellicole per quasi trent’anni di came¬ 
ra. Cantore acuto della realta del 
Giappone dal secondo dopoguerra a 
oggi, sospeso tra l’onirico e il realistico, 
il pluri-premiato Oguri si e guadagna- 
to una candidature all’Oscar per il mi- 
glior film straniero con la sua opera 
d’esordio, Muddy River (1981), un 
Gran Premio della Giuria e un Premio 
FIPRESCI a Cannes con The Sting of 
Death (1990) oltre a numerosi altri ri- 
conoscimenti. 

Muddy River e l’adattamento dall’o- 
rnonimo romanzo di Teru Miyamoto e 
racconta di un gruppo di ragazzini, 
nell’Osaka post bellica di un Giappo¬ 
ne ancora non interamente ripresosi 
daU’esperienza del secondo conflitto 
mondiale. Decisamente retro, oltre al¬ 


l’ambientazione, sono anche il genere 
e lo stile del film: si tratta infatti di uno 
shomingeki, dramma tradizionale nip- 
ponico di stampo neorealista in disuso 
da decenni, realizzato in un sorpren- 
dente bianco e nero “slabbrato” che lo 
fa sembrare una pellicola di quegli 
stessi anni Cinquanta in cui il film tro- 
va svolgimento. La storia narra l’inten- 
sa e breve amicizia tra Nobuo, figlio 
del gestore di un ristorante sulle spon- 
de del flume Aji, e due ragazzini, fra- 
tello e sorella, che abitano su di un 
barcone assieme alia madre, datasi alia 
prostituzione dopo la morte del mari- 
to in guerre. Il film accompagna il gio- 
vane Nobuo attraverso varie esperien- 
ze, come la conoscenza della morte, di 
cui il Giappone post-bellico e pregno, 
verso la consapevolezza dell’eta adulta 
per lasciarsi alle spalle la spensieratez- 
za dell’infanzia. Il fango che da titolo 
al film e, per il regista, l’essenza stessa 
del flume: come l’acqua che alia fonte 
e limpida, ma nel suo percorso verso il 
mare, nella sua trasformazione da ru~ 
scello in rio, diventa sempre piu fango- 
sa, cosi procede la vita dell’uomo che 
“si sporca” attraverso l’esperienza della 
crescita. E dunque il fango dell’uma- 
nita che il regista vuole celebrare. 
Anche il secondo film di Oguri, il ra- 
refatto Kayako no tameni, e un dramma 
e di nuovo, il regista, nella sua narra- 
zione parte dalla storia, quella del 
Giappone post bellico, dedicando que- 
sta volta attenzione alle non facili con- 
dizioni degli immigrati coreani nel 
Paese. La vicenda, tratta da un roman¬ 
zo di Hwe-Song Lee, narra d’un amo- 
re struggente e impossibile tra due 
giovani, e si sviluppa in una serie di 
complessi andirivieni tra Giappone e 
Corea, passato e presente, movimento 
e immobility. Da qui parte la prima ri- 
flessione metatestuale del regista che, 
individuando alia base della creazione 
del cinema la “fede nel movimento” - 
ripensando alio stupore dei primi spet- 
tatori di fronte a proiezioni quali quel¬ 
le dei treni in corsa -, si interroga ora, 
dopo un secolo di storia dalla nascita 
della settima arte, sulla questione di 
cosa sia dawero movimento : in questo 
film il regista vuole far percepire, infat¬ 
ti, un moto che, piuttosto che esterio- 
re, e invece “interno” ai personaggi, fi¬ 
gure immobili e ostaggio di un Paese 
ostile. 

Sempre nel Giappone “ferito” degli 
anni Cinquanta si ambienta anche il 
terzo e il piu duro dei film di Oguri, 
apice di questa prima parte del suo 
percorso artistico: The Sting of Death, 
film che, attraverso l’allegorica rappre- 
sentazione di un insano rapporto di 
coppia, si propone di rappresentare la 
condizione spirituale dei giapponesi 
nell’immediato dopoguerra, interro- 
gandosi sulla capacita deE’uomo di 


riemergere dall’abisso. Miho e Toshio 
sono felicemente sposati e hanno due 
figli. Quando Miho scoprira, pero, la 
relazione del marito con urialtra don¬ 
na, attraversera una profonda crisi spi¬ 
rituale che si trasformera in ossessio- 
ne, e finira col travolgere l’intero nu- 
cleo famigliare e trascinarlo verso la 
follia. Il film rappresenta lo strappo 
piu lacerante nel sentire dell’essere 
umano, accostabile appunto a quello 
dell’intero Giappone post-bellico, 
spezzato nelle proprie illusioni. Tale 
“strappo” viene reso anche a livello sti- 
listico attraverso una narrazione che si 
fa ellittica, mentre l’inquadratura si 
stringe sui personaggi e diviene essen- 
ziale, indagatrice e spietata. L’impian- 
to della pellicola e tanto forte, il peso 
cosi grave, che difficilmente sarebbe 
stato possibile per il cineasta prosegui- 
re nella stessa direzione, e continuare a 
indagare questa frattura spirituale del- 
1’uomo moderno e nel contempo en- 
demico dell’intero Sol Levante in un 
certo momento della sua storia. Cosi il 
film successivo sembra segnare una 
svolta nel modo di procedere di Ogu¬ 
ri, che passa a narrare di un Giappone 
oramai spiritualmente riappacificato 
con se stesso; tale svolta non rappre¬ 
senta, pero, un passo indietro del ci¬ 
neasta, che rimane su posizioni estre- 
me per quanto riguarda 1’audacia delle 
soluzioni narrative, anche se ben diver¬ 
se dalle precedenti. Con The Sleeping 
Man il clima del racconto comincia, 
dunque, a farsi sereno, leggero, affabu- 
latorio, quasi magico, seguendo le vi- 
cende di una serie di personaggi che 
gravitano, in modo diverso e per diver¬ 
se ragioni, attomo ad un uomo in sta¬ 
to comatoso da tempo, Takuji, fino a 
quando questi sembra decidersi ad ab- 
bandonare il proprio corpo per trasfor- 
marsi in un alito di vento. Con i temi 
affrontati, dicevamo, Oguri cambia 
anche il modo di narrarli e la riflessio- 
ne linguistica del regista prende allora 


una piega differente: non e piu indiriz- 
zata a raccontare una vicenda che se- 
gua uno sviluppo lineare, da un punto 
d’inizio alia conclusione, ma al contra- 
rio mira ora a permettere a ciascuno di 
trovare il proprio itinerario, i propri 
punti di arrivo e partenza. Alio stesso 
modo, Oguri sostiene che mentre la 
maggior parte dei film sono fatti per 
poter essere seguiti attraverso i dialo- 
ghi, la gente non sia cresciuta ascoltan- 
do solo parole e la narrazione possa es¬ 
sere portata avanti anche per diverse 
vie, attraverso la musica o le immagini, 
che come il racconto nascondono una 
moltitudine di significati che spetta a 
ciascuno interpretare secondo un suo 
proprio percorso. A partire da The 
Sleeping Man, dunque, il cineasta piut¬ 
tosto che narrarci vicende o aweni- 
menti, comincia a rappresentare storie 
intimiste e poetiche, ai confini dell’o- 
nirico, fatte di suggestioni create attra¬ 
verso le immagini e i suoni. La narra¬ 
zione, intesa nel senso tradizionale del 
termine, sembra allora rimanere so- 
spesa, in una bolla (a)temporale, in una 
foresta pietrificata appunto, come in 
Umoriegi, ultimo film del regista e 
apoteoei del suo rinnovato modo di 
procedere, punto d’incontro tra favola 
e realta. Non conta piu l’avanzare del¬ 
la storia, che si fa astratta, ma la perce- 
zione sensibile dell’esperienza deEa 
proiezione. Oguri Kohei sembra, dun¬ 
que, aver seguito nella sua opera un 
percorso netto, preciso, in un certo 
senso circolare, anche se non concluso, 
che parte dal peso della storia per arri- 
vare alia leggerezza della favola, proce¬ 
dendo dalla gretta concretezza del ca- 
vallo bloccato nel fango con cui si apre 
il suo primo film, alia levita del rosso 
cavallo di carta che volteggia nel cielo 
sopra la foresta pietrificata del suo ul¬ 
timo lavoro. 

Laura Sangalli 





Immagine (in) movimento 

Le nuove frontiere dell’aninlazione 


J .’animazione s.i'\a il cinema? Piu che 
una domanda, i'affermazione pate una 
ia p.itto di comprendere a 

1 til«> di qi aside cotibumo c cli distribu- 
: : - zione internazionaie, non vi c alcun 
dubbio chc Fanimaztone al cinema 
rare ccrtezze che 
gli esercenti, di stagione in stagione, 
possiedono Sottoposti alle oscillazioni 
\ del mercato e all’incostanza del pub- 1 
blico, non possono essere certi iino in 
fbndo dell’affidabilita garaiitita dai 
singoli. generi. Si chiedono: quanto 
durera la passione per il fantasy? Che 
fine ha fatto la commedia in stile Meg 
Ryan? Dove sono finiti i grandi melo 
come La mia. Africa o IIpaziente ingle- 
si ? Come sostituire il tramontato Be- 
nigni? Perche il clamoroso, indicibile 
successo planetario di II cavaliere oscu- 
ro non ha funzionato da noi? Una sola 
cosa sanno per certo: con l’animazione 
vanno sul sicuro. Tra i primi incassi 
dell’anno, i film di Dreamworks, Di¬ 
sney, Pixar, Blue Sky non mancano 
quasi mai - anche a fronte di qualche 
sorpresa negativa (Ortone e il mondo dei 
Chi) e di qualche pellicola giudicata 
troppo adulta dal nostro pubblico 
( Wall-E ). 

Dunque, da questo punto di vista, 1’a- 
nimazione salva il consumo di cinema, 
in Italia e probabilmente anche all’e- 
stero. Ma in quale -altro modo potrem- 
■ mo rafforzare qu&ta afFermazione? 
Pensiamo a quanto sta awenendo nel 
cinema tradizionale. Si dice che i new 
media stiano erodertdo, anche lingui- 
sticamente, gli spazi del cinema com- 
mereiale, e che - ormai - di fronte a 
opere come la nuova trilogia di Star 
Wars o ai megaprodotti delle saghe su- 
pereroistichc, i confini tra film live e 
;|:;!nlm animate siano molto labili. £ non 
pariiamo poi di quelle tecniche come 
fffdffffptfaptiire che teorizzano l’ab- 
hattimento delle frontiere a partire 
dala pfnpria stessa applicazione. L’a- 
ofonaztoee, dhnque - piu e megllo del 
cinema inteso come dispositivo della 
rjproduzione fotografica della realta - 
si pud facilmente adeguare ai nuovi 
media e aJTawento del digitale, come 
dimostra Jia^caslehtel'titima genera- 
Zione di lungometraggi per bambini. 

Se p n \ olessimo dare ospitalita anche 
ai giudizi critici, potremmo notare co¬ 
me non di nisfo i commentated e gli 
specialists siano d’acconio nell’affer- 
mare che k “ricetta" della Hollyv^H 
l h-aca oqgi -j ri'. o n a in Ratattnnlk © 
Cars piuttosto che nei sempre piii atfa- 
stellati blockbuster live. Tutto do ha 
permesso all’animazione di uscire dal- 
la riserva indiana del film per famiglic 


e di proporsi apemmente come ipote- 
si estetica e formale per un cinema 
americano rinnovato, tecnologicamen- 
te all’avanguardia, ma anche neoclassi- 
co, tradizionale e per tufti i gusti. 

Ecco perche abbiamo pensato che fos¬ 
se giusto, per Cinergie, fare i conti con 
F animazione contemporanea, a partire 
proprib dal - rinnovamento radicale 
delle sue caratteristiche espressive. 
Due dei saggi iniziali dello speciale, 
d’altra parte, ricordano come l’anima- 
zione - di per <e - possa anche non es¬ 
sere considerata una forma di cinema. 
Questa tesi - anziche ridurre il nostro 
spazio di manovra — ci stimola a osser- 
vare l’universo animate con strumenti 
molto: flessibili, e ci ritorda che’i lin- 
guaggi; animati abitano i luoghi piu 
impensati. Ed ecco l’altra ragione per 
la quale, da subito, abbiamo considera¬ 
te riduttivo concentrarci solamente sul 
rapporto tra animazione, new media e 
cinema di prima visione. E abbiamo 
pensato di costruire un gruppo di in- 
telfepti Ixholto variegato sidl’anima- 
zione online, sull’animazione under¬ 
ground, e suffanimazione a contatto 
con Fambito delle pratiche artistiche 
contemporanee. Si scopre, come sem¬ 
pre accade, che il massimo della visibi- 
lita c il minimo della nicchia sono piu 
osmotici di quanto si tenda a credere e 
che - nell’animazione piu che altrove - 
la porosita garantita dai new media e 
dall’informatica e destinata a costitui- 
re una grande ricchezza. 

Il mare magnum dell’animazione con¬ 
temporanea contempla-ogni possibi- 
lita. Si pud facilmente notare - in al- 
cuni casi partendo proprio dagli studi 
di caso che seguono - come Fanima- 
zione sia un terreno di negoziazione 
con il “narrativo”da parte di figure ar¬ 
tistiche dalle provenienze piu dispara¬ 
te. Si pensi agli autori di fumetto e il- 
lustrazione che hanno cominciato ad 
animare alcuni lavori ( Peurfs) du noir , 
per fare un esempio); a coloro che pro- 
vengono dall’artc di strada e dal graffi- 
tismo (come il writer Blu); agli artisti 
della web art e agli esperti di linguag- 
gi informatici, che lavorano sul crinale 
sospeso tra arte del software e anima- 
zionc. O al caso Mathtnima. E gli 
esempi potrebbero proseguire. 
Animazione, oggi, significa dunque da 
una parte l’aprirsi di potenzialita pres- 
soche Infinite di espressione “non li¬ 
ve" , e dall’altraapprodare a forme nar- 
rative e visibili anche per frequentato- 
ri di pratiche artistiche Ann a questo 
moment© assai lontani, e magaii un 
po’sospettosi neiconfronti di questa 
|8rfii| i pr. siva, I perimetri dell’ani- 
fii 71 ’ ,imn mi"-.', i vecchl enuo- 
s ,, ne i ntefaziom e riHediazioni nei 
. i i • ' '-i ’ l|gh altri hieizi devono es- 
< t ,i , n 'i , ip,i a -tire dal dato 
||t liilite! i new media sembrano 


aver liberate un’arte, finalmente libera 
- come meritava - di viaggiare tra le 
immagini in movimento senza piu 
vincoli industriali. 

Roy Menarini 


:SS 




Filmdtati 

Cars (John Lasseter, Joe Ranft, 2006). 
La mia Africa (Out of Africa , Sidney 
Pollack, 1985). 

Il paziente inglese {The English Patient, 
Anthony Minghella, 1996). 

Ortone e ilmondo dei Chi (Horton Hears 
a Wholfimmy Hayward, Steve Marti¬ 
no, 2008). 

Peur(s) du noir (Blutch, Charles Burns, 
Marie Caillou, Pierre Di Sciiillo, Lo¬ 
renzo Mattotti, Richard McGuire, 
2007). 

Ratatouille (Brad Bird, Jan Pinkava, 
2007). 

Wall’E (Andrew Stanton, 2008), 










In principle era I’equivoco scolare commedia e dramma (si pensi 

a Bambi o a Biancaneve e i sette nani 2 ), 
Qualsiasi discorso sul cinema d’ani- tendente al realismo ma attratto dal- 
mazione dovrebbe partire da un breve l’umorismo surreale (ancora Disney e, 
saggio di Alexandre Alexeieff pubbli- opposto e simmetrico, Tex Avery), 
cato in Cartoons. Cento anni di cinema pensato per i bambini e solo eccezio- 
d'animazione : nalmente destinato agli adulti. Quan- 

do il “fratello maggiore del cinema ac- 
cetto il ruolo di cadetto” 1 implicita- 
[...] Il FILM D’ANIMAZIONE mente accetto anche che i contributi 

e vittima di un errore di classifica- dei suoi artisti venissero considerati di 

zione, o piuttosto di due errori. minore peso rispetto al cinema dal ve- 

Uno consiste nel confonderlo con ro. All’animazione si e comunque rico- 

il disegno animato (come si po- nosciuta una componente artigianale, 

trebbe confondere un aeroplano un lavoro certosino e paziente: le mi- 

con un aquilone); un altro nel con- gliaia di disegni su fogli di acetato o, 

siderarlo come una specie di “cine- piu recentemente di PVC, e la laborio- 

ma”, mentre potrebbe altrettanto sa creazione dei modellini e le lunghe 

bene trattarsi di PITTURA, di pose della stop-motion hanno senz’al- 

DISEGNO, di INCISIQNE o tro contribuito a quella “mitologia ani- 

anche di SCULTURA in movi- mata” tanto affascinante quanto in 

mento. (Si considera forse un ri- odore di ossessione. Tale stereotipo 

tratto dipinto a olio come una spe- non prevede l’utilizzo del computer 

cie di fotografia?). perche questo sembra semplificare ec- 

Questa confusione tra l’ANIMA- cessivamente il processo creativo ne- 

ZIONE e il “cinema” data dalla gando l’abilita nel disegno richiesta 

prima proiezione cinematografica agli animatori. Ma la tecnologia e di 

dei fratelli Lumiere a Parigi nel per se neutra e da risultati diversi a se- 

1895. Ora, Emile Reynaud mo- conda di come viene impiegata, dun- 

strava il suo THEATRE OPTI- que il computer pud assecondare lo 

QUE al museo Grevin gia nel stereotipo ed essere il simbolo della ri- 

1892. Tutte le immagini di Rey- produzione seriale, oppure puo cercare 

naud erano disegnate a mano. Si nuove vie e permettere soluzioni grafi- 

assicura che l’invenzione del “cine- che innovative. Piu spesso pero genera 

ma” era copcrta dai brevetti di una sorta di terza via in cui le due 

Reynaud: che non ebbe denaro componenti cercano un equilibrio e 

sufficiente per fare causa ai fratelli una convivenza. 

Lumiere, e vincerla. Il primo archivio di movimenti labiali, 

Comunque sia, e legittimo consi- gesti e situazioni da riutilizzare in ani- 

derare il cinema come un caso par- mazioni diverse e stato realizzato negli 

ticolare di animazione, una sorta studi di Hanna c Barbera: a partire da- 

di sostituto industrial a buon gli anni Sessanta, la creazione di sit- 

mercato; destinato a sostituire l’o- com animate come gli Antenati richie- 

pera dello spirito di un artista co- deva di contenere i costi e i tempi di 

me Emile Reynaud per mezzo realizzazione e dunque poter recupera- 

della fotografia di modelli umani re un movimento senza doverlo svi- 

in movimento. lupparc di nuovo era unesigenza eco- 

[...] Il cinematografo dei fratelli nomica piuttosto che estetica. Ma l’a- 
Lumiere eclisso dunque con la piu nimazione computerizzata conoscc 
grande facilita del mondo l’Ani- anche un altro percorso, parallelo e 
mazione di Emile Reynaud: il pro- sperimentale. Alla fine degli anni Set- 
dotto industriale vinse facilmente tanta Stan VanDerBeek, gia autore di 
sullopera dell’ingegno, perche si caustici cutout a sfondo politico, realiz- 
rivclo meglio commcrciabilc 1 . za, con il supporto della Nasa, alcuni 

cortometraggi per dimostrare le po- 
L’animazione dunque non e un genere tenzialita della grafica computerizzata. 

cinematografico ma una diversa forma Nello stesso periodo il programma 

di riproduzione dell’immagine in mo- Sketchpad messo a punto dal MIT per 

vimento, piu affine alle arti figurative le simulazioni di volo e la cartografia, e 

che alia fotografia, capace di esprimer- usato per esperimenti astratti in bian¬ 
si attraverso generi e tecniche diverse co e nero. Un considerevole passo 

che spesso, nell’inevitabile processo di avanti viene fatto con fimpiego di cal- 

industrializzazione del cinema, hanno colatori come Scanimate o Caesar che 

assottigliato il confine tra produzione non sintetizzano piu immagini nume- 

artistica e popolare. Ma nei deccnni si riche ma immagazzinano nella memo- 

e radicata 1’idea che animazione equi- ria del computer gruppi di forme geo- 

valga a disegno animato e che que- metriche in cui ogni punto luminoso 

st’ultimo sia solamente quello messo a sullo schermo televisivo (pixel) e trat- 

punto negli studi statunitensi, molto tato come una singola informazione. 

fluido nel movimento, capace di me- Questo procedimento permette di rea- 


Madagascar 2 

lizzare immagini definite e realistiche sono contenute in questi due minuti di 
in un tempo minore e a un costo con- animazione pulita ed efficace, in cui il 

tenuto. Lo sviluppo delle tecnologie e fotorealismo degli oggetti non cede 

il loro impiego si sviluppa sempre piu mai alia tentazione di antropomorfiz- 
velocemente per tutti gli anni Settanta zarli e in cui l’essenziale scenografia 
e Ottanta. Nel 1972 l’applicazione permette di concentrarsi sulla vasta 
grafica del software Syntha Vision, un gamma di stati d’animo espressi dalle 
programma sviluppato per la valuta- due lampade. Le caratteristiche che 
zione della propagazione delle radia- hanno costruito lo stile Pixar film do- 
zioni nucleari, viene testata in Incontri po film sono tanto semplici da indivi- 
ravvicinati delterzo tipo e nel 1982 vie- duare quanto complesse da applicare. 
ne usata estesamente per Tron 4 , una In Lasseter (ma anche in Andrew 
pietra miliare nella storia delTanima- Stanton, Pete Docter e Brad Bird) si 

zione e degli effetti speciali compute- trova un sincere interesse per gli og- 

rizzati. Nel 1971 George Lucas fonda getti e i soggetti da animare, una cu- 
la Lucasfilm e nel 1975 crea Industrial riosita vivace e uno stupore infantile 
Light and Magic, ancora oggi lo stu- per quei mondi, grandi e piccoli, che 
dio di riferimento per la produzione di sfuggono all’attenzione dei piu e che 
effetti speciali analogici e digital!. Nei potrebbero esistere anche senza gli 
primi anni Ottanta John Lasseter, al- umani. Verso questi ultimi l’interesse 
lora dipendente della Disney e anima- dei creativi della Pixar e andato modi- 
tore di disegni animati tradizionali, di- ficandosi nel corso degli anni, cercan- 
rige per Lucasfilm The Adventures of do un modo diverso di descriverli e 
Andre and Wally B. (1984-1985), un metterli in relazione con il resto del 
cortometraggio di animazione compu- mondo. Negli anni Ottanta la rigidita 
terizzata. L’anno successivo Lasseter delle loro espressioni e dei loro movi- 
da vita insieme a Steve Jobs, fondatore menti poteva essere un grosso handi- 
di Apple, e al programmatore Edwin cap ma a Lasseter interessava concen- 
Catmull, a un proprio studio chiamato trare l’attenzione sugli oggetti inani- 
Pixar. mati, cost uomini e donne avevano il 

ruolo di comparse oppure di protago- 
Mostri (di bravura) & Co nisti scelti casualmente tra i molti di- 

sponibili. Ma gia nel 1999 la mimica 
Il neologismo Pixar nasce dalla fusio- umana risulta meno caricaturale ed ec- 

ne di due parole: pixel e art, owero tec- co crearsi un punto di incontro tra gli 

nologia e sensibilita artistica. Luxo jr., esseri umani e i mostri, i robot, i supe- 

il cortometraggio diretto da Lasseter reroi, i pesci, i giocattoli. Anche se dal- 

nel 1986, puo essere considerate un la fine degli anni Novanta la mimica 

manifesto programmatico. Il protago- umana risulta meno caricaturale, le 

nista e una lampada Luxo (un model- persone restano dei caratteristi di lus- 

lo da tavolo realmente prodotto da so e il loro aspetto e piu iconico di 

un’industria norvegese) il cui “cuccio- quello degli animali o degli oggetti. 

lo” gioca a palla con irruente allegria. Ad esempio, in Ratatouille (Brad Bird, 

Tutte le caratteristiche peculiari dei Jan Pinkava, 2007) Alfredo e Colette 

successivi lungometraggi di Lasseter (ma anche lo chef Skinner o il critico 




SPECIALE 


52 


Anton Ego) risultano meno sfumati e 
complessi rispetto al topo Remy. Que- 
sto cambio di prospettiva si riflette an- 
che sull’aspetto e sul movimento dei 
personaggi: la pelliccia di Remy e col- 
pita da numerose, sottili sfumature di 
luce e si muove in modo naturale, ov- 
vero complesso e pieno di variazioni. 
Al contrario i capelli di Colette si 
muovono come una massa compatta - 
“disegnata”, verrebbe da dire. 

Corti e lungometraggi della Pixar so- 
no costruiti a strati: ci sono elementi 
della sceneggiatura che sono pensati 
per i bambini e altri, meno evidenti, 
che attirano Fattenzione di un pubbli- 
co adulto o dai gusti piu raffmati. Sce- 
gliendo di fare dei giocattoli i protago- 
nisti di una storia e inevitabile non at- 
tingere a Ladislaw Starewitch; raccon- 
tando una storia di mostri non si puo 
dimenticare Harryhausen; parlando di 
un futuro lontano non si possono 
ignorare Guerre stellari o 2001: Odissea 
nello spazio\ introducendo una bambi- 
na sadica non e facile rinunciare alle 
note di Psycho 5 , ma in nessun caso lo 
spettatore ha l’impressione che quei ri- 
chiami alia storia del cinema sopperi- 
scano a una mancanza di idee origina- 
li. La forma piu sottile di citazione e 
quella di girare un film animato usan- 
do gli stessi formati dei film dal vero a 
cui si riferiscono, in modo da creare 
l’illusione che cio che scorre sullo 
schermo sia stato filmato concreta- 
mente su un set pur essendo il prodot- 
to di una serie di algoritmi. Per esem- 
pio il software usato per Wall’E (An¬ 
drew Stanton, 2008) Simula le imma- 
gini ottenute con la macchina da presa 
Panavision che utilizza il 70 mm, la 
stessa usata per girare i piu importanti 
film di fantascienza degli anni Sessan- 
ta e Settanta. Il ricorso a professionisti 
del cinema dal vero rafforza questo ef- 
fetto: sempre in Wall'E la supervisione 
della fotografia e stata affidata a Roger 
Deakins che solitamente lavora con i 
Coen, e gli effetti sonori sono di Ben 
Burtt, autore dei suoni robotici di 
Guerre stellari. L’illusione che quello 
che lo spettatore vede sia un film gira- 
to su un set e rafforzata dall’introdu- 
zione dei ciack sbagliati nei titoli di 
coda o delle comparsate dei protagoni- 
sti di un film in un titolo successivo. 
L’iperrealismo dell’irrealta e sicura- 
mente una caratteristica essenziale 
dello “stile Pixar”, ma la fortuna di 
pubblico e critica ottenuta dallo studio 
di Emeryville si e costruita anche sul- 
le storie originali, su uno stile di co- 
municazione morale ma privo di mo- 
ralismo e complessivamente rispettoso 
dell’intelligcnza dello spettatore. 

Nel 2004 il CEO della Disney, Mi¬ 
chael Eisner, decide di chiudere gli 
studi di anirnazione tradizionale che si 
trovano in Florida perche e convinto 


che si debba puntare esclusivamente 
sull’animazione digitale tridimensio- 
nale, soprattutto dopo che il rinnovo 
dell’accordo per la distribuzione dei 
film della Pixar non e andato a buon 
fine. Steve Jobs aveva infatti dato l’ul- 
timatum a Eisner: se a fronte degli in- 
cassi record ottenuti, gli sforzi della 
Pixar non fossero stati ricompensati 
adeguatamente, lo studio avrebbe 
smesso di co-produrre con la Disney, 
limitandosi a versare una quota per la 
distribuzione. Jobs e Eisner non si so¬ 
no mai intesi ma a cambiare radical- 
mente le cose e lo scontro tra quest’ul¬ 
timo e Roy Disney, il nipote di Walt. 
Accusato di avere tradito “lo spirito 
disneiano” con le sue scelte produttive 
e gestionali Eisner lascia la Casa del 
Topo. La Disney annette la Pixar ma 

10 studio mantiene un proprio marchio 
distinto e, in seguito all’accordo, Cat- 
mull diventa CEO di entrambe le so- 
cieta, Steve Jobs l’azionista Disney con 

11 piu consistente pacchetto e John 
Lasseter direttore creativo di entrambi 
gli studi. L’essere stato animatore pri- 
ma che regista e produttore, la forma- 
zione tradizionale e l’interesse per le 
nuove tecnologie, l’innegabile talento 
che gli hanno permesso di definire uno 
stile originate, riconoscibile e per mol- 
ti versi rivoluzionario come lo fu quel¬ 
lo di Walt in passato, hanno fatto di 
John Lasseter una figura ponte tra la 
tradizione e l’evoluzione digitale. La 
solidita garantita dal successo econo- 
mico invece di spingere la Pixar alia ri- 
petitivita le ha concesso la liberta di 
cercare nuove soluzioni - e Wall'E da 
solo valga come esempio. In questa 
posizione Lasseter puo garantire indi- 
pendenza creativa ed economica sia al¬ 
le tecniche tradizionali sia all’anima- 
zione digitale tridimensionale, senza 
che una si sviluppi a scapito dell’altra. 
E infatti una delle sue prime decisioni 
in veste di direttore artistico e stata la 
riapertura degli studi di anirnazione 
tradizionale. Al momento della fusio- 
ne molti osservatori temevano che la 
Pixar si sarebbe dissolta nell’enorme 
organismo del Topo. Invece la storia si 
e conclusa come Alla ricerca di Nemo 
(Finding Nemo, Andrew Stanton, Lee 
Unkrich, 2003), in cui, dopo i titoli di 
coda, un minuscolo pesce verde dalle 
insospettate fauci divora un mostruoso 
melanoceto dai denti lunghi e affilati. 

Dell'orco non si hutta via niente 

Nel 1994 Steven Spielberg, il disco- 
grafico David Geffen e lex capo del 
reparto anirnazione Disney Jeffrey 
Katzenberg fondano una casa di idea- 
zione, produzione e distribuzione di 
cinema, musica e programmi televisivi 
awalendosi di un finanziamento di 
Paul Allen, co-fondatore di Microsoft. 


DreamWorks SKG ha prodotto fin 
dall’inizio cinema d’animazione tradi¬ 
zionale e digitale: nel 1998 vengono 
infatti distribuiti II principe d’Egitto 
(The Prince of Egypt, Brenda Chap¬ 
man, Steve Hickner, Simon Wells)e Z 
la formica (Antz , Eric Darnell, Tim 
Johnson), quest’ultimo realizzato da 
Pacific Data Image (PDI), uno studio 
di anirnazione digitale in cui la 
DreamWorks era entrata come socio 
di maggioranza ma che subito dopo 
l’uscita del film verra inglobato in essa 
e confluira successivamente nella se- 
zione animata pur mantenendo un 
proprio marchio distinto. I due titoli 
vengono salutati come una sorta di ri- 
voluzione anti-disneyana, sia perche 
prodotti da uno studio indipendente 
(ma comunque di proprieta di persone 
molto influenti nell’ambiente hol- 
lywoodiano) sia perche improntati a 
un maggiore realismo e a un tratto piu 
spigoloso. Tralasciando la produzione 
strettamente tradizionale 6 che non ha 
fatto scuola, la produzione digitale si e 
sviluppata in modo considerevole, ha 
incontrato il favore del pubblico e, al- 
meno in alcuni casi, ha goduto di at- 
tenzione critica. Al contrario della 
Pixar pero, PDI/DreamWorks ha re- 
plicato in quasi ogni film lo stesso de¬ 
sign, lo stesso umorismo e la stessa 
struttura narrativa. C’e anche un’altra 
componente, piu “ideologica”, che de- 
termina 1’immediato successo di Z la 
formica ma rivela una debolezza strut- 
turale anche dei film successivi: Fan- 
tropocentrismo. Al contrario dei titoli 
Pixar, in cui si cerca di mantenere un 
certo grado di indipendenza rispetto 
alia gestualita ed espressivita umana, Z 
la formica mostra degli esseri umani 
travestiti da insetti. Infatti se si con- 
fronta il volto di Z con quello di Flick, 


la differenza diventa evidente: Z ha il 
naso, le labbra, una chiostra di denti 
bianchi e regolari, il mento, gli zigomi 
e delle arcate sopraciliari molto marca- 
te; Flick ha solo due occhi con arcate 
appena accennate e una bocca senza 
labbra in cui i denti, se ci sono, restano 
invisibili quando parla o sorride. An- 
cora piu evidente e la gamma di 
espressioni che vengono date a Z e che 
dipendono direttamente dalla voce 
scelta per doppiarlo. Z e una versione 
animata e (non troppo) modificata di 
Woody Allen, dunque non puo non 
andare in analisi, essere nevrotico e in- 
sicuro o comportarsi come il suo corri- 
spettivo umano. Ma se uno dei piu 
straordinari poteri dell’animazione 
consiste nel creare un intero universo 
tenuto insieme dalla verosimiglianza e 
dalle regole basilari della narrazione 
ma libero di ignorare il gia esistente, 
che senso ha vedere sullo schermo un 
Allen/formica, un Will Smith/pesce o 
un Eddie Murphy/asino? Fisionomie 
cost nette e voci riconoscibili limitano 
il carattere universale dell’animazione 
perche vincolano il senso dell’immagi- 
ne alia parola. Se e vero che un’anima- 
zione senza sonoro perde forza e an¬ 
che vero che sonoro non significa 
esclusivamente dialogo: un’azione o un 
personaggio dovrebbero essere leggi- 
bili anche senza il supporto della paro¬ 
la. Eppure personaggi ricalcati su un 
modello umano noto, un umorismo 
demenzial-adolescenziale, parodie 
tanto owie da essere riconosciute fa- 
cilmente, dialoghi che sottolineano le 
azioni e azioni che ribadiscono i dialo¬ 
ghi, una carica eversiva che si ferma 
molto prima di esplodere, si sono di- 
mostrati in grado di piacere a un pub¬ 
blico molto vario per eta, cultura e ap- 
partenenza geografica. Il vero colpo di 



A Bug’s Life 














SPECIAL E 


genio dello Studio infatti e stato quel- 

10 di trascinare al cinema chi non ama 
1’animazione e crede che senza aggrap- 
parsi ai Lumiere “1’opera dello spirito 
di un artista come Emile Reynaud” 
non riuscirebbe a stare in piedi. 

11 mantenersi su un solco gia tracciato 
non e di per se scandaloso perche i 
lungometraggi animati hanno un co- 
sto considerevole in termini di denaro, 
tempo e talento impiegati. Film cosi 
costosi non possono essere radical- 
mente di rottura perche devono assi- 
curarsi, ancora prima di entrare in pro- 
duzione, di rientrare nei costi e dun- 
que devono prefissarsi come meta ulti¬ 
ma l’essere visti da piu persone possibi- 
li. Detto questo ogni studio decide di 
giocare la partita rischiando di piu o di 
meno - e i rischi di PDI/DreamWorks 
sono generalmente ridotti al minimo. 
Ma questo non significa che anche qui 
non si possa trovarc un esempio di li- 
berta creativa come Kung Fu Panda 
(Mark Osborne, John Stevenson, 
2008), in cui volti e voci noti sono il 
punto di partenza per l’elaborazione di 
personaggi complessi e capaci di esi- 
stere per se stessi. La Cina antica si e 
rivelata un luogo ancora piu remoto 
del regno di Shrek (Andrew Adamson, 
Vicky Jenson, 2001) ed e stata una 
scelta felice. Lontano da Hollywood la 
citazione di alcuni classici del genere 
kung-fu (in particolare Drunken Ma¬ 
ster, Jui Kuen II, Chia-Liang Liu, 
1978, in cui il protagonista Simula l’in- 
stabilita di un ubriaco per sferrare i 
suoi attacchi) risulta piacevole e legge- 
ra e le ambientazioni, ispirate ai luoghi 
reali e all’iconografia cinese, sono in- 
sieme pertinenti e originali. Ma l’eva- 
sione e stata di breve durata perche il 
successo ottenuto dal goffb panda Po 

10 ha spinto sull’inevitabile strada del¬ 
la ripetizione e dello sfruttamento 
coatto a cui sono sottoposti Shrek o 
Madagascar (Eric Darnell, Tom Mc¬ 
Grath, 2005). Alio stato attuale nulla 
fa presumere che lo studio non prose- 
guira sfruttando il medesimo filone fi- 
no all’esaurimento e privilegiando 
un’animazione brillante ma conven- 
zionale nella forma e nei contenuti. 

11 cielo e semprepiu blu? 

Inserirsi tra due colossi come Pixar e 
PDI/DreamWorks non e un’impresa 
facile, eppure lo studio newyorkese Blu 
Sky, alia cui fondazione ha partecipato 
quel Chris Wedge gia programmatore 
per Tron, sembra aver trovato un pro- 
prio spazio. Blu Sky non e uno studio 
di animazione in senso stretto perche 
la parte piu consistente della sua pro- 
duzione riguarda effetti speciali digita- 
li tridimensionah per film dal vero. L’e- 
sordio nei lungometraggio di anima¬ 
zione awiene nei 2002 con L’era gla¬ 


ciate {Ice Age, Chris Wedge, Carlos 
Saldanha), ben sviluppato sia sul piano 
visivo sia su quello verbale: l’animazio- 
ne e buona, la storia e i personaggi so¬ 
no sviluppati in modo adeguato e il de¬ 
sign dei personaggi e reahstico ma non 
priva la storia di quelle caratteristiche 
fantastiche che distinguono 1’anima¬ 
zione dal live action. Lo stesso spirito 
garbato e la stessa decisa ricerca di un 
proprio stile visivo la si ritrova, seppu- 
re in misura minore, in Robots (Chris 
Wedge, Carlos Saldanha, 2005), puni- 
to nella versione italiana da un pessi- 
mo doppiaggio 7 ; e ancora di piu in Or- 
tone e il mondo dei Chi (Horton Hears a 
Who!, Jimmy Hayward, Steve Marti¬ 
no, 2008), in cui esiste un felice equili- 
brio tra l’estro creativo dei realizzatori 
e i disegni originali del Dr Seuss, pie- 
ni di dettagli, architetture sbilenche, 
macchinari folli e personaggi eccentri- 
ci. Nella sua breve ma nutrita produ- 
zione di lungometraggi animati, Blue 
Sky ha dimostrato la possibilita di un 
approccio diverso aU’animazione digi- 
tale mainstream. 

I successi di Pixar, PDI/Dream Works 
e Blue Sky hanno spinto molti altri 
studi, non specificatamente legati al- 
Fanimazione, a tentare una via che at- 
tualmente sembra molto gradita al 
pubblico. Un ulteriore sviluppo delle 
tecniche digitali e stato incentivato 
dall’accordo tra la Disney e la Dolby 
per la promozione e la diffusione della 
tecnologia tridimensionale digitale (il 
cosi detto real 3D, fruibile come un 
normale film d’animazione quando e 
stampato sulla pellicola ma da vedere 
con l’evoluzione degli occhialini dalle 
lenti polarizzate nelle proiezioni su 
supporto digitale ) e ha avuto come 
conseguenza la produzione di alcuni 
titoli di scarso interesse come Chicken 
Little -Amici per lepenne {Chicken Lit¬ 
tle, Mark Dindal, 2005) o I Robinsons 
— Una famiglia spaziale (Meet the Ro¬ 
binsons, Stephen J. Anderson, 2007). Si 
e dovuto aspettare Bolt - Un eroe a 
quattro zampe {Bolt, Byron Howard, 
Chris Williams, 2008) per avere un 
film gradevole nella forma e con un 
certo spessore narrativo, ma Bolt e il 
primo titolo prodotto da Lasseter nel¬ 
la sua nuova veste di direttore creativo 
della Disney. E per ora il cerchio si 
chiude su se stesso. 

Un nome nuovoper una cosa vecchia: ro- 
toscopio, mocap e performance capture 

Forse ha ragione il giudice Doom, for- 
se, per il bene di entrambi, gli attori in 
carne e ossa e quelli disegnati (o gene- 
rati dal computer) non dovrebbero 
frequentarsi. Robert Zemeckis ha sot- 
tovalutato la portata di Chi ha incastra- 
to Roger Rabbit? {Who Framed Roger 
Rabbit, 1988), trascinato dall’entusia- 


smo del pubblico e della critica. Il lun¬ 
gometraggio di Zemeckis non e in se 
rivoluzionario: gli umani e i disegni 
animati convivono sullo schermo fin 
dai tempi di Gertie il dinosauro {Gertie 
the Dinosaur, Winsor McCay, 1914). 
Ma Chi ha incastrato Roger Rabbit? e 
arrivato in un momento in cui la Di¬ 
sney attraversava una delle sue cicliche 
fasi di crisi creativa e Fanimazione sta- 
tunitense popolare, nei suo insieme, 
non era comunque brillante. Rivolu¬ 
zionario e sicuramente il livello tecni- 
co del film, capace di rendere le perso¬ 
ne perfette e immutabili come icone e 
dare ai disegni un po’ della corruttibi- 
lita degli umani. Tutta la filmografia di 
Zemeckis tende verso quell’ibrido che 
e il film dal vero con effetti speciali 
animati. Ritorno al futuro {Back to the 
Future, 1985), La morte ti fa bella 
{Death Becomes Her, 1992) e natural- 
mente Forrest Gump (1994), hanno 
utilizzato tecnologie che, nei rispettivi 
anni di realizzazione, rappresentavano 
lo stato dell’arte e forse qualcosa di 
piu: la possibilita di manipolare gli at¬ 
tori come pupazzi di plastilina, di rita- 
gliarli e inserirli con naturalezza in 
contesti “impossibili” - e questo non 
svilendone le performance ma raffor- 
zandole. Infatti non c’6 nulla di piu ri- 
schioso per un attore modesto di un 
film con effetti speciali impegnativi 
perche questi fmiscono per enfatizzare 
una cattiva interpretazione. 

Nei 2004, dopo una lunga pausa, Ze¬ 
meckis torna alia regia con Polar Ex¬ 
press-. nei suo stile visivo Cartoonia ha 
preso il soprawento in un modo piut- 
tosto bizzarro. Mentre le scenografie e 
gli oggetti inanimati sono realizzati 
come qualsiasi altro film digitale i pro- 
tagonisti sono costruiti non solo a par- 
tire dalle fattezze degli attori che li 
doppiano ma riproducendo esatta- 
mente i movimenti e la gestualita de¬ 
gli attori stessi - soprattutto quelli di 
Tom Hanks, che nei film interpreta 
ben sei personaggi. Uno degli aspetti 


piu grevi del film e proprio questa ple- 
tora di volti troppo simili in cui ogni 
personaggio sembra rinunciare alia 
propria individualita. Il principio che 
sta alia base della performance capture - 
una forma piu raffinata della motion 
capture - e lo stesso dell’antico roto- 
scopio che permetteva di riprodurre in 
modo fluido e preciso i movimenti 
complessi. Ma il rotoscopio ha uno 
spiacevole effetto collaterale: nono- 
stante le ambizioni di iperrealismo ri- 
porta troppi dettagli rendendo il mo- 
vimento animato ridondante. L’ani- 
mazione, infatti, ricrea un movimento, 
non lo registra, e dunque isola quegli 
elementi che sono essenziali a tale ri- 
costruzione; il rotoscopio invece non 
ricrea l’illusione del movimento ma la 
registra cosi com’e. Anche il successivo 
Beowulf { 2007) soffre dello stesso ec- 
cesso di fotorealismo e della stessa ri- 
gidita: piu che prestare il volto a un 
film di animazione Anthony Hopkins, 
Robin Wright-Penn o John Malkovi- 
ch sembrano aver posato per la propria 
maschera funeraria tanto l’espressione 
risulta fissa e indurita. 

Sebbene il procedimento sia diverso, 
anche film come Waking Life (2001) o 
A Scanner Darkly (2006) di Richard 
Linklater sollevano qualche perples- 
sita su applicazioni tecniche che inve¬ 
ce di portare nei cinema dal vivo la li- 
berta immaginifica dell’animazione 
costringono Fanimazione a fotocopia- 
re la realta. Entrambi i film sono stati 
girati come un normale live action e 
successivamente ogni singolo foto- 
gramma e stato ridisegnato e ridipinto 
digitalmente. Il risultato e una via di 
mezzo tra un’animazione e un film dal 
vero perche gli attori sono ancora per- 
fettamente riconoscibili ma alio stesso 
tempo non e la loro immagine foto- 
grafica che vediamo in movimento ma 
quella (digitalmente) dipinta, con aree 
di colore marcate e prive di sfumature. 
Nei prossimo futuro Fanimazione sta- 
tunitense mainstream deve considerare 



Wall'E 


53 



SPEC I ALE 


54 


alcune direzioni obbligate, per svilup- 
parle o eventualmente rifiutarle. II 
ruolo giocato dalla Pixar e da 
PDI/DreamWorks nell’indirizzare il 
gusto e le aspettative del pubblico e 
molto simile a quello sostenuto da Di¬ 
sney, dalla Warner o da Hanna & Bar- 
bera nei decenni passati e il rischio e di 
non riuscire piu a immaginare un’ani- 
mazione digitale tridimensionale di- 
versa da Alla ricerca di Nemo o da Sh¬ 
rek. Wall'E sembra rappresentare una 
valida alternativa ma resta da stabilire 
quanta influenza avra sulla produzione 
successiva. L’altra direzione e quella 
che porta a confondere il confine tra 
umano e digitale, assottiglia sempre 
piu i confini tra la tecnica di ripresa dal 
vivo, l’animazione e gli effetti speciali. 
Il cinema di questo tipo non puo an- 
cora fare del tutto a meno degli attori 
perche il computer non riesce ancora a 
duplicare in modo soddisfacente l’in- 
tonazione della voce, la qualita piu 
specificamente teatrale di un attore. 
Lo scambio tra i due mondi e ancora 
molto delicato e il cinema d’animazio- 
ne rischia di doversi pentire amara- 
mente di aver rinunciato ancora una 
volta alia sua primogenitura per un ab- 
baglio iperrealistico. Rinunciare a que¬ 
sto allettante piatto di lenticchie non e 
mai stato facile e gia Winsor McCay 
diceva: “L’animazione dovrebbe essere 
un’arte, voi l’avete trasformata in 
un’industria. Peccato”. 


Note 


Anna Antonini 


1. Alexandre Alexeieff, “Elogio del film d’ani¬ 
mazione”, in Giannalberto Bendazzi, Cartoons. 
Cento anni di cinema d'animazione, Venezia, Mar- 
silio, 1992, pp.XVIII-XIX. 

2. Bambi (David Hand, 1942); Biancaneve e i sette 
nani {Snow White and the Seven Dwarfs , David 
Hand, 1937). 

3. G. Bendazzi, op. cit., p. XIX. 

4. Incontri ravvicinati del terzo tipo {Close Encoun¬ 
ters of the Third Kind , Steven Spielberg, 1977), 
Tron (Steven Lisberger, 1982). 

5. Guerre stellari {Star Wars , George Lucas, 1977); 
2001: Odissea nello spazio {2001: A Space Odyssey, 
Stanley Kubrick, 1968); Psycho (Alfred Hithcock, 
1960). 

6. Piu che i titoli di ispirazione biblica ha un cer- 
to interesse linguistico ed estetico Sinbad. La leg- 
genda dei sette mari {Sinbad: Legend of the Seven 
Seas , Patrick Gilmore, Tim Johnson, 2003). Si 
tratta di un lungometraggio in cui viene applica- 
to il tradigital , uno stile teorizzato da Katzenberg 
che giustappone il disegno animato tradizionale 
(usato per i personaggi) e quello digitale tridi¬ 
mensionale (usato per elementi scenografici, crea¬ 
ture fantastiche, macchinari). La scelta di non in¬ 
tegrate le due tecniche crea un effetto di sorpresa 
potenzialmente interessante ma il risultato finale 
fa pensare pit! a un uso impacdato di entrambe le 
tecniche piuttosto cha a una scelta consapevole. 

7. Nella versione originale Rodney, il protagoni- 
sta, e doppiato da Ewan McGregor mentre in 
quella italiana b stato affidato a un maldestro Dj 
Francesco (Francesco Facchinetti). 


Who Framed Andre Bazin? 

La 3D motion capture performance e 
la questione delrorigine 


Tutto il cinema e cinema d’animazio- 
ne. Perche il cinema, sostanzialmente, 
e animazione: non di una figura, o di 
un disegno, ma piuttosto perche si da 
come un movimento per cosi dire “in- 
transitivo”, come un’immagine irrime- 
diabilmente sospesa tra la stasi e il mo- 
to come tra il vivente e il non-vivente. 
Movimento differenziale tra il film co¬ 
me pellicola e il film stesso come 
proiezione su uno schermo. 

Questa la tesi di La Lettre volante di 
Herve Joubert-Laurencin 1 (d’ora in 
avanti HJL). La sua apparente proble- 
maticita e brillantemente risolta dal- 
l’approccio benjaminiano cui si affida 
il volume (non a caso Giorgio Agam- 
ben viene frequentemente citato). E 
tutta questione di origine. Benjaminia- 
namente, 1’origine non e la genesi. L’o- 
rigine del cinema non e il precinema 
cronologico, Zootropio o altro. Me- 
giio: lo e e non lo e. Non lo e come sua 
eventuale “causa storica” in un’accezio- 
ne lineare, in una tradizionale catena 
causa-effetto. Piuttosto, questo preci¬ 
nema d’animazione e la sua “condizio- 
ne atemporale di possibilita”, l’ideale 
stesso del cinema, e in quanto tale sua 
“origine” in un’accezione irriducibile 
alia cronologia: una sorta di essenza 
che anziche essere matrice dell’estrin- 
secazione materiale di quello che sara 
il cinema, va letteralmente trovata/in- 
ventata lungo tutto il percorso storico 
del cinema. E cosi e stato: lungo tutte 
le fasi della sua vita il cinema d’anima¬ 
zione ha ritrovato e ricreato qua e la 
Forigine “animante” del cinema, senza 
per questo poter essere posto al di fuo- 
ri di esso. Non ce prima un’origine del 
cinema (rawisabile specificamente co¬ 
me animazione) e poi il cinema “vero”: 
semplicemente, le due cose coesistono, 
perche per entrambi vale l’assioma 
fondamentale che lorigine e la ripeti- 
zione. 

Baziniano di ferro, oltre che benjami¬ 
niano, HJL svolge anche una impecca- 
bile rilettura del realismo di Bazin. Il 
quale (come pare sia inevitabile conti- 
nuare a ripetere, dato che i fraintendi- 
menti, in buona fede o meno, prolife- 
rano imperterriti da piu parti), non 
consiste nell’ingenua credenza che la 
realta sia sullo schermo, quanto piutto¬ 
sto nel defmitivo approdo al realismo 
come ripetizione. La realta e la genesi 
del cinema “vero” (in virtu di legame 
ontologico), ma non la sua origine (il 
realismo ontologico), che si dara piut¬ 
tosto come ripetizione e differimento 
della realta dal suo interno, ambedue 
automatiche. Essendo piu ripetizione 
(e differenza) che semplice corrispon- 


denza, il cinema “vero” si da con una 
trasparenza opaca quant’altre mai 
(cfr., ora e sempre, il saggio sul Mon- 
taggio proibito ), in quanto tale tutt’al- 
tro che incompatibile con il cinema 
d’animazione e il suo prescindere dal 
profilmico in favore di un movimento 
“artificiale” e fondato sulla ripetizione 
fotogrammatica strutturata (anche se 
in questo caso tecnicamente non si 
puo parlare propriamente di foto- 
grammi) 2 . E, a suggello del suo ragio- 
namento, ben piu complesso di questa 
sintesi, questa non-incompatibilita 
HJL la ritrova chiosando egregiamen- 
te un misconosciuto articolo di Bazin 
su... Walt Disney 3 . 

Per Bazin, come noto, il cinema non 
ha un’essenza data una volta per tutte, 
uno specifico che lo distingua radical- 
mente dalle arti (il “cinema impu- 
ro”...) o che comunque lo defmisca in 
pianta stabile. Perche il cinema e trop- 
po legato alle contingenze tecniche, 
storicamente variabili (vedi il sono- 
ro...) per potersi riconoscere in questa. 
piuttosto che in quella declinazione 
cui lo avrebbero portato questa o quel¬ 
la innovazione tecnica a un dato mo¬ 
menta - incluso il future, che non pos- 
siamo prevedere (cfr. il saggio bazinia¬ 
no sul “Cinema totale”...). Ancora: Fo¬ 
rigine del cinema non e cronologica- 
mente data, ma va rinnovata e reinven- 
tata man mano che la tecnica ridefmi- 
sce il cinema. 

Pochi tengono fede a do come Robert 
Zemeckis; non solo “mago degli effet¬ 
ti speciali” ma anche (come notano in 
molti) spesso latore di un punto di vi¬ 
sta teorico su di essi. Su come, in par- 
ticolare, potessero ricreare il cinema e 
ritrovare spielberghianamente 1 'arche 
perduta. Anche oggi che il cinema 


parrebbe eclissarsi definitivamente 
dietro lo strapotere della nuova piovra 
ipermediale (in primis il nuovo straor- 
dinario corso delle serie tv), Zemeckis 
ritrova Forigine del cinema, e lo rein- 
venta, scoprendo la 3D motion capture 
performance-, tecnica di animazione di¬ 
gitale che ricrea un mondo a partire 
dagli impulsi motori dati da attori ve- 
ri, captati con un complicate sistema 
di sensori. Il risultato e che, in un 
mondo finto e cartooneggiante come 
quello che vediamo sullo schermo, il 
movimento lo sentiamo, a pelle, come 
piu vero che mai, vicinissimo a come 
sentiamo normalmente il nostro e al- 
trui movimento. E, di conseguenza, 
anche la recitazione delle marionette 
digital! sullo schermo ne beneficia. 
Non e certo questione di “arrivare pri- 
mi” perche, di nuovo, Forigine non e la 
genesi: i vari Final Fantasy (e non solo) 
avevano gia sperimentato molto in 
questo senso. Per Zemeckis stesso e un 
deja-vu: segnatamente, prosegue un 
discorso gia iniziato in Chi ha incastra- 
to Roger Rabbit ? (Who Framed Roger 
Rabbit, 1988). Film che e lo stesso 
HJL ad analizzare lungamente 4 , sem¬ 
pre in La Lettre volante, come l’esem- 
pio perfetto della continuita tra cinema 
“vero” e di animazione. Owero (in sol- 
doni): il cinema che ha perduta la pro¬ 
pria origine, e quindi metaforizzato da 
un investigatore privato - Eddie - e da 
una femme fatale - Jessica Rabbit -, 
essendo il noir il genere che manifesta 
la tragedia della separazione dall’origi- 
ne, ventre materno-femminile per il 
narcisismo maschile “alcolizzato” che 
sbrodola in voce over o innocenza 
agreste per il ventre oscuro della me- 
tropoli; e il cinema che la ritrova grazie 
al “senza-origine” (perche la e lui stes- 



Beowulf 


















SPEC I A L E 


so, l’origine - vedi il testamento decisi- 
vo che postula 1 'eredita che salva tutti, 
che Roger e Eddie hanno sempre por- 
tato con se dalPinizio senza saperlo) 
che e il cinema di animazione. Fmo al 
chiasmo finale di un uomo che si rive- 
la essere cartoon (il giudice) e di una 
comunita di cartoon che si certifica tale 
rubando a Hollywood il genere che 
notoriamente rappresenta la coesione 
organica della macchina sociale nella 
coordinazione di tutte le sue parti, ov- 
vero il musical, owero il movimento del 
corpo umano , che in questo caso non c’e. 
Anche per questo, Cartoonia si pre- 
senta quale comunita utopica, che 
HJL, seguendo pari pari Agamben, de- 
finisce come quella comunita popolata 
da singolarita qualunque. 

Decisiva e, qui, l’idea di una comu¬ 
nita inessenziale, di un convenire 
che non concerne in alcun modo 
un’essenza. L'aver-luogo, il comuni- 
care delle singolarita nell'attributo 
dellestensione, non lo unisce nell’es- 
senza, ma le sparpaglia nell’esisten- 
za. Non l’indifferenza della natura 
comune rispetto alle singolarita, 
ma l’indifferenza del comune e del 
proprio, del genere e della specie, 
dell’essenza e dell’accidente costi- 
tuisce il qualunque. Qualunque e 
la cosa con tutte le sue propriety, 
nessuna delle quali costituisce, 
pero, differenza. 

Cio che il qualunque aggiunge al¬ 
ia singolarita e soltanto un vuoto, 
soltanto una soglia; qualunque e 
una singolarita, piu uno spazio 
vuoto, una singolarita/wz/to e, tut- 
tavia, indeterminabile secondo un 
concetto. Ma una singolarita piu 
uno spazio vuoto non puo essere 
:||;:. altro che una esteriorita pura, una 
|| pura esposizione. Qualunque e, in 
|| questo senso, I’evento di unfuori. Cio 
che e pensato nell’arcitrascenden- 
:||; tale quodlibet e, dunque, cio che e 
piu difficile da pensare: l’esperien- 
za, assolutamente non-cosale, di 
una pura esteriorita 5 . 

Questa esteriorita priva di concetto e il 
movimento. Puro e semplice movi- 
inento: la quintessenza dell’esistenza, 
della contingenza e del divenire - al 
Ipntrario dell’essere. Che sia bianco e 
:||||p::|)|^tty Boop) o a colori, animate 
<> iiomo, a Cartoonia tutti non solo si 
i|j|||||iitb:;: ai’unisono, ma (in quanto 
|!S^§tjgi$i|iSnc)j/toi di movimento, 

motion capture performance , 
l&tfteekis trova un altro interregno 
'{igOffle lo & il film ibrido del 1988) tra 
Ottema “vero” e animazione. Interre- 
'§p0, in. cui a essere cruciale e ancora il 
HidSiniento, quello degli attori “veri” 
Citato dalle sonde, letteralmente la 


soglia di indistinzione tra un cinema 
che di vero conserva le movenze atto- 
riali, e di finto ha la grafica digitale, ri- 
gorosamente interdipendenti (e dalle 
prime che la seconda viene elaborata - 
e naturalmente l’essere in funzione 
della grafica influenza pesantemente 
tutto il lavoro attoriale). Di nuovo: e il 
movimento che riscrive il chiasmo cui 
approdava Roger Rabbit. Beowulf 
(2007) stesso narra di un interregno: 
quello tra re Hrothgar e re Beowulf, 
appunto, il quale, anziche proseguire la 
catena della Storia in cui i figli dei re si 
addossano le eolpe dei padri passando- 
le a propria volta ai figli (o ai successo- 
ri), sceglie di spezzarla, sacrificandosi 
per sciogliere la maledizione eterna. 
Spezza la catena della Storia spezzan- 
do il Mito, che e articolazione della se- 
parazione rispetto all’origine, che in 
questo caso e rappresentata dal demo- 
ne acquatico materno e uterino che si 
accoppia puntualmente con i sovrani 
di turno dando vita a figli mostruosi 
che i sovrani stessi sono costretti a 
fronteggiare. 

Beowulf spezza questa catena portan- 
do questo rimosso mostruoso alio sco- 
perto; non piu confinato nella caverna 
(come per i sovrani come Hrothgar 
protetti dalla corazza della Storia e del 
Mito), ma portato fuori, disciolto nel 
mare come lui stesso sulla sua 
barca/pira funeraria, e quindi neutra- 
lizzato. Piu che mai, l’origine non e 
presupposto rimosso, bensi cio che va 
eternamente riproposto differendo l’o- 
rigine stessa - il mito (la leggenda di 
Beowulf) che risorge solo polveriz- 
zando il mito. Oppure, vista in un’altra 
prospettiva, il mito della Rimediazio- 
ne, narrazione diacronica di media che 
si danno eternamente il cambio nel- 
Fimpossibilita eterna (sincronica) di 
fare coincidere Immediatezza e Iper- 
mediazione. Ulusione di pienezza e 
presenza, da un lato, e consapevolezza 
dei filtri che ce ne separano, dall’altro; 
da un lato, il demone acquatico che 
viene fatto coincidere in soggettiva 
con i nostri occhi (proprio per questa 
ragione non riusciamo a vederlo per 
quasi meta film), dall’altro, il principio 
“fallico” tecnocratico sintetizzato nella 
scena in cui il pene di Beowulf nudo 
viene ripetutamente nascosto da og- 
getti che comicamente vengono piaz- 
zati li come per caso (principio dunque 
radicalmente oppositivo a quello vi- 
suale, perche “si sente” tanto piu quan¬ 
to meno si vede). Il film invece man 
mano dissolvent questa opposizione 
fondante: i suoi lunghi, articolati mo- 
vimenti di macchina, tendenzialmente 
con pochissimi tagli (ottenuti grazie 
alia possibility di ricreazione grafica di 
un mondo a partire dal movimento 
reale) saranno quanto di piu penetran- 
te si possa immaginare nello spazio fil- 


mico, esplorato repentinamente e in 
ogni suo angolo da un fluido e sgu- 
sciante occhio virtuale. 

Cost, la contrapposizione tra il princi¬ 
pio fallico (di penetrazione) e oculare 
viene fatta cadere. E sulla scia, la falsa 
contrapposizione tra l’origine e la tec- 
nica, restituite alia loro interdipenden- 
za irredenta e a-cronologica: Zemeckis 
dimostra da sempre che e solo con i 
progressi della seconda che la prima 
viene di volta in volta ricreata e ritro- 
vata. Nonche quella tra Immediatezza 
e Ipermediazione: l’lmmediatezza del¬ 
la sensazione simil-VR di essere 11 
(grazie alia estrema mobilita del punto 
di vista all’interno dello spazio filmico, 
con ricorso relativamente scarso al 
montaggio) trova l’lpermediazione di 
una gigantesca macchina spettacolare 
digitale, grazie a quella sintesi di per se 
immediata di trasparenza e opacita che 
e l’immagine in movimento. Il movi¬ 
mento lo sentiamo a pelle vicinissimo 
alia percezione ordinaria nello stesso 
momento in cui sentiamo Fartificiosita 
della referenza iconica digitalmente ri- 
costruita: il movimento dunque ritrova 
il chiasmo tra il cinema “vero” e quello 
di animazione. Se c’e una cosa che 
Beowulf ri-media, non 4 la computer 
grafica o la realta virtuale, ma e il mo¬ 
vimento stesso, a cui ritrova e ricrea un 
senso inedito. L’immagine in movi¬ 
mento non ri-media che l’immagine 
in movimento, il cinema ri-media il ci¬ 
nema, ritrova e ricrea se stesso come 
origine, e dunque cancella (compien- 
dola) la dialettica “mitica” della rime- 
diazione, che vuole un’infinita di me¬ 
dia different combattersi e succedersi 
Fun l’altro sui campi di battaglia con- 
trapposti di Immediatezza e Iperme¬ 
diazione (che l’immagine cinemato- 
grafica assomma e sintetizza invece in 
se). Non avendo uno specifico proprio, 
il cinema non puo che ricrearlo e ritro- 
varlo, specialmente grazie all’anima- 
zione (HJL) che ne e il racconto sull’o- 
rigine, parallelo e “dentro”al cinema, al 
di la da ogni mito della genealogia sto- 
rica, che vuole la sincronia dell’origine 


radicalmente separata dalla diacronia 
della Storia. 


Un film d’ animazione (e la cui ri- 
levanza estetica risieda nell’essere 
tale) rimanda, attraverso il suo 
funzionamento e l’effetto senso- 
riale che produce, alia fantasmago- 
ria, owero a quella che fu la pro- 
venienza molteplice e non orga- 
nizzata dell’apparecchio cinema- 
tografico di base. In altre parole: 
qualunque film di animazione de- 
gno di questo nome produce una 
invenzione/aggiornamento -della 
fantasmagoria, e dunque, per este- 
so, riproduce l’invenzione del ci¬ 
nema 6 . 


Puo accadere allora che Polar Express 
(2004) ricrei e ritrovi quella fantasma¬ 
goria che e stata l’humus stesso di cio 
che ha dato vita al cinema, sia in ter¬ 
mini di apparecchiature sperimentali 
piu o meno illusionistiche circa l’im¬ 
magine in movimento, sia nei termini 
celebri che Marx, Baudelaire e Benja¬ 
min hanno riconosciuto alio sfolgo- 
rante mondo delle merci di poco pri¬ 
ma del fatidico 1895 7 . Polar Express e 
entrambe le cose: e un vecchio treno a 
vapore che fa da ottovolante per un 
gruppo di bambini iniziati al magico 
mondo del capitalismo, essi stessi sbal- 
lottati da un incessante e frastornante 
movimento (anche qui, relativa parsi- 
monia di stacchi e ingresso violento 
dello spettatore nello spazio filmico) 
tra catene di montaggio e vetrine co¬ 
me fossero pacchi regalo qualsiasi, nel- 
le varie tappe di produzione e distribu- 
zione delle merci. Le quali sono dav- 
vero l’unico ed ultimo spettacolo pos- 
sibile: per quanto stiano andando a 
trovare Babbo Natale (owero il sim- 
bolo della sacralita con cui il capitali¬ 
smo accoglie e custodisce le merci), le 
loro espressioni di stupore e meraviglia 
sono riservate non a renne o trovaro- 
bato di fiaba, ma alia prosaicita di un 
ipermercato intravisto dai finestrini. 
Polar Express , insomma, tenta di resti- 



Polar Express 

























































SPEC I ALE 


56 


tuire al mondo delle merci quella sa- 
cralita che sono esse stesse a rimuovere 
non in quanto alterita ma, al contrario, 
come una prossimita scomoda - essen- 
do il nostro assetto economico, come 
riassunto ancora da Agamben in II re-, 
gno e la glorif, fondamentalmente de- 
bitore del paradigma religioso della tri- 
nita. E infatti, quel corrispettivo diret- 
to della “mano invisibile” del libero 
mercato che e la divina prowidenza, 
ampiamente trattato da Agamben, de¬ 
merge qui non solo con la salvezza eco¬ 
nomica inattesa per bambini poveri e 
barboni che si arrampicano sui treni in 
corsa, ma soprattutto con la banconota 
che vola via ma che per vie imperscru- 
tabili arriva esattamente al suo destina- 
tario di elezione, reincarnazione di 
quell’altra epitome della prowidenza 
che era la piuma di Forrest Gump 
(1994). Nel suo punto piii estremo, il 
capitalismo vede ricongiungersi il vuo- 
to del circuito implacabile tra il fetici- 
smo delle merci e lo choc sensoriale da 
esso prodotto (come chiosato da Bau¬ 
delaire e Benjamin) con quelvuoto che 
ne e alle radici e che chiamiamo fede. 
Tutto il film e sulla fede, e conduce il 
protagonista verso il suo punto limite, 
quello in cui la credenza in Babbo Na- 


tale (la fede come fede delle e nelle 
merci) e totale appannaggio di un sen- 
tire al di la del vedere (la campanella 
immaginaria che trillando annuncia 
l’arrivo di Babbo Natale e ne suggella 
l’esistenza immaginaria/reale), owero 
al di la del feticismo puro e semplice 
che l’immagine, in quanto tale, rappre- 
senta rispetto alToggetto. Il barbone, 
che straparla di fantasmi (= feticci) e 
dice “seeing is believing” e per il prota¬ 
gonista si una guida, ma non un esem- 
pio da seguire. E questo sentire sradi- 
cato dal vedere dal suo interno, non si 
poteva che raggiungerlo con la 3D mo¬ 
tion capture performance, capace di farci 
awertire tra le immagini un movimen- 
to che non possiamo dawero vedere 
perche non possiamo legarlo a nessuna 
referenza iconica precisa. Di nuovo: 
l’immagine in movimento come singo- 
larita qualunque, pura esteriorita in- 
transitiva rispetto alia determinazione 
che l’ancoraggio ad un’immagine refe- 
renziale, e dunque in feticcio, preve- 
drebbe. Tant’e che qui Tom Hanks in- 
terpreta le movenze di ben sei perso- 
naggi, che sara poi il computer a ricrea- 
re come crede. E anche in Beowulf si 
hanno analoghi fenomeni di redistri- 
buzione. 



Concluderemo con una provocazione. 
Se HJL vedeva il legame tra il cinema 
“vero” (finanche in senso baziniano) e 
quello di animazione nella problema- 
tica indifferenza verso il profilmico in 
se e per se, a favore della potenza pura 
della ripetizione e quindi del movi¬ 
mento come vero nodo decisivo, l’im- 
piego di Zemeckis della 3D motion 
capture performance rappresenta il 
compimento assoluto di quest’affer- 
mazione. Infatti, l’unico aggancio pro¬ 
filmico di tutta la sua magniloquenza 
digitale e proprio il movimento (degli 
attori). Un indice ad esso rimane, e 
ben visibile, nei suoi film. Ed e reale 
piu che mai, proprio perche non lo si 
vede raffigurato ma lo si intravede tra 
le pieghe delle marionette digital!. Ra- 
gione per cui quello di Zemeckis, oltre 
al fatto che per ragioni spettacolari 
quasi si auto-interdice il montaggio in 
favore di sinuosi e veloci movimenti di 
macchina, e un cinema scandalosa- 
mente baziniano. 

Marco Grosoli 


Note 

1. Herve Joubert-Laurencin, La Lettre volante. 
Quatre essais sur le cinema d*animation, Paris, Pres¬ 
ses de la Sorbonne Nouvelle, 1997. 

2. Ibidem, pp. 15-34. 

3. Andre Bazin, “Les Perils de Perri”, Cahiers du 
cinema, n. 83, maggio 1958, pp. 50-53. 

4. H. Joubert-Laurencin, op. cit., pp. 111-153. 

5. Giorgio Agamben, La comunita che viene, Tori¬ 
no, Bollati Boringhieri, 1990, p. 20, pp. 55-56. 

6. H. Joubert-Laurencin, op. cit, p. 67, traduzione 
mia. 

7. Cfr. Giorgio Agamben, Stanze. La parola e il 
fantasma nella cultura occidentale , Torino, Einaudi, 
1977. 

8. Giorgio Agamben, Il regno e la gloria. Per una 
genealogia teologica delVeconomia e del governo, Mi¬ 
lano, Neri Pozza, 2007. 


L’animazione sul Web: evoluzio- 
ne senza ffontiere 


Parlare di animazione nel Web vuol 
dire parlare innanzitutto di software e 
tecnologie informatiche, di condivisio- 
ne e liberta di accesso, di linguaggi ed 
estetiche del tutto nuove, e di un con¬ 
fine, quello tra fumetto, videogame, 
grafica 3D e animazione classica, che 
si sta facendo sempre piu sfocato e ir- 
riconoscibile. La nascita del Web ha 
permesso non solo di mettere in co- 
municazione parti del mondo tra loro 
lontanissime, ma ha consentito lo 
scambio di idee, contenuti e materiale 
di vario genere, favorendo la corsa alia 
realizzazione di programmi, risorse e 
contenuti per la creazione di progetti 
nella Rete o per la gestione di opera- 
zioni per e nella Rete stessa. 

Negli anni Novanta molte societa spe- 
cializzate (Netscape, Microsoft e Ap¬ 
ple in testa) fiorirono attorno alia Re¬ 
te e si lanciarono nella realizzazione di 
browser e applicative per lo scambio 
dati. Tra di esse, Future Wave Software 
fu la prima a creare un programma 
(FutureSplash ) di animazione vettoria- 
le 1 per contenuti sul Web. Nel dicem- 
bre 1996 la societa Macromedia ne ac- 
quisto i diritti e in breve fece uscire la 
nuova realize, con il nome di Flash 1.0. 
Dalla realize 4.0 fu introdotto un lin- 
guaggio di programmazione interno, 
denominato ActionScript, con la fun- 
zione di consentire l’applicazione di 
comportamenti agli oggetti o ai foto- 
grammi delTanimazione. Naturalmen- 
te il software non era accessible a tut- 
ti, ma il successo fu straordinario tra 
gli addetti ai lavori. 

Proprio la liberta acquisita grazie al 
Web ha portato all’istituzione di grup- 
pi di ricercatori, esperti o anche sem- 
plici appassionati, che si confrontano 
in Rete, con lo scopo di creare pro¬ 
grammi e risorse gratuite per lo scam¬ 
bio di informazioni o la realizzazione 
di determinate operazioni attraverso la 
creazione di software libero {open sour¬ 
ce software). La libera concorrenza, i 
software peer-to-peer per lo scambio 
dati, e la pirateria hanno fatto il resto, 
portando ad un abbassamento dei 
prezzi: il software si poteva dire ormai 
quasi alia portata di tutti. 

La fine degli anni Novanta vede quin¬ 
di l’esplosione di progetti realizzati con 
software quali Flash, e la cosa ancora 
piu sorprendente e che molti degli au- 
tori non erano designer professionisti, 
ma semplici appassionati. Chiunque, 
con un computer, il software e creati- 
vita, poteva cimentarsi in opere fino a 
prima impensabili. 

La lungimiranza del Web non e sola- 
mente una rivoluzione nel campo tec- 
nologico ma ha rappresentato (e rap- 


Beowulf 




















presenta ancora oggi) una rivoluzione 
soprattutto culturale e sociale che in- 
veste meccanismi comunicativi, rela- 
zionali, comportamentali. 

Come facile comprendere anche i mass 
media non impiegarono molto tempo a 
comprendere l’importanza e il poten- 
ziale della Rete. 

Flash: Un nuovo modo di concepire e 
creare I'animazione 

La caratteristica principale delle ani- 
mazioni create con Flash sono la bre¬ 
vity, la grande capacity comunicativa e 
interattiva nei confronti dello spetta- 
tore e la loro essenza estetica. 

Come osservano Wanda Marra e Cri¬ 
stina Cilli, in un loro articolo suLFargo- 
mento, 

la creazione per il Web costituisce 
un enorme stimolo al lavoro di im- 
maginazione, si traduce in un pro- 
dotto che fa leva sulla curiosita e 
sull’intelligenza dello spettatore, 
piuttosto che sulla stimolazione 
sensoriale: per esempio, i limiti vi- 
sivi e grafici di un cartone anima- 
to fruibile on-line obbligano gli 
autori a porre un’attenzione spe- 
ciale alio sviluppo narrativo e alia 
caratterizzazione dei personaggi. 
La storia prima di tutto, deve esse- 
re in grado di attrarre e interessare 
l’utente. La forza “estetica” dell’a- 
nimazione sul Web non sta nello 
spettacolo, ma nella possibility di 
fare connessioni, mettendo insie- 
me le informazioni e le immagini 
in una costellazione di significato 2 . 

Tracciare una mappa cronologica della 
produzione audiovisiva realizzata in 
Flash e distribuita nella Rete e un’im- 
presa praticamente impossibile, e in un 
certo qual modo anche inutile, consi¬ 
derate che il Web, e 1’evoluzione infor- 
matica, consentono una rapida diffu- 
sione ma un’altrettanto rapida scom- 
parsa dei filmati inseriti nella Rete. Piu 
interessante e soffermare l’attenzione 
su alcune produzioni in Flash che 
hanno modificato il modo di concepi¬ 
re I’animazione e hanno contribuito 
all’affermazione di questo nuovo pro- 
dotto. 

Uno in particolare merita una specifi- 
ca attenzione in quanto ha rivoluzio- 
nato non solo le tecniche, ma anche la 
defmizione stessa di fdm d’animazio- 
ne: la serie animata Broken Saints, 
creata e disegnata da Brooke Burgess, 
Ian Kirby, e Andrew West e animata in 
Flash, composta da 24 episodi realiz- 
zati e pubblicati on-line tra il 2001 e il 
2003. 

In realta si tratta di un ibrido tra £u- 
metto e animazione, una forma d’arte 
che lo stesso creatore definisce cinema¬ 


tic novel ( si noti il gioco di parole con 
graphic novel e Futilizzo fatto dal crea¬ 
tore della parola cinematic). 
Impostazione stile fumetto, spesso il 
corpo dei personaggi rimane fisso in 
pose statiche e dialoghi indicati dalle 
classiche nuvole di testo ( speech 
ballons). 

La maggior parte delle scene sono co- 
stituite da semplici pannelli sequen- 
ziali e I’animazione e utilizzata solo 
per i cambi scena e per aiutare la pro- 
gressione della storia. 

Un ruolo fondamentale e inoltre gio- 
cato dalla musica (composta da Tobias 
Tinker e Quentin Grey, utilizzando 
anche pezzi di Mozart e altri impor¬ 
tant! musicisti facilmente riconoscibi- 
li) e dagli effetti sonori che, oltre a for- 
nire uno “sfondo” e un ritmo alia sto¬ 
ria, consentono l’amalgama delle sce¬ 
ne, facendo sembrare naturali e dotati 
di ritmo i passaggi tra scene disegnate 
e animate. 

I personaggi, disegnati a mano su car¬ 
ta (il piu delle volte sagome ritagliate e 
incollate sopra ad uno sfondo anima¬ 
te), e lo stile di regia adottato nel cor- 
so della narrazione, costituiscono il 
punto di forza della serie: l’utilizzo di 
sguardi in soggettiva, campi lunghi 
con figure in ombra su sfondo lumino- 
so o primi piani, l’utilizzo di stili grafi¬ 
ci e rappresentativi tipici di altre forme 
espressive (ad esempio la Game Art, 
Matrix, i primissimi giochi per com¬ 
puter, la graphic novel), sono tutti de¬ 
menti che contribuiscono a creare un 
senso di coinvolgimento e di immede- 
simazione con i personaggi. 

Un altro caso interessante nel panora¬ 
ma della Flash animation e il fumetto 
No Man’s Land, apparso sul Web come 
manga e successivamente trasformato 
in animazione per il Web. 

Si tratta del primo anime realizzato in 
Flash dalla famosa casa editrice Seven 
Season Entertainement utilizzando 
personaggi dipinti a mano e animati in 
Flash. E un action adventure che unisce 
fonti fantasy, ambientazioni e forme 
espressive tipiche del western e una 
piccola vena horror, percepibili gia a 
partire dall’ambientazione e dall’abbi- 
gliamento dei personaggi. In entrambe 
le situazioni si ritrovano campi lunghi 
alternati a primi piani. 

La particolarita di questa animazione 
Flash risiede nello stile grafico che pe- 
sca a piene mani nel manga (caratte¬ 
rizzazione dei personaggi e delle am¬ 
bientazioni, cura dei dettagli, imposta¬ 
zione grafica) trasportato in Flash 
(personaggi con pose statiche su sfon- 
di animati) cercando di ricreare una 
costruzione della storia in stile anime. 
A differenza di Broken Saints questa 
serie animata non presenta gli speech 
ballons e i personaggi si muovono si- 
mulando i movimenti umani (ad 


esempio durante le camminate i per¬ 
sonaggi oltre ad avanzare si alzano e si 
abbassano ed ondeggiano simulando 
in modo credibile una camminata). 
Inoltre l’impostazione e quella tipica 
di un anime, cambi rapidi di inquadra¬ 
ture, primi piani di volti in cui gli oc- 
chi sbattono velocemente le palpebre e 
le labbra tremano alternate a pause che 
creano l’introspezione psicologica del 
personaggio. Vi sono poi analogie an¬ 
che a livello di grafica e stile del dise¬ 
gno che rimandano ad alcune serie 
animate sia orientali sia occidental 
Samurai Jack e una serie animata carat- 
terizzata dall’uso di uno stile molto 
dettagliato, scevro di linee di contomo, 
basato sul principio del masking 1 e con 
ambienti e personaggi molto colorati e 
dall’aspetto semplice e caricaturale. 

Pur essendo realizzata con metodi d’a- 
nimazione tradizionale, Samurai Jack, 
esteticamente rimanda alle figure crea¬ 
te in Flash. 

Non si puo, infine, non citare il grande 
Bruno Bozzetto, che dal 1999 si e de¬ 
dicate all’animazione per e nel Web 4 . 
Tutti i cortometraggi in Flash realizza- 
ti dal Maestro 5 , si contraddistinguono 
per uno stile del disegno molto iconi- 
co e lineare, i personaggi sono fatti di 
linee ma mantengono il carattere pa- 
rodico ed educativo tipico del disegno 
classico rawisabile in West and Soda 
(1965), Allegro ma non troppo (1976), 
Cavallette (1991) o ancora nelle diver- 
tenti clip realizzate per la trasmissione 
divulgativa Quark. 

Realizzare animazione in Flash non e 
solo una questione tecnica di sempli- 
cita d’uso e risparmio di tempo, ma e 
soprattutto un modo di concepire sto¬ 
ria e personaggi in modo piu semplice 
e diretto. Infatti se nell’animazione 
Flash vera e propria i file devono esse- 
re meno grand! possibile per evitare un 
rallentamento nel caricamento della 
pagina, Genndy Tartakovsky (ideatore 
e realizzatore della serie Samurai Jack) 
estrapola i codici estetici della Flash 
Animation e li utilizza nell’animazione 
tradizionale. Esattamente l’operazione 
inversa attuata dai realizzatori di No 
Mans Land. 


Broken Saints 

Ma I’animazione in Flash e anche e 
soprattutto un fatto sociale e culturale. 
Si tratta in defmitiva di comunicare 
idee, concetti ed emozioni in un modo 
piu diretto e semplificato (ma non per 
questo semplicistico o superficiale), di 
codificarle in un linguaggio compren- 
sibile a chiunque in ogni parte del 
mondo. 

Mirco Infanti 

Note 

1. Un’immagine vettoriale b descritta mediante un 
insieme di primitive geometriche che descrivono 
punti, linee, curve e poligoni ai quali possono es- 
sere attribuiti colori e anche sfiimature. 

2. Wanda Marra, Cristina Cilli, “Le meraviglie di 
Flash. Sviluppi e utilizzazioni di un programma 
grafico che ha creato una nuova forma di espres- 
sione”, http://www.mediamente.rai.it/docs/ap- 
profondimenti/010124_2.asp. 

3. Una tecnica di disegno inventata in Giappone 
nella seconda meta del ventesimo secolo e impie- 
gata nel fumetto e nell’animazione. Consiste nel- 
l’utilizzo di semplici caratteri iconici, uniti a sfon- 
di molto dettagliati, quasi fotorealistici, per ag- 
giungere interesse visivo, al fine di aiutare i letto- 
ri o spettatori ad immedesimarsi in loro. La psi- 
cologia alia base di questo stile e stata estesa an¬ 
che agli antagonisti per renderli in modo mag- 
giormente realistico, al fine di mostrare, al contra- 
rio, la loro lontananza e contrasto dal lettore o 
spettatore. 

4. http://www.bozzetto.com. 

5.1 cortometraggio realizzati da Bozzetto in 
Flash sono: Europe & Italy (1999), To Bit or not 
to Bit (2000), Yes &No (2001), History of the 
World (2001), Adam (2002), Olympics (2003), Life 
(2003), Neuro (2004), Female & Male (2005) e 
Mister Otto in 17 (2005). 




















Machine + Animation = Machi- 
nima 

Formule di riscrittura del videogame 

II termine machinima e \m portmanteau 
al quale comunemente si accorda la fu- 
sione delle parole machine e cinema op- 
pure, in casi meno frequenti, la crasi di 
machine e animation. La natura ambi- 
gua del neologismo, coniato nel gen- 
naio del 2000 da Hugh Hancock 1 , 
fondatore di The Strange Company e 
ideatore della piattaforma machini- 
ma.com, riflette la dimensione ibrida 
dell’oggetto stesso. II termine si e af- 
fermato nella comunita di machini- 
maker da un errore di scrittura della 
prima defmizione coniata: machinema. 
Col tempo, perd, prevalse la trascrizio- 
ne errata con la i, accettata ufficial- 
mente per l’assonanza con il mondo 
degli anime 1 . 

L’essenza profondamente mutante dei 
machinima si rispecchia quindi anche 
nel nome: il fenomeno, infatti, e il 
frutto di un continuo lavoro di rimedi- 
azione di linguaggi, generi e formati 
che assorbe il mondo del cinema, del- 
l’animazione, della serialita televisiva, 
degli anime e, owiamente, della pro- 
duzione videoludica. Infatti, i machini¬ 
ma sono il prodotto di una serie di tec- 
niche che permettono di sfruttare il 
motore grafico di un videogame o di 
un ambiente virtuale mosso in tempo 
reale al fine di generare audiovisivi. 
Secondo XAcademy of Machinima Arts 
& Sciences i machinima sono “animated 
filmmaking within a real-time virtual 
3-D environment” 3 . 

La sostanza meticcia di questa nuova 
forma mediale mette in evidenza alcu- 
ni problemi teorici e metodologici da 
considerare. Di cosa parliamo quando 
parliamo di machinima ? Si tratta di 
una sorta di mutilazione dei videoga¬ 
me? Di cinema, o piuttosto di una 
nuova modalita di creare animazioni 
3D? E se contestualizzati nel molte- 
plice mondo dei prodotti audiovisivi 
per il Web, i machinima sono anche 
nuove formulazioni di mashup, di vid- 
ding, screencast e remixl Una risposta 
univoca non e formulabile, ma soprat- 
tutto non aiuta a comprendere il feno¬ 
meno, piuttosto risulta piu efficace 
adottare uno sguardo ad ampio raggio 
per cercare di inquadrare l’oggetto ma¬ 
chinima nelle pratiche produttive, di¬ 
stributive e di consumo dell’attuale pa¬ 
norama mediatico. 

Diary of a Camped e comunemente ri- 
conosciuto come il primo machinima 
creato nel 1996 dall’utilizzo improprio 
di Quake ad opera di un gruppo di ap- 
passionati videogiocatori radunati nel 
clan The Rangers. Il video, di un minu- 
to e mezzo circa, e un primo tentativo, 
rozzo e decisamente poco awincente, 


di dare una forma narrativa ad una de¬ 
mo. Con il termine demo si identifica 
una presentazione non interattiva 
creata attraverso un computer: la ca- 
ratteristica principale di questa tipolo- 
gia di audiovisivi, che la distingue dal¬ 
le animazioni, e il rendering in tempo 
reale. Diary of a Camper e un tentativo 
goffo, ma riuscito nell’intento, di dare 
autonomia narrativa ad un replay di 
una porzione di gioco, doe quella pra- 
tica di utilizzo dei videogiochi che 
consiste nella possibility di visualizza- 
re attraverso una demo una sequenza di 
gioco conclusa e soddisfare le esigenze 
di autorappresentazione dei videogio¬ 
catori. 

Nella demoscene confluiscono tutte 
quelle pratiche di riutilizzo dei video- 
game mirate alia creazione di demo 
non interattive: il principio alia base di 
queste formule di riscrittura del codice 
del videogame attuate gia sui compu¬ 
ter a 8 bit, e quello della performance. 
In piena sintonia con la cultura hacker, 
i demo writer si pongono l’obbiettivo di 
superare in modo creativo le restrizio- 
ni di un codice o di una macchina ot- 
tenendo animazioni sofisticate e pron- 
te per affermarsi come forma d’espres- 
sione autonoma. 

Le prime prove di demo erano speri- 
mentazioni sul codice; una serie d’i- 
struzioni impartite al motore del vi- 
deogioco affinche questo potesse re- 
plicarle in continuazione. Quake fu il 
primo videogioco ad integrare uno 
strumento per la creazione di demo e 
replay. Questo fattore, assieme al suc- 
cesso di Diary of a Camper, favori la 
nascita dei quake movie, veri e propri 
precursori dei machinima. 

E possibile riscontrare ulteriori legami 
tra la forma machinima e altre pratiche 
tipiche della cultura videoludica: in 
particolare gli speedrun (avanzamento 
dei replay), cioe una forma di fruizio- 
ne profondamente agonistica che si 
propone di documentare le corse ludi- 
che di un giocatore. Lo speedrun e una 
sorta di screencapture di una seduta in- 
tensiva di gioco, ed e considerato il 
grado zero dei machinima poiche si li- 
mita a registrare la performance di 
gioco al fine di intrattenere un pubbli- 
co specializzato o di fornire all’utenza 
di riferimento utili suggerimenti di 
gioco 5 . Questa pratica pone l’attenzio- 
ne, ancora una volta, sulla dimensione 
performativa: lo speedrun, cosi come il 
machinima, permette agli utenti che lo 
praticano di accreditare la loro capa¬ 
city di gioco attraverso una prestazio- 
ne tecnica e creativa. Diversa ancora e 
la pratica del gameplay footage, anch’es- 
sa una forma audiovisiva ibrida in bili- 
co tra la documentazione di una se¬ 
quenza di gioco, questa volta non piu 
concentrata sul countdown, e un tuto¬ 
rial focalizzato sull’illustrazione delle 


competenze di gioco o su specifici 
processi del videogame, quali l’uso del¬ 
le texture, delle luci o di particolari sce- 
nografici; non a caso questi audiovisivi 
si distinguono per una maggiore con- 
sapevolezza registica finalizzata a spe¬ 
cifici scopi di documentazione. 

A differenza delle pratiche d’uso pre- 
cedentemente descritte, i machinima si 
distinguono per la loro natura princi- 
palmente narrativa costruita a partire 
da una sceneggiatura. Inoltre, in con- 
trapposizione all’animazione 3D tra- 
dizionale, i machinima non comporta- 
no una creazione di location, perso- 
naggi e illuminazioni da zero, ma lavo- 
rano attraverso il riciclo delle compo- 
nenti grafiche dei videogiochi. Oltre a 
cio, il processo di rendering, inevitabile 
per le animazioni digitali canoniche, 
viene a mancare nelle pratiche di ma¬ 
chinima poiche l’utente puo animare 
gli elementi in scena e ottenerne il ren¬ 
dering in tempo reale. Va da se che la 
resa fotorealistica dell’immagine deri- 
vata sara il frutto della qualita degli 
ambienti 3D e del motore grafico del 
videogame di partenza e pertanto non 
ancora competitiva con la morbidezza 
e la pasta delle animazioni mainstream. 
Esistono diverse tecniche di manipo- 
lazione dei videogame per la creazione 
di animazioni derivate; segnaliamo le 
principali per rendere conto della 
complessita del fenomeno, frutto di 
articolate dinamiche di rimediazione 
di codici e forme espressive. 

Il grado zero della tecnica machinima 
consiste nella registrazione in tempo 
reale attraverso gli strumenti di regi¬ 
strazione video integrati nel videoga¬ 
me utilizzato 6 . Questa tecnica di rea- 
lizzazione, per certi aspetti simile al li¬ 
ve action, e particolarmente povera per 
cio che riguarda le possibility di azione 
sul videogioco e pertanto consente un 
intervento minimo sul sistema: infatti, 
sebbene la tecnica garantisca una sem- 
plicita d’uso impareggiabile, permette 
di operare solo su una parte residuale 
del videogame. 

Una tecnica piu sofisticata e la cosid- 
detta digital puppetry 1 \ in questa ipote- 
si, i giocatori, agendo sui loro avatar, 
recitano nello spazio di gioco, e nella 
fase di post-produzione avranno la 
possibility di selezionare i cut migliori 
e montarli in modo opportuno. Que¬ 
sta tecnica, che garantisce ampi spazi 
di improwisazione ai machinimaker, e 
un ibrido tra la produzione cinemato- 
grafica e il lavoro del burattinaio: e un 
punto di contatto tra la violazione del¬ 
le logiche del game, lo sfruttamento 
delle dinamiche del play e le scelte re- 
gistiche. L’azione degli utenti sara li- 
mitata ad alcune parti del gioco (ava¬ 
tar, punto di vista), mentre il resto del 
videogame (1’intelligenza artificiale) 
continuera a giocare incurante di cio 


che l’utente sta cercando di ottenere. 
“In questo senso il machinima ‘five’ 
rappresenta un inedito e quanto mai 
interessante territorio di dialettica tra 
utente e game designer, tra regole pre- 
definite e strategic d’utilizzo impreve- 
dibili” 8 . 

L’ultima ipotesi di lavoro e anche 
quella piu articolata e prevede 1’utiliz- 
zo di software 9 appositamente creati 
per il controllo di ogni parte del video¬ 
gioco. In questo modo il videogame 
diventa un vero e proprio database di 
location, personaggi, luci e punti di vi¬ 
sta, che possono essere pilotati con 
precisione dal machinimaker che riscri- 
ve, riprogrammandoli in profondita, 
gli elementi portanti del videogame. 

E molto complesso stabilire la ricor- 
renza di generi e formati specifici del 
machinima proprio perche si tratta di 
un oggetto frutto di fenomeni di rime¬ 
diazione e ibridazione. Il genere del vi¬ 
deo derivato e evidentemente legato al 
videogioco di partenza e alia riscrittu¬ 
ra che il machinimaker ne fa. Se gia ri¬ 
sulta complesso, e forse sterile, un la¬ 
voro di mappatura dei generi videolu- 
dici, ancora piu ardita sara la ricerca di 
una catalogazione degli oggetti origi- 
nati dal riutilizzo di linguaggi e di co¬ 
dici terzi. Se volessimo fare un tentati¬ 
vo, consapevoli della limitatezza della 
prova, ci accorgeremmo che, applican- 
do le sole coordinate dei generi cine- 
matografici, esistono machinima di 
ogni genere: dal parodico ( RA.N.I.C.S, 
Rooster Teeth Productions, 2005) al 
film di guerra ( Anathema, SgtPadrino, 
2008), dal videoclip ( Dancing’s Easy, 
Lit Fuse Films, 2008), alia commedia 
(Male Restroom Etiquette, Overman, 
2000) al video promozionale. 

Per cio che concerne i formati, invece, 
si puo riscontrare una netta prevalenza 
della forma breve, modello ideale per 
la distribuzione sul Web. Non manca- 
no, pero, esempi di lungometraggi in 
tecnica machinima'. Blood Spell (Hugh 
Hancock, 2006) e un film di novanta 
minuti realizzato attraverso il motore 
grafico di Aurora Engine della Bio Wa¬ 
re 10 . Altro esempio di lungometraggio 
machinima e Borg War (Geoffrey Ja¬ 
mes, 2006) strettamente legato alia sa¬ 
ga di Star Trek e alle dinamiche della 
fan fiction. Le produzioni machinima, 
in particolare le forme lunghe, sem- 
brano mosse da un profondo senso di 
inferiority nei confronti della cinema- 
tografia tradizionale e, pur di raggiun- 
gere un confronto alia pari, ricorrono 
ad un linguaggio eccessivo e spesso va¬ 
cuo, da un punto di vista registico, 
mettendo in evidenza ancora una vol¬ 
ta la logica della performance (questa 
volta di ordine tecnico-spettacolare: 
guarda cosa posso fare smanettando su 
un videogame...) che anima gran par¬ 
te dei lungometraggi machinima, piut- 

















WM 


S P€CIA L E 



tosto che sull’uso opportuno di questo 
sistema espressivo emergente. 

Casi di particolare interesse e successo, 
invece, sono le serie machinima che 
riescono a aggregare l’attenzione di va- 
sto pubblico grazie alia serializzazione 
della forma breve che meglio sembra 
assecondare le dinamiche di fruizione 
peculiari del Web. Le serie piu note 
; sono Red vs. Blue: The Blood Gulch Ch¬ 
ronicles (distribuita anche in DVD) e 
The Strangerhood, entrambe di taglio 
umoristico-parodico e realizzate da 
The Rooster Teeth Productions 11 . 

II Web, non a caso, e di fatto il luogo 
ideale per la circolazione dei machini- 
Wma. Esistono numerosi siti e blog de- 
dicati al fenorncno tra i quali segnalia- 
mo la piattafbrma machinima.com e 
koinup.com, portale specializzato nel- 
la raccolta di media derivati (tra cui 
anche i machinima) dai mondi virtuali. 
Inoltre, una veloce ricerca su YouTube 
sooperchiera il calderone dei prodotti 
m,ichi>iima, che spesso si distinguono 
I per rozzezza, imperizia tecnica e man- 
Icanza di originalita. Ma questo non e 
rilevante, piuttosto la sovrabbondanza 
di queste produzioni dei territori del 
Web conferma l’ipotesi che il machini¬ 
ma sia un fenomeno dall’alto valore 
performativo, strettamente legato cioe 
. alle pratiche d’uso attraverso le quali i 
soggetti si identificano e propongono 
on line creando reti, comunita e com- 
portamenti. Non a caso poi queste reti 
; sociali si muovono dalla Rete e si ri- 
trovano in altri contesti come i nume¬ 
rosi festival e conferenze dedicati ai 
machinima. 

I machinima sono un esempio di cultu¬ 
re del remix che ribalta il rapporto de- 
gli utenti con i prodotti mediatici, co- 
munemente accettato come passivo e 
verticale. Questo ribaltamento del rap¬ 
porto con gli oggetti mediali nato dal¬ 
le pratiche della fan culture e radicato- 
si con la flessibilita degli oggetti digi- 
tali, vede nei contenuti proposti dalle 
industrie culturali non un prodotto 
chiuso e finito, ma piuttosto il punto 
di partenza per la creazione e la circo- 
: lazione di nuovi prodotti sui quali si 
instaurano dinamiche comunitarie e 
imprenditoriali. In questa prospettiva, 
ip videogame sembrano sempre piu 
spesso essere prodotti per assecondare 
pratiche secondarie di appropriazione 
e riscrittura, piuttosto che esigenze 
primarie legate a un uso normahzzato 
del tessuto videoludico. 


Note 


59 


1. Hancock e autore con Johnnie Ingram del libro 
Machinima for Dummies , Hoboken, Wiley Publi¬ 
shing, 2007. 

2. http://en.wikipedia.org/wiki/Machinima. 

3. http://www.machinima.org/. 

4. Il video e consultabile on line: http://it.youtu- 
be.com/watch?v=uSGZOuD3kCU. 

5. Cfr. Matteo Bittanti, “Giocare di corsa. Logica 
ed estetica dello speedrun”, in Matteo Bittanti (a 
cura di), Intermedialita. Videogiochi, cinema > televi- 
sione, fumetti , Milano, Unicopli, 2008. 

6. The Sims 2 ha integrate un sistema per la rea- 
lizzazione di video. 

7. In merito alle tecniche di realizzazione dei ma¬ 
chinima si rimanda a Dave Morris, Matt Kelland, 
Dave Lloyd, Machinima , Boston, Thomson/Cur¬ 
se Technnology, 2005. 

8. Cristiano Poian, “Il cinema videoludico sul 
web: l’ascesa del machinimd\ in Close up. Storie 
della visione, n. 22, luglio-novembre 2007, p. 56. 

9. MovieSandBox e uno dei piu noti software per 
machinima in grado di fiinzionare in parallelo con 
il motore grafico di Unreal , http://moviesand- 
box.com. 

10. I machinima , inoltre, mettono in luce anche 
una problematica di ordine biblioteconomico: ca- 
talogare un machinima comporta la specificazione 
di autori e case di produzione (nella maggior par¬ 
te dei casi gli autori dei machinima si raccolgono 
in team di lavoro), il videogame utilizzato e la ca- 
sa di produzione del videogame proprio perche la 
resa visiva del video dipende dal motore del vi- 
deogioco. 

11. http://sh.roosterteeth.com/home.php. 



Dancings Easy 



Ignis solus 


Roberto Braga 









Tutto si crea, tutto si distrugge ampie superfici e con una gamma di 

Blu, Muto e la street-animation colori abbastanza ampia a disposizio- 

ne 8 . 

Se la Pop Art e stata definita come Nel corso degli anni il linguaggio del 
Virruzione della banalita writing si e costantemente evoluto e 
nel mondo dell’arte, nel panorama attuale molto e mutato 

potremmo dire che ora la Street Art rispetto a questa prima fase del graffi- 
rappresenta tismo: non si raffigurano piu. soltanto 
Virruzione dell’arte lettere, ma figure e personaggi (che 
nella banalita del mondo 1 . pure non sono mai stati del tutto as- 
senti), e la rosa dei materiali utilizzati 
Dalla strada alia rete si e ampliata e diversificata. Si e aper- 

to dunque uno stadio ulteriore, defini- 
3.632.828. Tante sono le volte in cui, to anch t post-graffiti o Street Art: 
ad oggi, e stata vista su YouTube la 

breve animazione intitolata Mutt?, Superata la fase in cui Memento 

opera dello street artist Blu. Somman- dominante era rappresentato dalle 

do a queste visioni quelle awenute su lettere, la cultura dei graffiti con- 

Vimeo 3 , un portale per la diffusione e temporanea si muove verso oriz- 

la condivisione di audiovisivi autopro- zonti piu ampi: si sperimentano 

dotti, si giunge a un totale di oltre 5 nuove forme e si assiste al prolife- 

milioni di visioni 4 . Un numero dawe- rare di personaggi, simboli e astra- 

ro notevole, a cui si dovrebbero ag- zioni. Dal alcuni anni a questa 

giungere le visioni sugli innumerevoli parte i graffitisti si servono di una 

siti e blog che hanno rilanciato e com- piu vasta gamma di mezzi espres- 

mentato il video. Nel giro di pochi sivi. Lo stile personale di ciascuno 

mesi dalla sua messa online nel mag- e libero di evolversi senza vincoli 

gio del 2008, Muto e diventato un pic- tramite l’uso di adesivi, manifesti, 

colo cult nei circuiti della rete. In quel- stencil, aerografi, gessetti ad olio, 

lo stesso periodo Blu ha ricevuto un vernici di ogni genere e persino 

altissimo riconoscimento artistico: 6 della scultura. Alcuni artisti si so- 

infatti uno dei sei artisti chiamati a de- no affrancati dalla bomboletta 

corare, per la prima volta, la facciata spray 9 , 

della Tate Modern di Londra in occa- 

sione dell’esposizione Street Art “In Le opere e la tecnica di Blu si inseri- 

the first commission to use the buil- scono perfettamente in questo rinno- 

ding’s iconic river fa$ade, and the first vato contesto. Blu non lavora con let- 

major public museum display of street tere e scritte ma disegna personaggi e 

art in London, Tate Modern presents scene: esseri umani o umaniformi, che 

the work of six internationally acclai- ibridano e mescolano l’umano con ele- 

med artists whose work is intricately menti meccanici e animali, naturali e 

linked to the urban environment” 5 . soprannaturali; figure i cui i corpi si 

Subito dopo, Blu ha tenuto la sua pri- moltiplicano, si smembrano, si aprono, 

ma mostra personale, presso la Galle- per rivelare al proprio interno un bru- 

ria Patricia Armocida di Milano 6 . licare di altri corpi, altri mondi; scene 

Un periodo di decisiva affermazione di guerra, con espliciti intenti antimi- 

per Blu, artista che muove i primi pas- litaristici (come la Gaza Strip, che ispi- 

si nel mondo dei graffiti a meta degli randosi al nastro di Moebius rimanda 

anni Novanta, a Bologna, sua citta d’o- aU’infinita ciclicita della guerra 10 ; o co- 

rigine, ma che progressivamente si di- me l’enorme testa disegnata alia Tate 

stacca dalle tradizionali modalita del Modem, al cui interno, in rettangoli 

graffitismo. che rimandano alia forma dei mattoni 

Fenomeno awiatosi tra la fine degli di cui e composta la facciata ma anche 

anni Sessanta e Finizio degli anni Set- alle vignette del fumetto, si svolgono 

tanta negli Stati Uniti, in particolare a decine di scene che nel loro complesso 

New York 7 , e diffusosi poi in Europa esprimono un messaggio di critica alia 

nei primi anni Ottanta, il graffitismo o politica della guerra e al ricorso alle ar- 

writing si fonda principalmente sulle mi). Blu ha realizzato i suoi lavori sul- 

tag, owero sulle firme, apposte sui mu- le pared di edifici, preferibilmente ab- 

ri o su ogni altra superficie della citta, bandonati, sparsi tra Italia, Europa e 

come all’esterno o all’interno dei vago- Sud America (il viaggio di Blu tra 

ni di metropolitane e treni. Ogni pez- Messico, Guatemala, Nicaragua e Co- 

zo (cosi vengono definite le creazioni sta Rica e ripreso e raccontato nel do- 

dei writer) e sostanzialmente il nome cumentario Megunica, 2007, di Loren- 

del writer che lo ha composto. La ri- zo Fonda). All’inizio Blu lavora quasi 

cerca stilistica riguarda dunque soprat- sempre senza autorizzazione, preferi- 

tutto il lettering, la forma tipografica, bilmente di notte o in edifici occupad, 

mentre lo strumento dominante per la ma di recente, in seguito alia sua pro- 

realizzazione e la bomboletta spray, gressiva affermazione, ha lavorato 

che permette di agire con velocita su sempre piu spesso con autorizzazioni o 


su invito di istituzioni e festival 11 . Ab- do della pittura fino a quello dell’illu- 

bandonato completamente lo spray, strazione e del fumetto: il surrealismo, 

Blu utilizza perlopiu semplici pennelli Leger e Dali, il muralismo messicano, 

e rulli che vengono legati ad aste per Robert Crumb, William Kentridge, 

permettergli di operare sulle grandi Banksy, i dedali visivi di Escher (espli- 

superfici; ma (come si vede nei video citamente citato nella parete realizzata 

che lo ritraggono al lavoro) per gli edi- a Merano con l’amico e frequente col- 

fici di maggiori dimensioni fa anche laboratore Ericailcane), ma anche, co- 

uso di elevatori meccanici. Il disegno me Blu stesso ha affermato, Gordon 

viene prima realizzato su carta, poi ri- Matta-Clark: “The way Matta-Clark 

portato sulla parete, lasciando pero used the building as a sculpture; it’s 

spazio all’improvvisazione, infine vie- something I try to imitate when I 

ne “riempito di pittura”: paint” 13 (Blu rilegge i tagli di Matta- 

Clark rimuovendo parte delle superfi- 
Drawing is integral to his work. ci degli oggetti o dei corpi per rivelar- 

He uses a very limited palette, ne all’interno scenari inaspettati: in- 

which has the effect of highlight- terno ed esterno cortocircuitano, come 

ing his fascination with line and nei carri armati dipinti all’Hangar Bi¬ 
form. “I use paint just to fill in the cocca, al cui interno si svolgono banali 

drawing”, he has said. Blu sees episodi di vita domestica). 

buildings as “sheets of paper” to Ma Blu ha compiuto un passo ulterio- 

sketch on. Due to their massive re rispetto al lavoro di street artist, 

scale, his works often give the im- mettendo a punto una tecnica per ani- 

pression that the buildings they’re mare le proprie pitture murali. Siamo 

painted on aren’t quite big enough. ancora pienamente nel contesto della 

What is unique about his work is Street Art - termine con il quale “si 

his ability to doodle in a seeming- puo indicare qualsiasi tipo di espres- 

ly casual way on an epic scale. In sione che utilizzi lo spazio urbano co¬ 
terms of production, the work me palcoscenico (azioni, performance, 

happens in two stages: first, he installazioni) o risorsa materiale e con- 

draws images in his sketch book cettuale (graffiti, pittura murale, inter- 

but when he comes to working on venti su segni o icone urbane preesi- 

the walls he often improvises stenti)” 14 - ma in una zona al confine 

something completely new 12 . con un universo espressivo che pareva 

quanto mai lontano: quello del cine- 
Quelle di Blu sono dunque opere di ma 15 . 
grandi o enormi dimensioni realizzate 

in tempi assai ridotti: se, in generale, Muto, il mondo in stop-frame 
l’artista si e totalmente distaccato dal 

graffitismo classico (dallo spray, dal Muto e stato realizzato tra Baden e 

colore, dalle lettere...), queste caratte- Buenos Aires, dipingendo sui muri 

ristiche ci riconducono proprio alia pubblici, ma anche su cancelli e mar- 

matrice writing, cosi come il legame ciapiedi, e riprendendo i graffiti con la 

originario con la strada, la necessita di tecnica del passo uno: alia prima citta 

operare all’interno del contesto urbano e riconducibile un singolo segmento 

(e l’anonimato mantenuto dietro al girato in una stanza chiusa (rappresen- 

nome d’arte Blu). ta anche un’animazione autonoma in- 

Oltre ai graffiti, il background artisti- titolata Fantoche), alia seconda tutte le 
co di Blu spazia sicuramente dal mon- altre sequenze all’aperto. 



Muto 

























SPEC I ALE 


Si tratta di un cortometraggio narrati¬ 
ve) (anche se non siamo in presenza di 
una trama strutturata), in cui una serie 
di bizzarri personaggi - che potremmo 
dividere in cinque categorie: esseri 
umani mutanti (con parti mostruose o 
animali o geometriche); esseri umani 
giganti; esseri costituiti dalTassem- 
blaggio di parti del corpo umano 
(quattro braccia sovrastate da un oc- 
:chio, una testa coi piedi, ecc.); parti di 
corpo umano animate (denti, cervello, 
:ecc.); esseri meccanici, costituiti da og- 
getti/forme poligonali strutturate in 
figura umana) - mutano incessante- 
mente gli uni negli altri, moltiplican- 
dosi e dividendosi, trasformandosi e 
inglobandosi, inghiottendo l’uno parti 
dell’altro o fuoriuscendo l’uno dall’al- 
tro, con effetti ora comici ora inquie- 
: tanti. Tutti questi personaggi cammi- 
nano e si muovono sui muri della citta, 
strisciano sotto le finestre, si nascon- 
dono dietro a cespugli e s’infilano nei 
pertugi, a volte entrano in contatto con 
gli oggetti reali (ad esempio, spostando 
: tronchi d’albero, facendo cadere dei 
I mattoni, inghiottendo fogli di carta, 
appendendosi a un gancio). II disegno 
j; interagisce con il contesto urbano che 

10 circonda. 

; A parte l’incipit, in cui si sentono alcu- 
ni suoni della citta (rumore di traffico 
e clacson), la colonna sonora, compo- 
sta da Andrea Martignoni, e costituita 
solamente da musica e rumori creati 
ad hoc, che conferiscono uno spessore 
aggiuntivo ai personaggi e all’azione, 
operando in due opposte direzioni: da 
un lato, il commento, dall’altro, la pro- 
i; duzione di effetti stranianti. 

11 principio alia base di Muto e sempli- 
ce quanto originale: utilizzare la tecni- 
ca di ripresa a passo uno per animare 
dei disegni realizzati sui muri o su al- 
tre superfici urbane; per produrre il 
movimento, ad ogni ripresa, il disegno 
viene prima modificato e poi cancella- 
to: in questo modo, una volta messe in 
sequenza le immagini, le figure lascia- 
no dietro di se una scia composta dal- 
la cancellazione di tutte le posizioni 
precedentemente assunte. La cancella¬ 
zione e l’azione determinante di quella 
che potremmo definire street-anima¬ 
tion-. ogni immagine viene creata per 
poi essere distratta. E inscritto, in fon- 
do, nel destino della pittura murale e 
dei graffiti: spesso rimossi, cancellati, 
quando non venga addirittura a man- 
care il supporto architettonico su cui 
sono realizzati. 

Il risultato di questa sperimentazione e 
assai complesso, sia a livello estetico, 
per l’originalita e la visionarieta del 
progetto, sia a livello teorico, perche si 
pone come oggetto ambiguo, a meta 
strada fra pratiche artistiche diverse, 
come luogo di messa in gioco della 
rappresentazione audiovisiva. 



Uno degli elementi di maggiore inte- 
resse e fascinazione di Muto e la dia- 
lettica continua tra primo piano e 
sfondo, tra i personaggi animati e la 
realta urbana in cui sono inseriti. Que¬ 
sta dialettica si esprime e incide in 
modo particolare sui piano spaziale e 
temporale. 

Lo stop-frame e abitualmente utilizza- 
to in contesti fortemente governabili (i 
set in miniatura, ad esempio), mante- 
nendo una stabilita della ripresa (del 
quadro, dell’angolazione, dell’illumi- 
nazione, ecc.) che tenda a incrementa- 
re l’impressione di continuita del 
mondo rappresentato e dei movimenti 
di macchina. In Muto non solo lo stop- 
frame viene utilizzato in una cornice, la 
strada pubblica, non controllabile e 
non controllata, ma vengono trascura- 
te alcune regole necessarie a fornire 
stabilita alio sfondo: il movimento dei 
personaggi si sviluppa in continuita e i 
cambiamenti di spazio (da una zona 
urbana a un’altra, almeno sei nel corso 
del film) sono resi con fluidita con 
movimenti in avanti della camera as- 
sociati a dettagli e primi piani, eppure 
i continui minimi spostamenti del 
punto di ripresa e gli aggiustamenti 
incessanti del quadro producono un 
effetto di “sfarfallio” dello spazio, come 
se gli elementi architettonici e urbani 
fossero in una condizione di infinita 
oscillazione e instabilita. 

Un processo di frammentazione ancor 
piu decisivo e quello subito dal tempo. 
All’interno della stessa immagine 
sembrano convivere due diverse tem- 
poralita, che scorrono una dentro l’al- 
tra: da un lato, il tempo continuo delle 
figure rappresentate, in primo piano; 
dall’altro lato, il tempo discontinue 
della citta, sullo sfondo. Il tempo og- 
gettivo e frantumato dai continui tagli 
della ripresa “fotogramma per foto- 
gramma”; il suo fluire accelerato e visi- 
bilmente percepibile dal movimento 
delle ombre, dai cambi di luce e dalle 
apparizioni fantasmatiche dei passan- 
ti, che compaiono e scompaiono, ful- 
mineamente inghiottiti dalle continue 
cesure della ripresa. 

Lo scarto tra queste due differenti 
temporalita rivela implicitamente la 
presenza di un terzo piano temporale: 
il tempo dell ’atto performativo. L’azio¬ 
ne dell’artista non e mai visibile nelTo- 
pera ma e sempre comunque implicata 
e presente. E il dialogo impossibile tra 
due universi, quello urbano e quello 
animato, ontologicamente divergenti, 
a suggerire costantemente il gesto 
performativo. Muto, in questo senso, e 
un’opera intimamente metalinguistica, 
che allude sempre al suo processo 
creativo. 

(A potenziare questo carattere riflessi- 
vo dell’immagine e anche la presenza 
costante di un quadro nel quadro, il 


primo dei quali e rappresentato dal 
muro o dalle altre superfici disegnabi- 
li. Il limite del quadro non corrisponde 
ai bordi dell’inquadratura ma al limite 
della parete, dello spazio disegnabile. Il 
fuori campo, continuamente implicato 
dagH esseri giganti che le pareti non 
riescono a contenere e i cui corpi pro- 
seguono idealmente al di la di esse, 
non e il fuori campo vero e proprio ma 
piuttosto il fuori muro.) 

Ma, si diceva, Muto e un oggetto am¬ 
biguo: e pittura murale, e animazione, 
ma e anche (nel momento in cui e sta- 
to realizzato) arte performativa. Il pro- 
dotto finale che noi vediamo e certa- 
mente un’opera di finzione ma ha pu¬ 
re, al contempo, un valore documenta- 
le. Muto e una sorta di performance in 
assenza: e il risultato e insieme la testi- 
monianza di un atto performativo as- 


Muto 

sente, perche cancellato, espunto dalle 
riprese, pur essendo, come abbiamo vi- 
sto, cost presente, implicato dalle im¬ 
magini. 

Alice Autelitano 


61 




EC I ALE 


62 Note 

1. Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Fuori 
cornice. L'arte oltre Varte, Torino, Einaudi, 2008, p. 
.136. 

2. http://www.youtube.com/watch?V=uuGaqLT- 
g04, 22 gennaio 2009. Durata: 6’40”. Produzio- 
ne: Mercurio Rim. 

3. http://www.vimeo.com 

4. Come riferisce anche il blog di Blu: 
http://www.blublu.org/blog/. 

5. http://www.tate.org.uk/modern/ 
exhibitions/streetart/default.shtm. La mostra si & 
svolta dal 23 maggio al 25 agosto 2008. 

6. La mostra, Blu (18 giugno-25 luglio 2008), non 
si limitava alio spazio chiuso della galleria ma si 
estendeva su tre muri della citta, dipinti per l’oc- 
casione (presso l’Hangar Bicocca, ai Navigli e nel- 
la Zona 3), http://www.galleriapatriciaarmo 
cida.com/artista.asp?id=10. 

7. Alessandro Mininno cita come sorta di “atto di 
nascita” del writing il primo articolo che ha por- 
tato il fenomeno alTattenzione mediatica: “‘Taki 
183’ Spawns Pen Pals”, intervista a uno dei primi 
writer newyorkesi, Taki 183, pubblicata sul New 
York Times del 21 luglio 1971. Cfr. Alessandro 
Mininno, Graffiti Writing. Origini, significati , tec- 
niche e protagonisti in Italia, Milano, Mondadori 
Electa, 2008, p. 17. 

8. La velocita e owiamente necessaria per azioni 
di natura quasi sempre clandestina e illegale 
(tranne nei casi in cui siano le istituzioni a conce- 
dere ai writers degli spazi ad hoc, detti hall of fa¬ 
me). Non e certo questa la sede per dirimere la 
questione graffiti come vandalismo/graffiti come 
arte. Ci basti segnalare che le autorita di tutto il 
mondo hanno sempre combattuto i graffiti come 
illegali espressioni di degrado urbano e vandali- 
smo giovanile (nel 1985, negli Stati Uniti, si tento 
anche di disincentivare il fenomeno vietando la 
vendita di vernici spray ai minorenni, cfr. A. Mi¬ 
ninno, op. cit., p. 25). Proprio in questi mesi, in 
Italia, l’argomento ha trovato ampio spazio nel 
dibattito politico, con la proposta di includere nel 
DDL Maroni-Alfano pene fino a un anno di re- 
clusione per i writer e le ordinanze antidegrado 
varate del Comune di Milano che perseguono 
prostituzione e spaccio di droga ma anche il graf- 
fitismo. ordinanze antidegrado del 4 novembre 
Milano Comune, lotta a droga e prostitute in 
strada «E i cittadini devono denunciare i writer» 
Il Corriere della Sera, 15 gennaio 2009, p. 5. 

9. Nicholas Ganz, Graffiti World: Street Art From 
Five Continents , London, Thames So Hudson, 
2004; trad, it., Graffiti World. Street Art dai cinque 
continenti , Genova, L’Ippocampo, 2005, p. 7. 

10. Disegnata in occasione del Names Festival di 
Praga (2008), la Gaza Strip e stata utilizzata in 
formato di cartellone pubblicitario in occasione di 
una mamfestazione di solidarieta alia Palestina 
organizzata dall’associazione Nakba60 nelle stra- 
de di Londra nel 60° anniversario di Israele e del¬ 
la Nakba palestinese. 

11. Cfr. Fintervista a Blu di Caleb Neelon, “Buck¬ 
et of Blu”, Swindle , n. 14,2007, pp, 86-93. 

12. http://www.tate.org.uk/modern/exhibitions/ 
streetart/artists.shtm. 

13 .Ibidem. 

14. A. Dal Lago, S. Giordano, op. cit., p. 124. 

15. Al momento della realizzazione di Muto, Blu 
aveva gia realizzato alcune brevi animazioni tradi- 
zionali, anch’esse visibili sul sito dell’autore, su Vi- 
meo o su YouTube. 



Lopera di Blu sulla facciata della Tate Modern 






















Le Mani - Microart’s Edizioni 

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Tel. 0185 730153-11 - Fax 0185 720940 
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ISBN 978-88-8012-482-5 



9 788880 124825 


€ 10,00 


ISSN 1824-3495